Non so se qualcuno di voi lo guarda, ma “Misfits” è la nuova serie televisiva inglese destinata a cambiare la tv, da quando quel Dio in Terra di Ricky Gervais ha inventato il genere del quasi-documentario con la serie “The Office”.
Non fosse per Misfits, la mia vita “seriale” sarebbe pressoché inesistente, dato che ogni legal a sud di “The Shield” mi provoca ormai il voltastomaco, “Lost” è ahimè finito lasciandomi un vuoto incolmabile nel cuore e la mia memoria cita ormai a menadito ogni puntata dell’inarrivabile “Scrubs”…
Se non avete mai visto Misfits e avete il satellite, fatelo. Alla seconda battuta so già che sarete dalla mia parte nel volere Nathan for President.
I “Disadattati” del telefilm sono 5 giovani problematici a cui tocca espiare del tempo assieme in una comunità di servizi sociali, cercando ognuno nel contempo di venire a capo del proprio superpotere acquisito durante una tempesta che ha colpito improvvisamente la città.
Anche l’NBA ha i propri Disadattati e nove volte su dieci sono i giocatori più spassosi da intervistare, da guardare nelle serate “a briglie sciolte” e da ascoltare quando sono in vena di confessioni. C’è un’alta probabilità che se ne freghino dell’opinione pubblica e dicano tutta la verità, anche quella che ai coach, ai GM, agli agenti e ai colleghi di solito piace celare.
Molto prima di quanto sia servito al governo americano per aprire i fascicoli su JFK, Gilbertone (Arenas) ha aperto il suo personalissimo file sul nefasto incidente con le pistole che il 21 dicembre del 2009, nello spogliatoio dei Wizards, gli ha spezzato anzitempo la carriera.
Stando alla Gilbert-versione tutto sarebbe nato da una partita di carte tra JaVale e Crittenton: McGee aveva vinto $1100 dollari e voleva che Crittenton ne girasse immediatamente $200 a Boykins, che a sua volta li aveva imprestati a JaVale ad inizio partita. Crittenton aveva dato in escandescenza e a quel punto Gilbert aveva deciso di intervenire in veste di leader della squadra.
“Dai quei fottuti soldi a chi di dovere e smettila di insultare così un tuo compagno, siamo una famiglia qui ai Wizards.”.
Javaris non ci aveva visto più: “La fai facile tu, con tutti i soldi che ti pagano…Pensa a meritarteli” … Eccetera, eccetera, eccetera.
Poi, in spogliatoio, era girata la voce che a Golden Gil prima o poi qualcuno avrebbe sparato al ginocchio.
Ecco, se c’è una cosa che non si deve mai fare con Arenas è sfidarlo a superare i limiti consentiti. In un attimo Gilbert aveva tirato fuori dall’armadietto 4 pistole di cui deteneva il porto d’armi e le aveva messe in mano a Javaris.
“Avanti, scegline una, prendila adesso e fammi sapere il giorno in cui avrai i coglioni per spararmi. Io sarò qui ad aspettarti.”.
E ci potete scommettere che Gilbert l’avrebbe aspettato sul serio, comodamente seduto in spogliatoio.
Lo scorso 2 aprile Arenas, attualmente in maglia Grizzlies per un’overdose di esperienza cavalcabile ai playoffs, si è fatto avanti nel 2° quarto contro i Thunder autocandidandosi per l’incarico difensivo su KD.
“L’ho marcato un sacco di volte, d’estate, a Washington. So cosa fare.”.
E a onor del vero uno dei motivi principali dietro all’insperata vittoria dei Grizzlies va ricercata in quei 12 minuti di trucchetti con cui Gilbertone ha frustrato Durantula in attacco, inceppando il suo jumper automatico.
E’ troppo tardi per la redenzione di Agent Zero, per una parabola di edificazione alla figliol prodigo, o un happy-ending di carriera a forma di backdrop vincente in una gara chiave dei Grizzlies ai playoffs. Alcune cose hanno una scadenza, altre dei punti di non ritorno e il comeback di Arenas è un treno già passato più volte.
Quello che può accadere a Memphis è piuttosto un revival, nella squadra dei Disadattati per eccellenza, dove Gil sarà lasciato libero di essere Gil probabilmente per un’ultima volta. Tutto sommato i Grizzlies di Z-Bo, T.A. e Mr. Hibachi potrebbero trasformarsi nella storia migliore di questo 2012.
Anzi, fatemi tirare qualche somma sulla stagione.
Per esempio, se dovessi scegliere la squadra più divertente da vedere quest’anno sceglierei i Timberwolves pre-infortunio-a-Rubio senza battere ciglio: mai prima di questo gennaio il pick-and-roll aveva saputo essere così accattivante senza richiedere l’uso obbligatorio delle schiacciate. Guardare Ricky guidare Minnesota verso l’ottava piazza ad ovest, assist dopo assist, vederlo disputare ogni singola gara della sua stagione da rookie in missione è stato un quinto set di John McEnroe a Wimbledon: non sempre infallibile, ma agonisticamente posseduto su ogni giocata.
A sud di quei Wolves, quanto a divertimento, ci sono subito dopo i Thunder, per la chimica di squadra, i finali di gara, i costanti miglioramenti tecnici su entrambi i lati del campo e perché se non vi diverte guardare Durant, Russ e Harden prendere in mano singole serate e farne a turno una personale Woodstock cestistica, forse è meglio che passiate al baseball. Dopodiché, sull’ultimo scalino del mio podio ci salgono gli Spurs.
Avete letto bene.
Li detesto, non li ho mai trovati divertenti e/o belli da vedere, ma la San Antonio con l’asterisco riesce sempre ad eccepire alle proprie popoviane regole. Gli Spurs del 2012 sono stati una gioia pronta a sgorgare dal costante movimento e dai costanti tagli, Tim Duncan ha fatto cose da Tim Duncan nella metà dei minuti per cui mi toccava subirlo prima, Tony Parker sta vivendo la sua migliore stagione di sempre e lo sta facendo senza dar retta a coach Gregg, il che rende la cosa estremamente divertente, mentre la banda dei Bonner, dei Gary Neal, dei Danny Green, che nessuno ha draftato e/o voluto, riempie perfettamente gli spazi vuoti. L’unica cosa non divertente è il fatto che si trovino in cima alla Western Conference e che ci siano riusciti senza l’aiuto di Manu Ginobili per lunga parte della stagione.
Non c’è modo però che opti per i Clippers al loro posto sul podio, benché so che la maggior parte di voi considera Chris Paul un assoluto Dio del rettangolo e lo guarderebbe semplicemente palleggiare spicchi alla mano per ore senza che i canestri ai lati abbiano la ben che minima rilevanza. Scusatemi: Blake Griffin e DeAndre Jordan saranno anche capaci di alley-oop marziani, ma non è il mio basket. Amen.
Se dovessi scegliere invece le squadre più inguardabili di questo 2012, lascerei fuori dai conti i Bobcats, per manifesta inferiorità (sono probabilmente una delle peggiori squadre NBA dell’intera storia del gioco), e girerei lo scettro a Golden State. Senza entrare nella diatriba Monta/Steph Curry, con il mio Bogut ancora sul pino, David Lee recentemente accanto a lui in lista infortunati e Ekpe Udoh ormai ai Bucks, non c’è un singolo motivo per cui guardare una partita dei Warriors. La medaglia d’argento va invece ai Lakers di coach Brown: trovo di una noia mortale guardare Kobe prendersi tiri e tiri contestati su ogni avversario, mentre due dei lunghi più tecnici della lega stanno a guardare. I giorni in cui Bryant e Gasol erano basket sofisticato sono lontani; l’unico buon motivo per aver pagato un salatissimo biglietto dello Staples quest’anno, la chance qualche settimana fa di vedere The Black Mamba nell’inedita veste di allenatore/giocatore.
La medaglia di bronzo evito di darla a Pistons e Nets unicamente per la rispettiva presenza in squadra di Greg Monroe e Deron Williams; mi restano i Wizards, che prima di cedere JaVale McGee e Nick Young erano capaci di lunghi tratti di basket semi-professionistico e che adesso, saltuariamente, mi limito a spiare con la coda dell’occhio giusto per verificare che John Wall continui a mantenersi tecnicamente neutrale rispetto al contesto in cui gioca, senza imboccare spirali involutive. Se c’è una cosa che non potrei tollerare è che la Capitale riesca ad incrinare la carriera sportiva di un altro gran talento cestistico.
Passando invece alla migliore sorpresa della stagione ed evitando, per un improvviso sprazzo di pudore autorale, di rifare il nome dei Miei Wolves, devo per forza levarmi il cappello davanti agli Hawks. Una volta rimasti orfani di Horford, me li immaginavo con la testa collettivamente sotto la doccia e i sogni diretti al draft. E invece sono rimasti egregiamente a galla e ben saldamente ai playoffs. Il giorno in cui sarò più razionale riuscirò perfino ad ammettere che gran parte dei meriti vanno girati a tale Josh Smith, un giocatore che ha tutte le caratteristiche tecnico/atletico/istintuali per farmi impazzire e che invece continua a lasciarmi indifferente senza alcuna valida giustificazione in proposito. Dopodiché, la faccenda è un affare a due tra Spurs e Jazz. Alzi la mano chi non aveva tagliato fuori i Primi una volta per tutte: gran sistema, ma decisamente troppo vecchi per scampare ad una stagione da back-to-back-to-back.
C’è una parte di me che li vuole vedere nel recente stato di forma mista a grazia anche ai playoffs, per sapere se sono semplicemente troppo navigati per non elargire lezioni a tutti in stagione regolare o se c’è dell’altro. L’anno scorso avevo fatto considerazioni simili e poi era arrivata la Memphis del 2011. Quest’anno Manu, Tony Parker e Tim Duncan sono in odore di leggenda; per il bene del basket credo che dovremmo tutti volerli ammirare al top del loro gioco per collocarli nella fila giusta dell’Arca della Gloria quando daran via i loro biglietti d’ingresso. Memphis, naturalmente, sempre permettendo.
E Jordan Hill sembra pensarla esattamente come me.
I Jazz invece avrebbero dovuto essere in piena ricostruzione se Tyrone Corbin non fosse riuscito a far funzionare gli onesti pezzi del puzzle a disposizione e a mettere in piedi una corsa ai playoffs che nello Utah del 2012 ha dell’incredibile. Hanno evidentemente giocato oltre le proprie capacità, sull’onda della loro chimica da piccolo e sano mercato, capitalizzando sull’improbabile amicizia tra due orsi introversi come Millsap e Al Jefferson, caricandosi ogni volta che Gordon Hayward e Derrick Favors hanno mostrato qualcosa di nuovo imparato sul campo. Chapeau.
N.B. I Celtics – o Doc Rivers – sanno qualcosa che noi non sappiamo. Non li considero una sorpresa, ma più che altro una tribù di sciamani a cui per l’ennesima volta è riuscito il rito voodoo per tornare dal regno dei morti nella seconda metà di stagione.
Se dovessi scegliere invece la squadra che mi ha più deluso quest’anno sceglierei i Miei adorati Blazers. Non mi sarei mai immaginata un collasso del genere da parte di Portland, in picchiata fuori dai playoffs prima ancora della deadline di febbraio. Brandon Roy o meno, non hanno scuse, neppure quelle che iniziano con il nome di Felton e finiscono con quello di Jamal-antichimica-Crawford. Andre Miller li teneva assieme molto più di quanto sapremo mai e un giorno, oltre alla verità completa sui file di Arenas e di JFK, ci sarà spiegato il reale intento dietro alla cessione di Geraldone Wallace, la mossa più indecifrabile e folle dell’intero 2012 NBA.
Anche i Mavericks mi hanno deluso: intendiamoci, sono ancora una buona squadra, ma non me li vedo con un’altra cavalcata ai playoffs nelle gambe; è come se non fossero più in grado di ingranare quella marcia extra che lo scorso giugno ha messo loro al dito dei sontuosi anelli. Non sono neppure convinta che il capro espiatorio sia da rintracciare a cavallo tra la cessione di Chandler e il patetico melodramma targato Odom. La difesa, quella che avrebbe dovuto risentire di più della partenza di Tyson, è ancora tra le prime 10 della Lega; è l’attacco ad essere misteriosamente scomparso. E una squadra che annovera tra le proprie fila Dirk Nowitzki, Jason Terry, un battitore libero e difensivo come Shawn Marion, oltre a del sorprendente gioco solido in guardia e al centro, non può lottare per il 7° posto. I Mavs sono troppo talentuosi per non sembrare per 48 minuti i Campioni in carica. I problemi nascono sempre la sera dopo.
Dopodiché non posso parlare di delusione per i Lakers perché mi aspettavo esattamente un’annata del genere con Mike Brown sul pino, i Blake e i Sessions in playmaking e Ron Artest con la testa altrove e manco l’ombra di uno Zen Master ad ipnotizzargli gli istinti. Piuttosto avrei sperato in qualcosa di meglio da parte dei Kings: primo perché ritengo DeMarcus Cousins uno dei più grandi talenti da verniciato degli ultimi 5/6 anni, secondo perché, pur non facendomi impazzire, Tyreke Evans sembrava avere tutte le carte in regola per rifarsi della più classica sofferta stagione da sophomore. Mi domando se i Kings riusciranno mai ad andare oltre il loro accrocchio di talento individuale e diventare una squadra estremamente divertente oltre che da playoff. Me lo auguro per DaCouz e me lo auguro per l’NBA: per ogni cyborg alla Blake Griffin sul rettangolo, l’universo dovrebbe assicuraci un jazzista un po’ fuori forma alla DeMarcus Cousins per riequilibrare il cosmo a spicchi.
Suonala ancora BigCouz!
Passando al discorso sugli MVP, io il mio Podoloff lo giro a Durant.
Dwight si è auto-squalificato dopo quanto inflitto a compagni, squadra, dirigenza e allenatore. Ha gestito l’intera situazione nel peggior modo possibile, dall’inizio alla fine, e non vedo come potrà mai scrollarsi una scimmia del genere di dosso. E’ chiaro a questo punto che se mai dovesse vincere un anello, lo farà da Secondo Violino.
Chris Paul sta guidando una legione di pezzi di ricambio come Randy Foye, Caron Butler, Kenyon Martin, Mo’ Williams ed Eric Bledsoe ai playoffs, connettendo sistematicamente con Blake Griffin sopra al ferro, prendendo in mano le partite negli ultimi 5 minuti, in totale assolo preventivato, fingendo di seguire i dettami di Vinny del Negro e aspettando il salto di qualità di DeAndre Jordan come si aspetta Godot. Non è lo stesso giocatore visto a cavallo tra il 2007 e il 2009 – e credo anche che quell’ineffabile CP3 non si ripeterà mai più su un campo NBA – il punto è che per passare nell’emisfero di Nash gli mancano le medie al tiro di Nash e la voglia di Nash di giocare tutte e quante le 82 o 66 regolari con la stessa intensità, dal primo all’ultimo minuto, senza avere costantemente in testa il proprio ginocchio chirurgicamente riparato.
CP3 è la versione 2K di Isiah Thomas, un piccoletto spietato e assetato di vittoria che sa coinvolgere e innescare i compagni per i primi 43 minuti e che si prende tutti i tiri che contano negli ultimi 5. Anzi, CP3 è perfino più intelligente. Il giorno in cui Lui, Lebron e Wade smetteranno di trattare le stagioni regolari con supponenza, il basket NBA rivivrà i suoi anni ’90; e io potrei essere d’accordo con un Podoloff ad uno dei tre.
Il giorno, invece, in cui prenderò in considerazione di dare un MVP ad un francese, sarà il girono in cui Rajon Rondo avrà chiesto e ottenuto cittadinanza “française”. Tony Parker starà anche giocando da Richelieu, ma il Most Valuable Player è un’altra cosa.
Ho sentito fare in giro anche il nome di Kevin Love, il Mio Kevin Love.
Né Tim Duncan, né Barkley, né Garnett, o Webber, o Larry Bird o Karl Malone hanno mai tenuto una media di 26.5 punti e 13.6 rimbalzi per un’intera stagione. K-Love l’ha appena fatto, tirando con il 45% dal campo, il 39 da tre e l’82 dalla lunetta. Love ha imparato a punirti con gli stepback dai 20 piedi, con i ganci, oppure da sotto, dando le spalle all’avversario e segnando dai 5 piedi; poi se ti trascina sul perimetro, sa punirti anche da tre. Per quanto mi riguarda è pure uno dei migliori passatori dal low-post che abbiamo in attività. Guardarlo perfezionare tutto ciò, accanto a Rubio sul campo, sarà il mio ricordo preferito di questa stagione. Ciò detto, nessuno alza un MVP con la propria squadra in 12° piazza ad aprile. The best is yet to come, my Dear.
La verità è che la corsa al Podoloff, quest’anno, è una faccenda culturale tra Lebron e KD.
27.2, 7.9 e 6.2, col 53% dal campo, sono i numeri del Primo; 27.9, 8 e 3.5 sono i numeri del Secondo, che tira col 49.7% dal campo, ma anche col 38% da tre. Le due rispettive squadre con lo stesso record di vittorie.
Solo che Lebron non è più stato lo stesso da quell’insignificante partita di febbraio che si è disputata ad Orlando. Quella in cui ha dominato fino all’ultimo minuto per poi passare il testimone ad altri sul più bello (rimediando, tra l’altro, non uno ma ben due tutorial sul da farsi da un disgustato Kobe).
Tutti i media hanno scritto il giorno dopo: “Rilassiamoci ragazzi, era solo un All Star Game”.
Beh, quando il più talentuoso giocatore NBA perde il primo treno per la gloria contro Boston, scomparendo dalla serie più importante di carriera, e poi scompare ancora e ancora e si ripete a Dallas, in gara 4, deferendo sui possessi più importanti del sua seconda chance in Finale, non può essere “solo” un All Star Game. E’ un’inabilità ad accendere l’interruttore dei Campioni quando il momento e la storia te lo richiedono. Anzi, a dirvela tutta, inizio a dubitare che Lebron lo possegga tale interruttore; inizio a pensare che il suo sia il più puro flusso naturale di gesti cestistici dall’IQ tecnico-atletico proibitivo a cui puoi solo chiedere di scorrere a clessidra, ma mai su una scacchiera nell’indiscusso ruolo del Re.
Per cui, fino a quando Lebron a Miami continuerà a giocare di squadra, a coinvolgere i compagni, a confezionare il passaggio perfetto, la tripla perfetta, la schiacciata perfetta, i fogli statistici perfetti, aspettando che venga aprile, per come la vedo io il Podoloff sarà immeritato.
Lo scorso 1° aprile, gli Heat affrontavano i Celtics in una sorta di “must win game”: i Celtics erano in netta ripresa, la partita sarebbe stata in diretta nazionale, Miami era reduce da una striscia negativa (senza neppure addentrarci nelle svariate implicazioni da playoff in ballo quando gli Heat affrontano Boston e soprattutto quando Lebron affronta Boston). Si sono fatti asfaltare di 20, 4 immobili a guardare mentre il 5° optava per il one-on-one.
Il giorno in cui, in un 1° aprile qualsiasi, Lebron impedirà che ciò accada, prendendo in mano l’intero 4° quarto e penetrando dal primo all’ultimo possesso su un vecchietto come Pierce, sarà il giorno in cui un Terzo Podoloff potrebbe essere meritato.
Quest’anno, io il mio lo giro a Kevin Durant. Perché sta disputando la sua stagione più efficiente (28-8-4, 50/38/85), per la squadra che ha fatto vedere il basket più elevato e allo stesso tempo intenso della stagione, perché il suo impatto sui compagni trascende i numeri e perfino i suoi esiziali jumper, perché è il miglior realizzatore puro della Lega, perché allo stesso tempo è il giocatore dell’Association che ci tiene di più, che si impegna di più, che spinge tutti i compagni di più, ogni santo giorno, e se ne frega dei propri numeri, perché avrebbe potuto usare il 2012 accorciato per provare a sforare sopra ai 36 di media e invece difende la sua discussa point-guard ogni volta che si prende più tiri di lui. E lo fa pubblicamente. Perché siamo in pieno territorio Tim Duncan, dove gli equilibri interpersonali in squadra contano più delle statistiche individuali e le vittorie sono l’unica unità di misura, ma senza la sociopatia davanti al pubblico del Big Fundamental e con in cambio un atletismo da fumetto che lo rende un giocatore tecnicamente speciale. Perché le cose con Westbrook avrebbero potuto degenerare, come è successo anche ai più grandi (vedi Shaq/Kobe, Shaq Penny, o Garnett/Marbury), mentre è stato Durant, in prima persona, ad impedire che ciò accadesse, supportando Russ davanti ai media, dandogli le pacche sulla spalla davanti agli allenatori, strigliandolo in spogliatoio quando esagerava e ispirandolo ogni giorno, dentro e fuori dal campo. Perché Lebron scherza con Wade in allenamento al grido di “leviamoci ste 66 dai cogl-beeep-oni”, mentre Durant ai Thunder ricorda ogni giorno “che possiamo essere noi la miglior squadra della Lega.”.































Non tracciare linee di confine, al massimo cerca di non pestarle…











