DopeMen

Written By: ru5 - giu• 17•12

Stava ascoltando “Dope Man” di Jay-Z, quando siamo entrati in spogliatoio prima di gara2.

A quanto pare Lebron non dev’essere molto scaramantico.

L’anno scorso ha sbagliato ogni partita di giugno disputata dopo aver obbligato la squadra a vestirsi prima della palla a due a ritmo del Jigga Man; quest’anno non solo si sta rilassando leggendo “Decoded”, il libro sull’ascesa del suo amico rapper, ma si ostina ad imporre le rime del proprietario dei Nets a tutta la squadra, suonate rigorosamente a palla nello spogliatoio prima di gara2, cantate ad alta voce e a mo’ di scudo psicologico ogni volta che un giornalista entrava con un microfono in mano e gli puntava lo sguardo addosso.

Giovedì sera ha avuto ragione lui.

Anzi, la prova di giovedì sera è stata sicuramente la più solida che gli abbia visto confezionare ad oggi in una Finale NBA e non tanto da un punto di vista numerico. I suoi 30 punti, 9 rimbalzi, 4 assist e 4 rubate di gara1 non sono statisticamente molto lontani dai 32 punti, 8 rimbalzi e 5 assist di gara2, quello che ha fatto la differenza sono stati i liberi mandati a referto quando più la squadra ne aveva bisogno (12-su-12 tra l’altro in serata) e quel bank-shot a 1 minuto e 27 dalla sirena finale in grado di surgelare la fenomenale rimonta dei Thunder nel 4° quarto, prima dell’ornai famoso fallo non fischiato a James sull’ultimo tiro di Durant per il pareggio.

Perfino qui, negli States del fair-play sportivo, hanno cercato di farla diventare una faccenda nazionale, ma i Thunder si sono rivelati troppo “old-school” per abboccare.

“I missed a shot, man!” – ha commentato KD a caldo,  alla 5° domanda giratagli nel dopo-gara circa il presunto fallo non chiamato a Sua Lebronità.

Oggi, Ibaka – che quanto a lingue parlate è secondo solo a Thabo in queste Finali – mi ha spiegato due cose: 1) che i Thunder non hanno nessuna intenzione di farsi distrarre dalle mille luci di South Beach alla maniera dei Mavs 2006 e 2) che il gioco del basket per sua stessa natura tende a dare adito ad interpretazioni arbitrali divergenti, per cui la sola certezza non interpretabile rimane quella di un tiro che cade tra le maglie…

“Se il jumper di Kevin fosse entrato, gli arbitri non avrebbero potuto interpretarlo diversamente; per cui sta a noi convertire i tiri chiave e possibilmente non ritrovarci sotto di 18 dopo 7 minuti di gioco.”.

Dopo la stoppata a James di giovedì sera, con tanto di rivisitazione Mutombiana del ditone oscillato, Serge sta scalando rapidamente la top 5 dei miei giocatori preferiti in queste Finali, in cima – sia chiaro – e per ora neppure lontanamente scalzabile Thabo, probabilmente l’unico svizzero dotato di classe assieme a Roger Federer, oltre ad esser stato recentemente ribattezzato da Lebron e dal Barba “il miglior difensore perimetrale dell’intera Lega”.

Parlando di difesa e tornando a Serge: il congolese non solo difende sul pick-and-roll meglio di ogni altro lungo di Oklahoma, ma influenza come nessun altro il modo in cui Wade e James attaccano il canestro: dal mid-post affidandosi principalmente ai jumper quando lui è sul campo, più volentieri in penetrazione quando Sergione è sul pino.

Quando parla si fa fatica a credere che abbia solo 22 anni; quando gioca è chiaro che i prossimi DPOY (Difensive Player of the Year) saranno una fazenda personale tra lui e Dwight, Serge checché ne dicano gli innamorati di Superman con la potenzialità per mangiarsi offensivamente Howard già nell’immediato futuro.

Fatemi poi ufficializzare Barba-Harden sullo scalino più basso del mio podio delle Finali. Agli allenamenti di oggi si è presentato con un braccialetto alla Julez di Pulp Fiction che recitava: “Corinthians 16:13”.

Sono andata a vedere una volta in camera e la bibbia recita a sua volta: “Vigilate, state saldi nella fede, comportatevi in modo virile, siate forti.”.

Quanto a fede nei Thunder James non teme rivali. Oggi li ha definiti “la squadra perfetta” e a domanda sulla possibilità dei giovani di Oklahoma di incarnare la versione professionistica dei FabFive del college basket ha risposto con il sorriso e la calma di un giamaicano all’ora del tramonto.

“E sai da quando avrà inizio la nostra saga? Da domani. In gara3.”.

Glielo auguro.

Così come auguro a Russell di confezionare una partita da libro statistico, dopo aver subito l’onta di venir definito da Magic, durante il commento a gara2 su ESPN: “La pointguard più imbarazzante della storia del gioco in una Finale NBA.”.

Non sono spesso d’accordo con Mister Erving Johnson davanti ad un microfono, ma la sortita di giovedì è sicuramente l’affermazione meno condivisibile che abbia ascoltato uscire dalla sua bocca.

Così, senza neppure pensarci, mi viene in mente il 2007 e le Finali disputate da Mo’ Williams in una maglia dei Cavs. Se poi dovessi rifletterci per più di un minuto, sento che la lista di giocatori più imbarazzanti di Westbrook in gara2 riempirebbe comodamente un foglio di word.

Il Numero Zero, per altro, ha personalità da vendere e oggi si è presentato all’allenamento con la solita faccia sorridente, i soliti scherzi ai compagni ed un genuino menefreghismo nei confronti di ogni penna presente.

Chapeau.

Se dovessi trovare una lampada, sta sera, ad un incrocio qualsiasi di Ocean Drive, la strofinerei per chiedere al Genio un solo desiderio da esaudirmi.

Far sì che domani il mondo intero si fermi e dipenda da gara3.

Il resto lo affiderei alle mani di Kevin Durant, all’incandescenza tecnico/atletica di Russ e alla voglia di Lebron di mantenere una promessa inattesa da ormai troppo tempo.

Thabo su Battier a tratti e Harden da tre nel 4° quarto per le proverbiali ciliegine sulla Finale più in bilico tra poesia sportiva e freddi aggiustamenti strategici degli ultimi 10 anni.

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FEEL OUT GAME

Written By: ru5 - giu• 15•12

Sono usciti ridendo dal corridoio, si sono seduti e hanno continuato a ridere tra di loro.

Poi si sono detti soddisfatti dei tiri che si sono costruiti, dei tiri che hanno costruito per i compagni e di come hanno giocato.

“A volte non puoi mettere tutti i jumper che provi. A volte devi pensare ad influenzare il risultato sul lato difensivo.” – ha commentato D-Wade con lo sguardo distaccato.

“Altre volte devi solo aspettare che le cose girino per il verso giusto…Senza perdere fiducia in te stesso…” – ha chiosato Lebron.

Se lo chiedete a me c’era una frase che Mike Tyson ripeteva spesso: “ Pensano tutti di avere un piano vincente, fino a quando non salgono sul ring e mi trovano lì ad aspettarli.”.

Se me lo chiedete ancora vi dico che a volte i Celtics mi mancano da morire. E assieme a loro mi mancano le due Finali tra Gialloviola e Verdi.

Non dico che il basket NBA debba sempre e necessariamente essere drammatico o cinematografico, ma la prima conferenza stampa dopo gara1 è stato il più sinistro dei dejavu. Due dei Big Three di Miami (i soliti Due), sul podio con qualche colore pastello indosso, a sparar ovvietà; Spoelstra – vada sottolineato – il primo a dare il via frasi fatte e ritrite.

“It’s a long series…”.

“We just need to regroup but we are not worried…”

“We had a good plan but they wanted game1 more than us”…

Il tutto mentre il Terzo dei Big Three (Sir Bosh) nell’angolo dello spogliatoio ospiti professava verità.

“Abbiamo smesso di attaccare il canestro. Quando i jumper non entrano, bisogna cercare punti sotto ai tabelloni e noi non l’abbiamo fatto. Io per primo mi aspetto di essere più incisivo vicino al canestro, sia in termini di rimbalzi che di lay-in convertiti.”.

Per fortuna che tra le due squadre chi era considerato a rischio di morte per eccessiva fiducia nei propri tiri in sospensione era Oklahoma City.

Io, più guardo i Thunder, più mi rendo conto dei passi da gigante che hanno fatto in un mese di playoff, l’iniziazione a Nuovi Titani 2012 contro gli espertissimi e favoriti Spurs.

Quanto a KD: potrebbe chiudere la carriera come il più efficiente/ raffinato/versatile realizzatore della storia del gioco.

Un momento ti ricorda George Gervin (e stiamo parlando di uno dei miei momenti preferiti), il momento dopo assomiglia a Nowitzki, per la pazienza con cui sa costruirsi la migliore opportunità realizzativa una volta ricevuti gli spicchi vicino all’arco da tre; il momento dopo, in controtempo,  quando va dentro per la schiacciata volante, mi ricorda addirittura Doctor J. E se Russell è in modalità Perché-Mai-dovrei-essere-io-la-Seconda-Banana, KD non ha problemi a reincarnarsi nei panni di Robert-Mr.June-Horry, smarcato sulla linea da tre per quei due/tre secondi sufficienti a gelare gara e avversari da lontano, sempre che Westbrook si degni di accorgersene.

Ma questi sono dettagli.

I due sono davvero uniti, anche perché ho la netta sensazione che in un modo del  tutto iconoclastico non ci sia combo più azzeccato del loro a dispetto di ogni elucubrazione da parte di noi media sull’egoismo dello Zero, sui pochi tocchi del Trentacinque e sulla necessità per Durant di una pointguard pura.

E a proposto di pointguard: Fisher non sta incontrando difficoltà a rivestire il ruolo del vecchio saggio anche nel suo nuovo spogliatoio, anzi. E’ un libro stampato con noi giornalisti, uno zio che dà sicurezza ai compagni dall’alto dei suoi 5 anelli e che confeziona la giocata giusta o il tiro sposta inerzia quando più servono, vedi quelli da super-veterano inchiodati a fine 2° quarto.

Ieri, in allenamento, ha ammesso il nervosismo dei Thunder prima di gara1, ma anche il DNA dei vincenti quando ci si trova a tu per tu con i famosi tram che la storia ci fa fermare davanti per qualche istante chiave.

“Questi ragazzi hanno sudato e lavorato duro fin da bambini per vivere un momento come questo. Se non fossero stati nervosi sulla prima palla a due, non sarebbero arrivati fino a qui. Poi, nella seconda metà di gara hanno dimostrato  che un conto è il nervosismo, un conto è come riesci a gestirlo da fiero competitore.”.

Amen.

Lebron, che occhio e croce sarebbe al 3° tram – sempre escludendo una celebre serie tra Boston e Cleveland  nel 2008 – ha definito gara1 una feel-out game: letteralmente, una gara per prendere le misure, per testare gli umori.

Purtroppo per lui, martedì sera gli unici con matita e righello sono sembrati i Thunder, contratti nella prima metà di gara, aggressivi e precisi nella seconda, Thabo e Collison i due x-factor su cui gli Heat non facevano affidamento.

Nick, al contrario, il primo a fare affidamento sulle doti offensive di Bosh.

“Una volta ho combinato un casino in difesa solo perché ho provato a uccellare Chris. Sono stato un bamboccio…Non si può sottovalutare un All Star come lui.”.

Se flirtare con la doppia-doppia (8 e 10) e tenere CB1 a 5 rimbalzi, due soli viaggi in lunetta e 4-su-11 è essere bambocci, i Thunder sono a cavallo.

Soprattutto quando gente come Collison, Thabo e Ibaka dimostra tanta extra dose di savoir faire in allenamento, in gara e nel pre-gara quanto quella sciorinata da questo trio nei primi 3 giorni di Finali.

Sefolosha è probabilmente il più intervistato tout court, anche perché parla fluentemente inglese, francese e italiano e sta vivendo una giornata da leone dopo le cento da pecora che dura da circa due settimane. Non potrebbe essere più educato, disponibile e rilassato con tutti. Chapeau.

A Russell va il premio come simpatica canaglia: spaparanzato su due seggiole in spogliatoio, o inguainato in un look da Andre 3000, è il più guascone dei Thunder e fatto di materiale analizzabile solo alla NASA.

Mentre la miglior personalità a bordo campo è stata finora Wanda Pratt, alias KD’s Mom.

Ha confessato ai microfoni di aver sbagliato la strada per l’arena prima di gara1, per l’emozione, di aver preparato a Kevin le sue chele di granchio preferite come antipasto, ma di aver temporeggiato sul polpettone di casa Pratt perché troppo pesante prima di una partita importante.

“Lo cucinerò a Kevin solo a Finale terminata.”.

KD da par suo ha dovuto calmare chiunque, dai familiari ai compagni.

“Hey” – si narra abbia esclamato – “volete calmarvi tutti quanti! In fondo è solo una partita di basket!”.

Se rinasco con l’istinto materno, voglio un figlio così.

Nell’altro spogliatoio invece si respirava la stessa tensione di 12 mesi fa. Wade e Lebron di spalle ad infilarsi in tutine nere della under armour, le cuffie di Doctor Dre sulle orecchie, gli sguardi truci verso i media.

C’è un nuovo Heat però che salvo assieme a quel gran signore di Bosh; è per quanto mi pesi ammetterlo, trattasi di Shane-Sharpei-Battier.

L’ex-Dukie parla come parlerebbe Paul Auster alla presentazione di un suo libro e – cosa ancora più sorprendente – il ragazzo è genuinamente dotato di senso dell’umorismo.

Ha parlato dell’odio subito dentro ad una maglia di Duke e dell’indifferenza nei confronti delle arene rumorose come la Chesapeake Energy Arena quando giochi al Cameron Stadium.

“L’astio attorno a Lebron non è niente se sei stato un Blue Devil. Da quando sono agli Heat è palpabile la voglia che il mondo ha di vederti cadere, fallire…Io personalmente ho smesso di guardare i notiziari sportivi e di leggere i giornali. Fossi Lebron farei lo stesso. Il resto è solo basket. Gente che mette una palla in un canestro e altra gente che prova a fermarla.”.

Hem hem, a proposito, Shane, Russ si è lamentato della tua pessima abitudine di mettere le mani in faccia ai tiratori avversari…” – ha sondato il terreno un giornalista.

Non l’avesse mai fatto.

“Finalmente! Sono anni che faccio quello scherzetto a Kobe e non ha mai ammesso che gli desse terribilmente fastidio.  Allora funziona!”.

Non c’è niente da fare: nello sport ci sono i giocatori di Duke, ci sono i New York Yankees, ci sono gli eroi e ci sono i “villain” – i cattivoni; ci sono le stelle adorate da tutti, come KD, e ci sono i nemici pubblici alla Lebron. Quelli che il mondo aspetta al varco, possibilmente con una sciabola in mano.

Io ho deposto la mia, ve lo giuro. Dopo gara6 contro i Celtics voglio pensare che in fondo a 27 anni neppure Mike (Jordan) aveva ancora un anello.

E a onor del vero, in gara1, The Artist Currently Known as The Frozen One  non si è tirato indietro. Tutt’altro. Quello si può dire semmai di un irriconoscibile Wade.

Lebron ha semplicemente trovato un avversario che ha giocato meglio di lui. Per almeno 2 quarti su 4.

Ai Thunder basta sbagliare per 12 minuti per aver voglia di correggersi subito.

I due di South Beach, invece, quando hanno ridacchiato in sala stampa dopo la sconfitta, mi hanno ricordato che a volte per crescere non basta una lezione sola. A volta non ne bastano neppure due.

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Life after Death

Written By: ru5 - giu• 10•12

Al terzo tentativo i Thunder hanno messo fine all’ingombrante striscia di 20 vittorie degli Spurs. E non grazie a una serata confezionata apposta da Kevin Durant per i nipotini, ma bensì per merito di un semplice aggiustamento difensivo da parte di coach Brooks, il capo allenatore più discusso degli scorsi playoff e uno dei più sottovalutati dai media a sud del solito Sir Charles.

Dopo i 34 e 8 di Parker in gara2, a Sefolosha è stato affidato il compito di stare davanti al Francesino; dopo i primi 3 minuti di gara3 lo Svizzero aveva già archiviato tre preziosissime palle rubate.

E dopo aver tenuto una media stagionale di 4 tiri tentati a sera, Thabo ha chiuso con 16 conclusioni personali e un’autentica charada da dietro l’arco; il tutto mentre Westbrook poteva recuperare il proprio ritmo e battiti da rockstar psichedelica per 9  assist, 4 steal e 2 stoppate delle sue.

Ecco, qualcuno potrebbe pensare che prendersi 10 triple in una partita da vivi-o-muori sia eccessivo anche per un franchise player, figuriamoci per un giocatore di ruolo, ma la verità è che se ne converti il 40% nella tua serata di grazia, te ne lascerei prendere una dozzina più che volentieri. I 19 punti, 6 rimbalzi e 6 ineffabili steal di Sefolosha in gara3 hanno letteralmente riportato Oklahoma in vita, in arresto cardiaco dal + 9 di gara1, cancellato dagli Spurs in una manciata di minuti d’autore nel 4° quarto di esordio della serie, dopo aver instillato in Durant, Westbrook & Company il germe della paura con 3 quarti di efficienza ispirata.

Devo essere sincera: per quanto impressionanti mi fossero sembrati nei primi due turni, non pensavo che Duncan, Ginobili e Parker potessero atleticamente  reggere gli ottani di Oklahoma e il superbasket di Russell e KD (fiduciosa anche del fatto che benché tutti non facessero che parlare dell’8-a-0 di San Antonio, i Thunder erano pur sempre arrivati in Finale di Conference sull’8-a-1; e dopo aver affrontato i Campioni in carica e gli ex-campioni in ascesa).

E invece nelle prime due gare è andata esattamente al contrario: Durant imbavagliato da Stephen Jackson con i trucchi del mestiere, Perkins scherzato sia da Duncan che da Splitter, Russ e Harden in affanno su Parker e Ginobili.

Mi sono detta: forse sono davvero troppo giovani e inesperti per poter reggere l’intensità di gioco e il metodico movimento di palla degli Spurs per 48 minuti filati, nessuna pausa mentale consentita neppure sulla più innocua delle rimesse….

Per alcune cose non ci sono scorciatoie che tengano; serve semplicemente tempo.

Se poi i Big Three di San Antonio continuavano a convertire come in gara1, oltre il 60% nei primi 3 quarti e oltre il 55% nell’ultimo quarto, sarebbe servita una sola cosa e una soltanto:  il tanto atteso “unlikely hero” – o eroe per caso che dir si voglia – che tanta parte della storia NBA ha scritto da aprile in poi e che proprio gli Spurs, tanto per cambiare, hanno trasformato in chiave di sistema nei loro ultimi anni di dinastia.

Chi di spada ferisce….

Gara3 non ci ha restituito il Kevin Durant  a cui ci eravamo abituati in questi playoff (N.B.: per quello è stata sufficiente gara4). Solo 22 punti su 17 tentativi dal campo non è il vostro KD 2K12, né tanto meno vederlo ingolfato da fuori o titubante nell’andarsi a prendere due liberi di forza penetrando a canestro…La sua schiacciata su Tim Duncan a 3.01 ancora da giocare nel 1° quarto ha comunque sollevato sugli stivali l’intera Cheasapeake Arena…Più la sottoscritta.

Mi ero già alzata, per altro, sull’8-a-zero secco dei Thunder, ad inizio gara, Big Perk in costante aiuto difensivo su Tony e Manu dopo la serataccia di gara2 e le critiche pubbliche mossegli dall’intero cast della TNT. Kendrick ha impedito l’ennesimo pick-n-roll degli Spurs, si è voltato verso il tavolo di Marv Albert, Steve Kerr e Reggie Miller e ha urlato: “Parlate di questo adesso!”.

Chissà come mai è il miglior amico di Rajon Rondo nella lega…

Aggiungeteci la serataccia di Duncan (5-su-15 al tiro), Parker tenuto a soli 16 punti e coach Brooks non ha avuto bisogno di ricorrere all’Hack-a-Splitter di gara2, la mossa tanto criticata da Popovich e dai media di San Antonio, smemorati sul come siano andate le cose con Horry su Steve Nash nel 2005 o su Shaquille ONeal, sempre contro Phoneix, nei playoff del 2008.

A quel punto, dopo aver dimostrato al mondo – e a sé stessi – che gli Spurs non erano imbattibili, i Thunder hanno inscenato una gara4 da incorniciare. KD, partito piano nella prima metà di gara (solo 4 tiri tentati nei primi 2 quarti), ha ripreso da dove aveva lasciato contro i Lakers, svoltando la seconda boa jordaniana nel 4° quarto e illuminando la serie con una nuova forma di dominio a spicchi: prima 8 assist per tenere accesa la serata calda dei compagni (svariati di lettura e fattura che non credevo già nelle sue corde) e poi 18 dei suoi 36 punti finali inanellati senza maglie ferire negli ultimi 7 minuti di gioco, jumper dopo jumper, indipendentemente dai raddoppi difensivi escogitati da coach Pop, indipendentemente dai mismatch sfruttabili o meno sul campo, in totale trance agonistica da anni ’90, con la differenza che a portar palla, a prendersi la squadra sulle spalle in ogni giocata chiave della stagione e a proiettare destino sul parquet del futuro c’era un lungo di due-metri-e-7 e non la guardia più clutch e dispensatrice di vittorie della storia del gioco.

Ma se a KD è toccato l’onere/onore di mettere in ghiaccio il 2 pari, è stato Serge (Ibaka) la vera storia di gara4, con un tabellino perfetto da 11-su-11 al tiro, 26 punti di career-high e il solito panico collettivo instillato negli avversari in difesa, più – ça va sans dire – le 3 stoppate sindacali.

Quest’anno più che mai abbiamo visto il Congolese cambiare il corso delle gare con la sua onnipresenza atletica, ma è molto raro vederlo esplodere in attacco; in gara4, quando gli Spurs gli hanno lasciato spazio snobbando il suo mid-jumper, Serge si è messo a convertire ogni tiro in sospensione dai 18 piedi, gli unici tête-à-tête con il ferro quando decideva di bruciare i difensori in maglia nero-argento per la schiacciata di potenza.

Dopo il 2-a-2 acciuffato dai Thunder, ogni tifoso di San Antonio ha pronunciato le seguenti parole in un bar a caso di quelli fintamente tex-mex o italiani che proliferano sul Paseo del Rio: “Neppure se ci riprova cento altre volte Ibaka ne mette ancora 26 senza sbagliare un tiro!”…

Erano per altro gli stessi tifosi che avevano detto dopo gara3: “Non ricapita mai più che uno come Sefolosha ti cambia una serie in difesa e poi ne mette 19 quasi tutti coi piedi dietro l’arco!”.

La verità è che gli Spurs e i loro tifosi hanno la memoria più corta dell’intera Association.

La verità è che fare affidamento sui propri giocatori di ruolo per sconfiggere 4 volte di seguito la miglior squadra della regular season non dovrebbe essere un piano sostenibile, ma è esattamente quello che è successo a cavallo tra gara3 e gara6 ai Thunder, con le proprie superstelle in difficoltà nelle prime metà di gara e i gregari come Perkins, Collins, Serge, Thabo e Fisher, capaci di collezionare tutte le giocate sposta inerzia per Oklahoma in attesa dei 4° quarti di Durant. E delle triple del Barba.

La verità è che gli Spurs avrebbero dovuto saperlo meglio di chiunque altro. Soprattutto in questa loro ultima corsa di playoff contro il tempo. Danny Green, lo stesso giocatore tagliato dai Cavaliers in favore di tale Manny Harris, in questa postseason non ha fatto altro che convertire step-back-jumper e triple come se fosse Ben Gordon in una maglia Bulls 2009; Boris Diaw, tagliato dalla peggior squadra nella storia dell’NBA, è partito titolare portando a casa un impressionante 61.9% di “true shooting percentage” (la percentuale di efficienza al tiro ottenuta sommando le percentuali dal campo, da tre e dai liberi.). Senza parlare di Kawhi Leonard, il meno NBA ready tra i prospetti dello scorso draft e autore di un maggio ammorbante: si è sacrificato su entrambi i lati del campo, azione dopo azione, e ha fatto tutte quelle piccole cose per cui l’allenatore e i compagni ti adorano; pronto a cianchettare e a scambiare effusioni con gli avversari più grossi sotto ai canestri, si è pure permesso di imparare in corsa come si mette quel tiro in sospensione dal perimetro che a San Diego State poteva solo sognarsi.

Quanto al gran spavento procurato ai Thunder in gara1, una medaglia al valore (e al tiro) va girata a Gary Neal, spesso oscurato dalla grandezza di Tony in fraseggio sublime con Tim, ma in possesso di un jumper che in un mondo ideale lo farebbe partire titolare in più di una franchigia NBA. Poi, come tutti sappiamo, se Gary dovesse lasciare coach Pop e il suo “sistema a spicchi ideale”, con tutta probabilità si spegnerebbe nell’irrilevanza tecnico/tattica, non ritrovando più né tiro né fiducia.

Non tutti sanno “fare l’amore con la pressione” – per citare le immortali parole di Captain Jackson quando ancora vestiva una maglia Warriors; le sue 6 triple contro Oklahoma in gara6, in quella bolgia che chiamano Loud City, spiegano come mai il primo giorno (2002) che Stephen e Manu si sono ritrovati a giocare per la stessa squadra sono diventati amici per la pelle. La sua difesa su Durant un autentico cameo vintage al pari della serie giocata da Parker, Duncan e Ginobili, quest’ultimo in pieno revival 2007.

Gli Spurs avrebbero potuto scappare via sul 2-a-0; c’era ogni ragionevole motivo e segnale per convincersi che l’avrebbero fatto, trascinati da un basket allenato all’esecuzione perfetta così come ci si allena a convertire i tiri liberi con due secondi sul cronometro e la tua squadra sotto di uno. Durant e Westbrook erano tornati quelli di gara5 contro Dallas alle Finali di Conference dell’anno scorso e ad Harden veniva chiesto di salvare capra e cavoli nel 4° quarto alla luce del Suo Titolo di Sesto Uomo dell’Anno. Dopo l’exploit di Sefolosha, i Thunder avrebbero potuto affidarsi al  loro ineguagliabile Campione Offensivo, farsi gestire da una pointguard posseduta dal proprio sconfinato talento e limitarne i danni da overdose atletica mettendo palla nella mani della loro guardia emergente, ma alla fine gli Spurs pur andando sotto nel punteggio non avrebbero mollato, anzi, sarebbero riusciti a prendersi i tiri preferiti, esattamente sulle loro mattonelle, in ogni 4° quarto, trovando il modo di chiudere davanti sulle sirene finali mentre Oklahoma si faceva abbagliare dalla luce prismatica dell’architettura a spicchi di San Antonio. Oklahoma sarebbe stata una bella storia di basket, un piccolo mercato trasformato in perenne contendente al titolo grazie alla propria giovanissima superstella innamorata del gioco, della sua maglia e del proprio pubblico di casa. Si sarebbe potuto sognare per svariate stagioni. Chiedere a Cleveland per credere.

Poi è arrivata gara6 e sono stati i Thunder ad andare sotto di 18. Sono stati loro a non mollare. Anzi. Hanno sgobbato su ogni azione, su ogni palla, su ogni rimessa, su ogni tiro costruito e preso. Non sono stati gli Spurs a crollare sotto al peso degli anni, sono stati i Thunder a lavorare ancora di più. E a lavorare meglio, per quasi 2 quarti di partita tirata. Dopo una gara5 che sembrava difficilmente ripetibile, Durant e compagni, a dispetto dei loro 23 anni di media, non hanno solo eseguito con più efficienza, ma con più stile e classe rispetto agli Spurs, la creatura plasmata ad immagine e somiglianza di coach Pop e come coach Pop fin troppo sotto controllo anche quando sceglie di apparire a briglie sciolte, per metà una delle migliori menti di basket se si tratta di cercare soluzioni ai problemi tecnici e tattici posti dal proprio roster e da quello degli avversari, per l’altra metà un ex-agente della CIA dall’aspetto vagamente inquietante e l’atteggiamento becero da Mourinho di cui in molti non sentiremo la mancanza questo giugno in sala stampa.

I Thunder, versione non ortodossa e ancora incompiuta degli Spurs, hanno dimostrato al mondo che tra il sistema “platonicamente” giusto di Pop e la fluida armonia che assume il gioco quando a giocarlo ad alti ottani sono Tre dei Più Grandi Interpreti di Basket dei Prossimi 10 anni, vincono questi Tre, i Nuovi Original Big Three del Futuro, non assemblati via Decisioni o alleanze tra Superstelle in disperata corsa all’anello, ma alla vecchia maniera come succedeva a Jordan, Pippen e Rodman (o Harper che dir si voglia), o a Stockton, Hornacek e Malone.

Non mi ricordavo una serie disputata su tali vette di eccellenza cestistica proprio dalle ultime due Finali tra i Bulls e i Jazz di cui sopra: per intensità, per presenza di spirito, tecnica e squadra di entrambe le due rivali, per i duelli nel duello tra chi è più furbo, chi è più esperto e/o lucido, chi è più feroce e/o determinato.

E’ stato uno di quei lunghissimi momenti di basket in cui lo sport fa capire anche ai meno tifosi in che bolla di esaltazione può rimanere intrappolato e intrappolarti a sua volta. Se ci finisci dentro non contano più i punteggi, volteggi a fiato sospeso da un gesto di agonismo puro all’altro e quando sarà tutto finto te lo ricorderai a flash, una serie rallentata di flash davanti ai tuoi occhi, per anni e anni a venire.

C’è chi sostiene che non si possa (o debba) essere più gli stessi dopo bolle come gara6 tra Thunder e Spurs. Io  mi auguro che la Lega non sia più la stessa; mi auguro che Durant mi regali un cinquantello o un supplementare nei prossimi 15 giorni per raccogliere un testimone che aspetta dal  14 giugno 1998; mi auguro un finale epico dopo una stagione da dimenticare; mi auguro che Harden abbia davvero tenuto il suo meglio per ultimo, mi auguro che ancora una volta si ritrovi gli spicchi più pesanti tra le mani, si guardi attorno, sorvegli avversari e compagni e poi mandi per aria una tripla che grida “fanculo gli schemi, è nata una stella!”

P.S. Ci sono poche cose che mi lasciano emotivamente più agonizzante di una gara4 da do-or-die in una serie di playoff al meglio delle 7. Per non parlare di una decisiva gara5 sul 2 pari. Ecco, queste Finali di Conference ci hanno regalato una coppia di gare4 e 5, su entrambe le coste, da libro di storia. E se ad ovest è sembrato un action-movie alla Bigelow, ad est è andato in onda un vecchio western, Rajon Rondo tutto quello che un tifoso bastian contrario possa desiderare. Non ha ancora un jumper affidabile –a dispetto di quanto possa essere sembrato in gara2, 3, 4  e 5 – non ha il cinismo tecnico di Chris Paul, perché ci sono lati del suo gioco che non controlla, così come lati del carattere che non vuole smussare, ma la sua produzione, il suo impatto e il modo in cui comanda l’andamento di una gara di basket è senza precedenti. Ha letteralmente sbrindellato la ragnatela difensiva che gli Heat gli hanno appiccicato addosso e ha fatto per lunghi tratti sembrare Wade e Lebron materiale diverso da quello su cui si sfoggia l’argenteria a fine giugno. I suoi 2 assist in gara4, prima a Garnett e poi al Capitano, due delle cose più sublimi che vi possa capitare di testimoniare ai bordi di un rettangolo in legno duro. Il passaggio ad una mano, fuori, per Pietrus aperto da tre nella bolgia finale di gara5 la terza.

L’MVP della Lega ha giocato come tale, in tutte le prime metà di gara, Garnett e Pierce hanno giocato da Campioni – punto e basta – in quasi tutte le seconde metà di gioco tranne due, quando le gambe hanno smesso di girare.

Com’era prevedibile Bosh ha consentito agli Heat di vincere la serie, proprio mentre Wade e Chalmers faticavano a sgusciar via alla tignosa difesa Verde e Lebron era il solo ad andare dentro come un treno con la stessa faccia di gara6. Quando CB1 ha iniziato a convertire da fuori, i Celtics sono stati obbligati ad uscire dal verniciato e a lasciare aperti corridoi a canestro per Wade e James. Non credo che il Prescelto abbia giocato al massimo delle sue possibilità – anche perché, con tutto il rispetto per Brandon Bass e per la sua abnegazione in gara7, Il Sei avrebbe dovuto far pagare tale affronto difensivo molto più salatamente a Doc Rivers; l’ho visto però giocare finalmente da leader, prendendosi tutte le responsabilità e convertendone meno che in gara6. Tuttavia, di fronte ai Celtics eroici di questo maggio, è difficile credere che l’approdo di Miami in Finale sia necessariamente un bene per il basket. E giuro che non lo dico da prevenuta.

Per quanto Wade e Lebron siano capaci di giocate individuali dell’altro mondo, hanno entrambi perso lungo la strada quel puro “love of the game” che palpita sotto le maglie dei Ray Allen, dei KG, di Kevin Durant e palpitava l’anno scorso in ogni singola movenza dei Mavericks in toto. Non arrivo a dire che non vogliano l’anello quanto gli altri; non sono né così scema, né così ingenua; l’anello lo vogliono eccome, disperatamente, ma lo vogliono come un imprenditore vuole il successo.

Lo sport vive di altro, un po’ come il rap.  Jay-Z rima per costruirsi un impero, 2Pac rimava per fare e disfare la storia della musica.

Non ci sono giocatori di basket più completi di Lebron a sto mondo, ma spero che questo giugno incoroni piuttosto il più completo professionista sportivo, qualcuno che abbia ben chiaro quali sono tutti gli oneri e onori di un Campione NBA e non ne voglia solo una parte.

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No More Drama, let’s play the game

Written By: ru5 - mag• 28•12

Scusatemi se manco da tre settimane, ma la Francia e il suo Champagne mi hanno impedito di professare la mia fede a spicchi su TR; e a onor del vero io non ho opposto strenua resistenza al perlage perfetto.

Per cui, dato che c’è tanto da ricapitolare, parto spedita. Da D-Rose.

Quando arrivano i playoffs tutto ciò che aggiunge pathos, incertezza e “sangue” dovrebbe farci felici.

Di uno, però, tra tutti gli infortuni di questa bizzarra postseason 2012, ne avrei fatto volentieri a meno.

I Bulls stavano dominando gara1 del 1° turno quando la storia ha cambiato bruscamente  rotta. Un minuto e 30 sul cronometro da giocare e Derrick Rose è andato forte a canestro, come fa più o meno dal primo giorno in cui ha messo piede nella Lega; si è leggermente scomposto in aria – come fa più o meno dal primo giorno in cui ha messo piede nella Lega – e, quando è riatterrato sul legno duro, qualcosa nel ginocchio ha ceduto. Nessun contatto con gli avversari, nessuna collisione, neppure una piccola botta o spinta, il che quando si tratta di sport professionistico lascia quasi sempre presagire il peggio.

L’MVP, ancora in carica quel 28 aprile (e l’unico che abbia intenzione di considerare tale fino al 2013), oltre che uno fra i giocatori più umili, determinati e seri dell’Association, è collassato a terra con un crociato anteriore irrimediabilmente lacerato assieme alle ambizioni da titolo dei Bulls di quest’anno.

E adesso, a distanza di 3 settimane, si parla addirittura di intera stagione 2013 a rischio.

Fatto sta che Philadelphia è approdata al 2° turno e non mi è dispiaciuto per niente. Sono giovani, corrono tanto, sono sufficientemente irriverenti per rendere le faccende interessanti a fine aprile e sono tutti quanti tecnicamente dotati – perfino Lavoy Allen, su cui nessuno scommetteva un cent dopo 4 anni a Temple e che invece ha difeso così bene su Garnett da farci ricredere sull’utilità dei 4 canonici anni di college basket. Il fatto che non abbiano una vera superstella, tra l’altro, fa di loro i Nuggets dell’Est, con la differenza che il coach dei Sixers è un signore se ce n’è ancora uno sui pini NBA, oltre a saper far girare un roster al pieno dei cilindri indipendentemente dall’utilitaria che gli viene rifilata stagione dopo stagione. A dirvela tutta, Chicago avrebbe dovuto essere tecnicamente pronta a scavalcare i Sixers anche senza D-Rose. Lo stesso dicasi per lo staff tecnico, reduce da un’intera stagione regolare senza la propria superstella – e stiamo parlando della tavola di allenatori collettivamente forse più preparata della Lega.

La sola ad aver diritto a non essere preparata ai playoffs 2012 senza Derrick Rose era la sottoscritta, soprattutto dopo il suo esordio da 23-9-e-9, più 3-su-6 da tre, che prometteva fuoco e fiamme quando i Bulls avrebbero incrociato nuovamente i guanti con Miami.

Non voglio neppure pensarci.

E’ stato nettamente meglio concentrarsi su Kevin Durant. Fin da subito.

Gara1 tra i Thunder e i campioni in carica di Dallas è stata epica; scegliere un giocatore da incoronare su tutti un piacevole cruccio: the Jet, ovunque sul rettangolo, ha trascinato i Mavs nei primi due quarti, con 8-su-10 dal campo, alcuni assist chiave e i soliti giganteschi testicoli sciorinati in occasione dei jumper più sconsigliati ma mandati comunque  a referto, poi mi sono esaltata osservando il nuovo Westbrook, semplicemente il Thunder più solido per tutta la sera, con una striscia da 28-5-4-3 e molte delle giocate sposta-inerzia dei suoi; nel frattempo Ibaka mi è sembrato stoppare qualcosa come una quindicina di tiri avversari (in realtà ne ha rispediti al mittente “solo” 5), poi sulla sirena dell’halftime ha convertito la prima tripla di carriera e ho pensato fosse la sua buona stella, mentre sulla giocata da tre punti, con meno di un minuto sul cronometro e tanto di posterizzazione di Herr Dirk, ho capito semmai che poteva essere nata una stella. Anche Jason Kidd mi ha stregato, con un autentico clinic in playmaking della durata dell’intero 4° quarto. Mi sono inchinata e gli ho chiesto scusa. Per chi non lo sapesse di già: ho detestato The Oakland’s Finest per un’intera carriera, fino a quando non ha fatto che stupirmi, in ogni singolo turno di playoff disputato dall’aprile scorso. Senza parlare del fatto che nella serie contro Oklahoma il suo dirimpettaio poteva comodamente essere suo figlio.

Quanto a Dirk, non si è teutonici a sto mondo per niente: partito freddo al tiro, Capitan Nowitzki ha venduto cara la pelle con le solite giocate eroiche dell’ultimo periodo, in totale modalità vintage da superstella-solista nella nuova era dei Big Three o Four.

La parola fine, però, l’ha messa KD, esorcizzando un’estate intera passata a ripensare alle Finali di Conference dell’anno scorso. Dopo aver disputato la sua partita più ordinaria di stagione, tirando con un anti-durantulesco 9-su-26 e perseguitato per tutto il campo da quel Drugo di Marion, a pochi secondi dalla sirena finale Kevin ha mandato a referto un jumper fuori equilibrio, con una mano sola, che sembrava destinato a tutto fuorché alle maglie avversarie. Ferro, poi tabella, poi rete.

Una spettacolare giocata finale per una tra le più spettacolari gare di playoffs degli ultimi anni.

E se chiedete a me cosa ne penso di quel tiro, non vi dirò mai che è stata fortuna. Neppure dopo una quindicina di replay.

I veri campioni se la costruiscono la propria fortuna – così si dice al di là dell’Atlantico – e io ci credo.

Non solo: ai grandi tiratori la carambola svirgola anche nel verso giusto. Nove volte su dieci.

Quello che mi ha fatto oltremodo godere è il fatto che KD si sia preso quel tiro decisivo dopo una serataccia assolutamente aritmica; l’ha chiesto, l’ha cercato, se l’è andato a prendere con uno spin-move da manuale su Marion, la sua bestia nera dal primo minuto di gioco.

Quando ci volteremo indietro ai primi di luglio, questa gara1 contro i Mavs potrebbe essere ricordata come la prima boa “Jordaniana” svoltata dal Trentacinque, mostrando una volontà di vittoria e una determinazione che al Piano di Sopra al giorno d’oggi competono solo a Kobe Bryant, che ché se ne dica sui vari Wade, Pierce, Ginobili o Chris Paul della Lega.

Prima di archiviare il capitolo sui primi turni mi va di girare un’Honorable Mention a Lebron. Ebbene sì.

Dopo la prima mezzora di gara1 contro New York, la serie era già finita; i Knicks incapaci di stare sullo stesso ring degli Heat. E il merito va girato tutto a Sir James: brutale, indemoniato, pronto a provare al mondo che nel 2012 non si farà cogliere di sorpresa. Dalla prima palla a due dei suoi playoff, Sua Lebronità si è preoccupato unicamente di apporre il proprio sigillo sulla partita, senza curarsi di coinvolgere i compagni o di dividere oneri e onori con D-wade e Bosh. Non mi interessa se i suoi assist e i suoi rimbalzi a fine serata sono stati la metà di quelli soliti; è questa la versione di Lebron che voglio vedere. E con molta probabilità’ è la stessa versione che anche Pat Riley vorrebbe vedere, da aprile in poi.

Degni di nota drammatica nel 1° turno di playoffs sono stati anche il come-back storico da parte dei Clippers sui “Miei” Grizzlies, altrettanta pagina di storia vergata da Andrew Bynum a Los Angeles e, dulcis in fundo, il colpo di testa del Mio Rondo, il più scaltro giocatore della Lega inspiegabilmente fuori controllo per una manciata di secondi più che sufficienti a chiudere la stagione dei Verdi, se non che la suddetta stagione dei Verdi è iniziata proprio con il proprio Deus ex machina in borghese per gara2. Bentornati.

Sull’altra costa Bynum ha mandato a referto per i Lakers la prima tripla-doppia da postseason dai giorni di Magic (Finali NBA 1991): 10 punti, 13 rimbalzi, più 10 incredibili stoppate che hanno reso finalmente felice coach Brown, da gennaio nelle orecchie del ragazzo con la ferma intenzione di trasformarlo in un flagello difensivo.

Andrew, ammettiamolo, è stato un autentico punkkabestia quest’anno, con la testa tronfia dall’All Star Game, i falli stupidi e le facce mostrate alle telecamere ad ogni stoppata di Griffin su Gasol…Però, come dice Phil Jackson da tempo, i titoli dei Lakers – i recenti e possibilmente i futuri – non possono prescindere da lui. Me lo ricordo la prima volta che a 18 anni ha negato la bimane a Shaq, tenendogli testa mentre The Diesel provava ad imbarazzare l’ennesimo pupo. Il mondo ha visto che razza di talento per il gioco Bynum abbia; i troppi infortuni in tenera età e le serate alla Playboy Mansion ci hanno mostrato invece una delle tante facce che possono avere gli Incompiuti D.O.C. nella Lega più Famosa al Mondo…

Tornando ai Clippers, vale lo stesso discorso fatto per i Thunder in gara1: CP3 ha orchestrato la più grande rimonta da playoffs in un ultimo quarto, con 7 assist registrati alla NASA più i liberi chiave a 23 secondi dalla fine , ma – a dirla tutta – senza i muscoli di Reggie Evans e senza l’estro e le 3 triple pesanti di Nick Young in un minuto, la serie avrebbe potuto prendere una piega diversa.

Non ce l’ho con Paul, né con i Clippers in senso lato; dico solo che non sono da mese di aprile. Ad aprile, piuttosto che legare il mio destino da postseason al Tre da Lewisville, prendo Tony Parker in nove serie su dieci, perfino quello “anziano” della scorsa stagione.

Il primo gioca come il figlio che tutti vorrebbero avere, il secondo come un figlio illegittimo alla festa di compleanno del padre che gli ha negato il riconoscimento. E ai playoffs tende a vincere chi non ha radici. A maggior ragione se quelle radici sono francesi.

Sui Knicks preferirei soprassedere. Erano destinati a perdere contro gli Heat e sembrano predestinati a perdere in ogni caso e comunque. Melo ha avuto un anno difficile: ha perso il posto nel cuore dei tifosi, sostituito da tale Jeremy Lin, è stato ritenuto il diretto responsabile delle dimissioni di Mike D’Antoni, ha giocato tratti di “hero-ball”, da solo contro Wade e James, forse per farsi perdonare (o forse perché l’unico sistema in cui può funzionare è una versione post-moderna di altrettanto post-moderne Melo-Rules), ma ciò che gli è tornato indietro è stata la più classica delle macumbe blu-arancio, oltre a dover subire l’impotenza dell’amico/compagno Amar’e nel fermare uno a turno tra i Big Three di Miami. Quanto a Stoudemire, può non piacervi perché non sa difendere forte, può insospettirvi per il suo stile di vita che non ruota solo attorno al basket  ma anche ad una linea di moda, ad una casa di produzione cinematografica e all’interesse accademico per la storia e la religione ebraica, fatto sta che è sempre stato un serio professionista, un ottimo compagno, un avversario leale e un solido uomo franchigia su cui capitalizzare, il suo “cartone” all’ormai famoso estintore il gesto simbolo di una stagione in cui nulla gli è andato per il verso giusto, dal basket al privato, con la morte improvvisa del fratello in un insulso incidente stradale. Cartone o meno, i Knicks avrebbero perso comunque; e sebbene Amar’e si sarebbe potuto risparmiare la figuraccia, la verità è che ogni volta che lo vedo su un campo da basket o nei prossimi dintorni, oltre a non poter far a meno di amare il suo stile di gioco da fanta-basket, adoro la sua capacità di ridarci indietro quell’umanità da anni ’80 che le stelle sportive hanno totalmente perso nel nuovo millennio. Se c’è un semidio che a sto mondo ha conosciuto inferno e paradiso e che vorrei vedere in parata sulla Fifth Avenue (e da nessun’altra parte) quello è Stoudemire, assieme a chi è marginale.

Tutt’altro discorso vale per Rajon Rondo. E sia chiaro: io amo ogni singola cosa che riguarda Rondo; amo il fatto che possa fintare il passaggio dietro la schiena 99 volte in una singola partita, rifintarlo una centesima e cogliere nuovamente di sorpresa l’intera difesa avversaria; amo il fatto che quando pensi di averlo visto al suo meglio, nella partita dopo è capace di superarsi con una tripla doppia ancor più surreale, come quella registrata contro Philly in gara1 delle Semifinali (13 punti, 12 rimbalzi e 17 assist in una mattanza in playmaking che ho la ferma intenzione di rigustarmi a playoffs terminati, quando l’estate sarà ancora giovane e le olimpiadi lontane). Amo quando svetta in mezzo ai lunghi avversari e acciuffa rimbalzi offensivi con le sue due leve da PlasticMan; amo come spinge la palla in transizione e poi rallenta sapientemente il ritmo di gioco lavorando con il cronometro; amo come sa trovare Garnett in attacco, sulle sue mattonelle preferite, non un mezzo passo avanti o indietro. Amo come sa ingranare gli istinti offensivi di chiunque indossi una maglia verde, perfino se fa Brandon di nome e Bass di cognome. Amo il suo caratteraccio, quell’ostentata lunaticità o voglia di non farsi conoscere, a meno che non si trovi all’interno del suo spogliatoio, con i suoi compagni di battaglia e con le porte opportunamente chiuse. Amo il fatto che sia il giocatore più cerebrale di tutta l’NBA, in bilico tra skip-pass che sfiorano la più libertina forma di basket improvvisato e una visione ragionatissima del campo, delle spaziature e delle linee di passaggio. Amo come nella seconda metà di stagione sia stato capace di guidare, in modo quasi inscrutabile, una squadra con Tre Hall of Famer – più uno sul pino – ad un’improbabile corsa di playoff nel quinto anno di un programma che prevedeva solo 3 ultimi anni da spremere ai vari KG, Sugar Ray e PSquare. Amo anche quell’insulsa spinta di petto rivolta all’arbitro, benché  - non fraintendetemi – un atleta all’apice del proprio gioco non dovrebbe mai commettere un errore mentale così stupido, soprattutto a maggio e a maggior ragione se dotato di una testa sopraffina.

Eppure se potessi essere un atleta all’apice del proprio gioco e che di tanto in tanto ha bisogno di esagerare o perdere la testa per un breve liberatorio istante, vorrei essere Rajon Rondo.

Qualora la metamorfosi non fosse possibile e dovessi pagare il biglietto per entrare in una qualsiasi arena NBA, ci sono solo tre giocatori per cui sarei disposta a sborsare tanto e sempre; e uno di quei tre è senza dubbio Il Nove in Verde.

Ma passiamo alle Semifinali.

Per qualche strano motivo il mondo tifava per un upset dei Nuggets sui Lakers al primo turno. Non scherziamo. Denver è una squadra ancora troppo giovane per battere Kobe, Javale McGee – pur avendo respirato l’aria buona del Colorado – resta comunque un canguro con la testa da uomo e George Karl ai playoff continua a perdere una o due tacche di lucidità. Lakers –Thunder  era la semifinale perfetta: tra dei giallovola ri-etichettati come contendenti nel giro di una sola settimana di basket rifinito e i Thunder a cui esperti o meno avevano girato l’etichetta di “contendenti numero uno”  fin da gennaio. Sir Charles ovviamente l’unica voce fuori dal coro causa troppi jumper a cui Oklahoma si affida nei momenti chiave.

N’è venuta fuori una serie intrigante, una di quelle da passaggio di testimone. La chiave: l’ennesima maturazione lampo di Russell Westbrook e l’affermazione del Barba a trait d’union tecnico/tattico tra Lo Zero e il Trentacinque. L’anno scorso il primo aveva cercato di trasformarsi in una pointguard “nonostante” i 30 punti nelle mani on any given night, quest’anno sta cercando di elevarsi a degno Secondo Violino dell’Indiscussa Prima Superstella della Lega. Quando i Lakers hanno provato ad inceppare Durant con Metta&Company in gara1, si sono ritrovati senza un uomo in grado di contenere quel flagello atletico di Westbrook. 27-7-e-9 sono tabellini da playoff che solo altri due playmaker possono permettersi in questa lega: CP3 una partita su tre, Rondo una gara decisiva su due. Quanto ad Harden, la serie contro Dallas ha santificato il suo titolo di Sesto Uomo dell’Anno, gara4 nella serie la cosa più vicina al ruolo di dinamo che Manu Ginobili ha rivestito in ogni annata da anello degli Spurs.

Kobe – tanto per cambiare – è stato criticato: per i pochi assist (0 nell’elimination game, a dispetto dei 42 punti di classe), per i troppi tiri e per i jumper decisivi andati corti nell’ultimo quarto di gara4, giusto in tempo per riaprire l’infinita discussione sulla sua clutchitudine dopo i 36 (18-su-18 dalla carità) infilati in gara3 pur di tener viva la serie. La verità è che il Kobe di questi playoff è stato il Quintessenziale Kobe degli ultimi 6/7 anni: il giocatore più vincente dell’NBA, che spesso si prende troppi tiri in sospensione, che cerca di coinvolgere i compagni nella prima metà delle gare e invece sovente si ritrova in squadra compagni troppo passivi, che continua a tirare indipendentemente dalla buona o dalla cattiva sorte serale del suo jumper, che un giorno mette 9 punti in 90 secondi spaventando l’intero stato del Colorado e la settimana dopo tira con 2-su-10 nel periodo decisivo e se la prende pubblicamente con Gasol per aver perso la palla chiave della gara. Insomma, un tipico mese di maggio in ufficio per Sir Bryant, che da molti è stato definito “ormai gassato”, che a me è sembrato lo stesso che nel 2009 ha portato i Lakers al titolo, nonostante un primo turno contro i Rockets da incubo, e che si è trovato a dover fare i conti con dei gialloviola confusi, sia dai nuovi schemi (e metodi) di coach Brown, sia dall’assenza del capo-spogliatoio Fisher, che dalla stagione-non-stagione senza training camp canonico.

Laddove i Thunder hanno dimostrato di essere collettivamente più sensati e solidi di quanto la loro anagrafe ed esuberanza tecnico/atletica lasciasse presagire, i Lakers 2012 si sono involuti in una squadra in grado di alzare il proprio livello di intensità solo qualora fossero gli avversari a farlo per prima, una squadra contenta di giocare “di rimessa” e incapace di dettare, né tanto meno imporre, il proprio stile di gioco, Bynum e Gasol i principali imputati di lusso, con il secondo in disperato bisogno di un nuovo inizio altrove, lontano da coach Brown e ahimè anche da Bryant, il suo compagno ideale per IQ cestistico e sofisticato fraseggio a spicchi se il mondo NBA fosse un mondo perfetto.

Concordo con Jerry West e con Magic: non credo che Kobe sia un giocatore finito. Anzi. Credo abbia ancora 3-barra-4 anni di gran basket da regalare ai colori porpora-e-oro; credo che i Lakers debbano cedere Gasol, assonnato (assieme a Bynum) per ampi tratti dei playoff e credo che dovrebbero provare a mettere il Catalano sul piatto dei Nets, preferibilmente assieme a Ramon-c’è una ragione se ho cambiato 4 squadre in 5 anni-Session, e vedere cosa ottengono in cambio (Deron un autentico sogno bagnato). Credo che una sola cosa separerà per sempre Bryant da Michael Jordan e non ha nulla a che vedere con il numero di anelli messo in saccoccia: MJ sapeva elevare il livello di gioco dei compagni nel corso di una stagione e senza doverne segnare per forza 40, mentre a Kobe manca quel gene, il gene dei Bird e dei Magic che in Jordan era abbinato ad una ferocia tecnico/atletica mista a grazia che a sto mondo hanno solo i felini selvatici quando si difendono dalla natura.

Ora, non voglio ancora sbilanciarmi in merito alla ferocia – anche perché a 23 anni si è sempre più entusiasti che feroci – ma quanto a grazia su un campo da basket (e fuori) KD sta dicendo la sua. Sarà questione di settimane prima che il mondo intero se ne accorga. Aggiungeteci 30 o più punti nelle mani, 7 o più rimbalzi a sera e il potere di convertire con la massima fluidità i tiri più pesanti e non so quanti altri jumper Durant dovrà inanellare allo scadere prima che l’opinione pubblica lo incoroni a nuovo Most Clutch Player della Lega. A me ha già convinto.

Un’altra cosa mi è chiara dei Thunder dopo questo bizzarro 2012: quando le cose vanno bene, o è merito di Kevin o del gioco di squadra; quando vanno male è colpa di Russ. E’ questo il futuro che attende Westbrook, lo stesso che ha accompagnato Pippen per un’intera carriera. Che dire: c’è chi è finito a giocare in Cina pur di avere una statua tutta sua.

I Pacers invece sono già tutti probabilmente a pescare, ma li volevo ringraziare per averci regalato una serie laddove non ce n’era una. In alcun modo Indiana poteva competere contro lo stratalento degli Heat, infortunio o meno a Bosh. E invece i ragazzi scelti da Bird, con un oculato mix di gioventù, atletismo, stazza e veterani, ci hanno dato dentro su ogni palla e su ogni muscolo avversario, come si faceva nei famosi good old days. Chapeau. Per quanto mi riguarda è stato parecchio divertente. Soprattutto gara3, con Roy Hibbert nel ruolo di uomo in mezzo ai bambini di South Beach e una striscia riuscita ai playoff solo ad altri 10 giocatori dal 1986 (18 punti, 19 tabelle e 5 stoppate). Granger (17/7/4), Hill (20/5), George (9/5) e West (14 e 9) hanno fatto il resto, quest’ultimo il più consistente tra tutti i Pacers nel corso dell’intera serie, ricordando a Minnie e al Mio Rubio che non è detto che ci voglia sempre un’infinità di tempo prima di potersi esprimere nuovamente ad alti livelli dopo la rottura di un crociato.

Gli Heat, da par loro, sono l’esatto contrario di Re Mida: tutto quello che toccano da due anni a questa parte si tramuta in….Beh, avete capito. Hanno la diabolica capacità di trasformare anche il più sbilanciato e globetrotteresco turno di playoff in un’esibizione di tutto quanto sia malato nel basket moderno al di fuori delle giocate da cineteca di uno a caso dei Big Three. Dwyane Wade ha pure completato il cerchio che avevo già vissuto sulla mia pelle con Kevin Garnett: da uno dei giocatori che più mi entusiasmavano all’ingresso nella lega a punk in delirio di megalomania. Il resto della squadra un gruppo di manovali non pensanti che si preoccupano di levarsi di torno in attacco e di racimolare briciole di merito in difesa. Hudonis, l’unico che salvo dal mazzo. La vita anche per Mister Flash e Sua Lebronità si è complicata con l’assenza di Bosh: al primo ci sono volute tre gare per ritrovare il tiro, al secondo c’è voluto lo stesso tempo per ritrovare i testicoli. Dopodiché gli Heat sono stati esattamente gli stessi Heat dell’anno scorso: due superstar capaci di cose che noi umani…- etc. etc. – più una corte di giullari di ruolo in grado di creare sufficiente confusione negli schemi di Spoelstra da consentire ai cazzuti Pacers di pestare qualche piede, far sanguinare qualche labbro e rendere fieri i ferventi tifosi dell’Indiana.

Non sono cieca – non ancora per lo meno – so che Lebron ha tenuto una media di 30-11-e-6 nella serie, il che sarebbe numericamente impensabile per chiunque altro nell’Association, così come del resto Wade ha giocato in modo del tutto posseduto nelle ultime due gare chiave. Non mi interessa. Il primo è il giocatore più forte al mondo tout-court, ma anche il più visibilmente contento di non avere gli spicchi tra le mani quando possono cambiare il destino della sua squadra; il secondo ha ampiamente sorpassato Stockton tra le stelle più “sporche” nella storia del gioco, ma mai considerate tali grazie a nemici piubblici come Metta o Tony Allen che per altro non flopperebbero un contatto neppure sotto tortura. In ordine sparso, senza impegnarmi, mi sovviene che Wade ha dislocato il gomito di Rondo, ha rotto il naso a Kobe (in un All Star Game!), ha schienato Collison con un defensive tackle da NFL e, non pago, ha pianto davanti agli arbitri alla prima goccia di sangue versata su un contatto con Tyler Hansbrough. Un tempo, quando si è messo al dito un anello, era famoso per incassare contatti in area e rialzarsi ogni volta, alla Iverson, adesso sta pericolosamente flirtando con il ruolo del villano borderline. L’ho già detto e lo ribadisco: prima di tutto c’è e ci sarà sempre un solo Allen Iverson – e per quanto ne so io non si è ancora UFFICIALMENTE ritirato – secondariamente non esiste arena sportiva o meno in cui si possa vivere per sempre di rendita.

A questo punto della carriera, per James e D-Wade conterà solo ciò che faranno in Finale. Sempre che ci arrivino.

Philly alle Finali di Conference non ci è arrivata, pur dopo aver sputato sangue sull’ennesima vittoria casalinga a denti stretti di questi playoff. Non fosse stato per il ginocchio di D-Rose (e l’infortunio a Noah), probabilmente non sarebbero approdati neppure in Semifinale e invece sotto agli occhi lucidi dell’unico Sixer che Philadelphia (e la sottoscritta) non riescono a dimenticare, Jrue Holiday, la nuova attrazione in playmaking della città, ha forzato una gara7 ai Celtics.

Dire che nessuno sul rettangolo fosse in serata calda è un eufemismo, ma i 20 punti rubati da Jrue ai Verdi sono stati sufficienti per caricare Elton Brand alla doppia-doppia di lontana matrice clipperiana e per ricordare a Iggy-D e Lou Williams la migliore lezione che Iverson abbia impartito loro: “Gioca ogni gara come se fosse la tua ultima.”. Amen.

Poi, assieme ad Allen I nel buio del tunnel, è svanita anche la corsa miracolosa dei Sixers e la storia è tornata a ripetersi. Negli anni ’80 Boston e Phila, in gara7, si stringevano il collo al posto della mano, quest’anno le due franchigie si sono letteralmente azzuffate per mettere ogni singolo pallone nel secchio, la schiacciata di Pietrus nel 1° quarto l’unica oasi offensiva in tre periodi di totale disinteresse per l’ideale estetico del basket.

Nel 4° quarto è stato Rondo-Show: dopo l’uscita per falli di Capitan Pierce, Rajon ha deciso di farne le veci offensive con 9 punti consecutivi, 11 in tutto negli ultimi 4 minuti di gara, compresa la sua prima bomba da tre della serie, 4-su-4 dalla lunetta e il 10° rimbalzo per confezionare la 2° tripla-doppia contro i Sixers e la 9° ai playoffs, eguagliando niente po’ po’ di meno che Wilt Chamberlain nella categoria, al 4° posto assoluto tra gli specialisti del genere durante la postseason.

Non so se Greg Stiemsma, Keyong Dooling, Pietrus, Ryan Hollins e Marquis Daniels saranno abbastanza contro la corazzata Heat, a maggior ragione se Garnett avesse terminato la pozione ingurgitata prima di gara1 e 3 delle Semifinali, ma fino a quando i Verdi potranno contare sull’esperienza dei Big Three e la classe incontestata di Sugar Ray, sulla la loro difesa e sul genio marziano del Numero Nove, il Garden può continuare a sperare in un Paese finalmente a misura dei “Vecchi”. Chiedere agli Spurs per la conferma.

Una nota a margine per Pierce doverosa: non ci sono molte bandiere old-school sopravvissute all’Era del post-Decision; una è Dirk, l’altra è Kobe e poi c’è redivivo Duncan, che old-school lo è nel senso più “sixties” del termine. Beh, se una maglia in verde dovesse essere ritirata in questi ultimi 20 anni, vorrei che fosse la numero #34, l’unico legame che ci resta con il passato dei fondamentali, delle finte, della costruzione sapiente di ogni conclusione e/o entrata a canestro. Pierce, nell’era del pulp, rimane il dolce stilnovo degli spin-move seguiti dai pull-up jumper, delle triple alla Bird, messe più di orgoglio che di tecnica, dei mid-jumper alternati alle entrate a canestro per non lasciare punti di riferimento agli avversari. O forse per non annoiarsi troppo in partite difensive e brutte come quelle contro i Sixers, che vissute da losangelino doc devono esser sembrate ancor  più soporifere di un gennaio in Alaska. La sue due inchiodate su Thaddeus Young&Company in gara3, il mio momento preferito della serie, se si esclude la tripla di Rondo di cui sopra.

Nel 2008 Bob Ryan, un monumento del giornalismo targato Boston Globe, mi raccontò che una volta Bird, annoiato dalla facilità con cui aveva rifilato una striscia da 35/15/11 ai Seattle Supersonics, decise di trascorrere l’intera gara successiva tirando unicamente con la mancina. Non so se Pierce sarebbe in grado di chiudere con i 47 punti, 14 rimbalzi e 11 assist confezionati da Larry Legend nell’occasione, ma se c’è un Verde che potrebbe provare a fare qualcosa di simile, anche solo per il puro gusto del gesto cestistico, quello e PSquare.

Un giorno Robert Parish – aka The Chief – aka uno dei mei turnaround jumper preferiti di sempre – si è fatto spedire mezzo etto di maria a casa, per rilassarsi prima di una gara in maglia doppio zero color verde. Qualche ora dopo era sul parquet a scacchi del Garden ad eseguire pick-and-roll perfetti con Bird, attorno al volto l’aura stoica di chi sa di far parte della Hall of Fame prima della chiamata di rito. Non si diventa the Chief a sto mondo per niente.

Pierce credo che di maria se ne sia fatta spedire una cassa ad ogni primo del mese, prima e dopo le famose coltellate alla schiena. Ma non c’è un altro Celtic che può vantare 19 partite oltre i 40 punti negli ultimi 22 anni, pur sembrando ogni giorno che passa più vecchio, più lento o più stanco.

Non si diventa The Truth a sto mondo per niente.

A questo punto della postseason credo anche di dover ammettere che non si diventa Campioni NBA 4 volte in 9 anni per caso, anche se ciò significa incarnare il basket più noioso, metodico e a tratti irritante dell’ultima decade, mascotte travestita da coyote inclusa.

Gli Spurs di quest’anno però sono altra roba, segnano e difendono con un’ inedita lucida follia, sono divertenti da vedere e sciorinano una qualità e un’intensità di gioco da Bulls contro Jazz 1997/1998. L’attacco ruota attorno a due sublimi slash-and kicker quali Ginobili e il Francesino, la difesa è garantita da tre lunghi versatili come Duncan, Splitter e Diaw, che sanno sempre dove farsi trovare e cosa fare, il resto passa per le mani di gregari generosi e con sfilze di triple in faretra. Anche Duncan, espressioni di gomma a parte, è tornato a divertirsi, come se fosse il 1999, quando era troppo giovane per avere qualcosa da perdere e  le sue movenze essenziali gli riuscivano pressoché automatiche perché prive di coscienza. Quanto a Manu e Parker, hanno raggiunto la vetta tecnico/creativa più alta di carriera all’unisono; il tutto continuando a rifiutare la “hero-ball” praticata altrove e principalmente sulle coste della Florida e della California.

Ora alzi la mano chi voleva una Finale ad Ovest tra Clippers e Thunder…

I Clippers come ho già detto non sono ancora pronti per spingersi così in fondo nei playoffs e come da copione Chris Paul è arrivato anche a questo girone di maggio acciaccato, a furia di giocare a fare il duro con un corpo che non glielo consente ed un ego che non ha niente a che vedere con quello di un altro “normo-dotato” come Nash, consapevole di essere un umano a spasso tra i cyborg NBA. Il giorno in cui il Tre da Wake Forest non cercherà di essere onnipresente, potrebbe perfino piacermi.

Quanto a Vinny Del Negro, ha iniziato a ripiegare le camice in valigia la sera che Griffin ha cozzato il ginocchio contro Marc Gasol. Dopo gara3 e un vantaggio di 24 bruciato dai suoi, si narra che si sia recato in ufficio e abbia sostituto la targa sulla porta con una recante la sigla SVG (Stan Van Gundy).

Non sto dicendo che di colpo gli Spurs sono obbligati a piacerci. Anzi. Di certo non farò niente per farmeli piacere nelle prossime due settimane. Sto dicendo che si meritano la nostra ammirazione perché in un stagione lampo e sfiancante hanno trovato la loro ultima e più sofisticata identità di squadra, perché a dispetto degli anni e del chilometraggio nelle loro gambe sono gli unici in tutta la Lega ad aver tirato come si deve in questi primi due turni di playoff, sia dal campo che dalla luna distanza; dobbiamo ammirarli (e temerli) perché non hanno solo sweep-pato Jazz e Clippers, li hanno eviscerati, con quella che è probabilmente la migliore versione di basket internazionale che si sia mai vista su un rettangolo di gioco, una sorta di Argentina o Spagna interpretata da futuri Hall of Famers.

Ecco perché Thunder-Spurs è la serie eticamente indispensabile per stabilire quale sia la squadra più forte dell’NBA nel 2012; ecco perché chiunque ami la pallacanestro deve voler vedere il cibernetico basket delle due superstar del futuro scontrarsi con il più efficiente e collaudato sistema di share-ball al fine di decretare un vincitore, alla stessa stregua della valenza catartica irrinunciabile che ha la serie tra Miami-e-Boston per il giocatore di basket più discusso al mondo. Nonostante la vittoria contro i Celtics nei playoff dell’anno scorso e le lacrime di gioia versate dal Prescelto, i Verdi sono ancora la sua bestia nera, l’avversario che il destino continua a parargli davanti sulla strada verso l’incoronazione. Vi dirò di più: fossero avanzati i Sixers, Lebron e gli Heat avrebbero dovuto convivere all’infinito con l’annosa questione: “Hanno vinto loro o l’hanno persa gli altri?”. I Celtics, per quanto fisicamente compromessi, hanno le facce giuste per legittimare un’eventuale 2° chance di redenzione per Sua Altezza James.

Ai piani alti dell’Olympic Tower si tifa già per una Finale tra Thunder e Heat, la più spettacolare, la più monetizzabile, Lebron contro Durant per risollevare l’immagine incrinata dell’Association dopo il lockout. Io tifo per Thunder–contro-Boston, perché sono le mie due squadre preferite ancora in corsa e perché  KD e Rondo sono i miei due giocatori preferiti in contumacia Rubio. Poi, è chiaro, non credo che mi rifiuterei di guardare Spurs-Celtics a priori: trattasi pur sempre di 7 Hall of Famers coinvolti, due dei migliori coach in circolazione sui rispettivi pini e due collettivi che adorano giocare a basket assieme e lo fanno da tempo immemore (i Celtics da 5 anni, gli Spurs dal doppio del tempo).

Asterisco o meno, nutro parecchie speranze sugli ultimi due turni di playoff del 2012: tre squadre su 4 sanno esattamente chi sono, quale basket vogliono giocare e come giocarlo; quanto a Miami, gli Heat ci stanno provando. Qualora la loro crescita nel microonde tecnico di coach Spoelstra non dovesse sortire i risultati sperati, ci toccherebbero comunque in sorte Lebron e Wade contro il resto del mondo.

In fin dei conti, potrebbero essere dei bei playoffs. Perfino senza D-Rose.

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Misfits & MVPs

Written By: ru5 - apr• 23•12

Non so se qualcuno di voi lo guarda, ma “Misfits” è la nuova serie televisiva inglese destinata a cambiare la tv, da quando quel Dio in Terra di Ricky Gervais ha inventato il genere del quasi-documentario con la serie “The Office”.

Non fosse per Misfits, la mia vita “seriale” sarebbe pressoché inesistente, dato che ogni legal a sud di “The Shield” mi provoca ormai il voltastomaco, “Lost” è ahimè finito lasciandomi un vuoto incolmabile nel cuore e la mia memoria cita ormai a menadito ogni puntata dell’inarrivabile “Scrubs”…

Se non avete mai visto Misfits e avete il satellite, fatelo. Alla seconda battuta so già che sarete dalla mia parte nel volere Nathan for President.

I “Disadattati” del telefilm sono 5 giovani problematici a cui tocca espiare del tempo assieme in una comunità di servizi sociali, cercando ognuno nel contempo di venire a capo del proprio superpotere acquisito durante una tempesta che ha colpito improvvisamente la città.

Anche l’NBA ha i propri Disadattati e nove volte su dieci sono i giocatori più spassosi da intervistare, da guardare nelle serate “a briglie sciolte” e da ascoltare quando sono in vena di confessioni. C’è un’alta probabilità che se ne freghino dell’opinione pubblica e dicano tutta la verità, anche quella che ai coach, ai GM, agli agenti e ai colleghi di solito piace celare.

Molto prima di quanto sia servito al governo americano per aprire i fascicoli su JFK, Gilbertone (Arenas) ha aperto il suo personalissimo file sul nefasto incidente con le pistole che il 21 dicembre del 2009, nello spogliatoio dei Wizards, gli ha spezzato anzitempo la carriera.

Stando alla Gilbert-versione tutto sarebbe nato da una partita di carte tra JaVale e Crittenton: McGee aveva vinto $1100 dollari e voleva che Crittenton ne girasse immediatamente $200 a Boykins, che a sua volta li aveva imprestati a JaVale ad inizio partita. Crittenton aveva dato in escandescenza e a quel punto Gilbert aveva deciso di intervenire in veste di leader della squadra.

Dai quei fottuti soldi a chi di dovere e smettila di insultare così un tuo compagno, siamo una famiglia qui ai Wizards.”.

Javaris non ci aveva visto più: “La fai facile tu, con tutti i soldi che ti pagano…Pensa a meritarteli” … Eccetera, eccetera, eccetera.

Poi, in spogliatoio, era girata la voce che a Golden Gil prima o poi qualcuno avrebbe sparato al ginocchio.

Ecco, se c’è una cosa che non si deve mai fare con Arenas è sfidarlo a superare i limiti consentiti. In un attimo Gilbert aveva tirato fuori dall’armadietto 4 pistole di cui deteneva il porto d’armi e le aveva messe in mano a Javaris.

Avanti, scegline una, prendila adesso e fammi sapere il giorno in cui avrai i coglioni per spararmi. Io sarò qui ad aspettarti.”.

E ci potete scommettere che Gilbert l’avrebbe aspettato sul serio, comodamente seduto in spogliatoio.

Lo scorso 2 aprile Arenas, attualmente in maglia Grizzlies per un’overdose di esperienza cavalcabile ai playoffs, si è fatto avanti nel 2° quarto contro i Thunder autocandidandosi per l’incarico difensivo su KD.

L’ho marcato un sacco di volte, d’estate, a Washington. So cosa fare.”.

E a onor del vero uno dei motivi principali dietro all’insperata vittoria dei Grizzlies va ricercata in quei 12 minuti di trucchetti con cui Gilbertone ha frustrato Durantula in attacco, inceppando il suo jumper automatico.

E’ troppo tardi per la redenzione di Agent Zero, per una parabola di edificazione alla figliol prodigo, o un happy-ending di carriera a forma di backdrop vincente in una gara chiave dei Grizzlies ai playoffs. Alcune cose hanno una scadenza, altre dei punti di non ritorno e il comeback di Arenas è un treno già passato più volte.

Quello che può accadere a Memphis è piuttosto un revival, nella squadra dei Disadattati per eccellenza, dove Gil sarà lasciato libero di essere Gil probabilmente per un’ultima volta. Tutto sommato i Grizzlies di Z-Bo, T.A. e Mr. Hibachi potrebbero trasformarsi nella storia migliore di questo 2012.

Anzi, fatemi tirare qualche somma sulla stagione.

Per esempio, se dovessi scegliere la squadra più divertente da vedere quest’anno sceglierei i Timberwolves pre-infortunio-a-Rubio senza battere ciglio: mai prima di questo gennaio il pick-and-roll aveva saputo essere così accattivante senza richiedere l’uso obbligatorio delle schiacciate. Guardare Ricky guidare Minnesota verso l’ottava piazza ad ovest, assist dopo assist, vederlo disputare ogni singola gara della sua stagione da rookie in missione è stato un quinto set di John McEnroe a Wimbledon: non sempre infallibile, ma agonisticamente posseduto su ogni giocata.

A sud di quei Wolves, quanto a divertimento, ci sono subito dopo i Thunder, per la chimica di squadra, i finali di gara, i costanti miglioramenti tecnici su entrambi i lati del campo e perché se non vi diverte guardare Durant, Russ e Harden prendere in mano singole serate e farne a turno una personale Woodstock cestistica, forse è meglio che passiate al baseball.  Dopodiché, sull’ultimo scalino del mio podio ci salgono gli Spurs.

Avete letto bene.

Li detesto, non li ho mai trovati divertenti e/o belli da vedere, ma la San Antonio con l’asterisco riesce sempre ad eccepire alle proprie popoviane regole. Gli Spurs del 2012 sono stati una gioia pronta a sgorgare dal costante movimento e dai costanti tagli, Tim Duncan ha fatto cose da Tim Duncan nella metà dei minuti per cui mi toccava subirlo prima, Tony Parker sta vivendo la sua migliore stagione di sempre e lo sta facendo senza dar retta a coach Gregg, il che rende la cosa estremamente divertente, mentre la banda dei Bonner, dei Gary Neal, dei Danny Green, che nessuno ha draftato e/o voluto, riempie perfettamente gli spazi vuoti. L’unica cosa non divertente è il fatto che si trovino in cima alla Western Conference e che ci siano riusciti senza l’aiuto di Manu Ginobili per lunga parte della stagione.

Non c’è modo però che opti per i Clippers al loro posto sul podio, benché so che la maggior parte di voi considera Chris Paul un assoluto Dio del rettangolo e lo guarderebbe semplicemente palleggiare spicchi alla mano per ore senza che i canestri ai lati abbiano la ben che minima rilevanza. Scusatemi: Blake Griffin e DeAndre Jordan saranno anche capaci di alley-oop marziani, ma non è il mio basket. Amen.

Se dovessi scegliere invece le squadre più inguardabili di questo 2012, lascerei fuori dai conti i Bobcats, per manifesta  inferiorità (sono probabilmente una delle peggiori squadre NBA dell’intera storia del gioco), e girerei lo scettro a Golden State. Senza entrare nella diatriba Monta/Steph Curry, con il mio Bogut ancora sul pino, David Lee recentemente accanto a lui in lista infortunati e Ekpe Udoh ormai ai Bucks, non c’è un singolo motivo per cui guardare una partita dei Warriors. La medaglia d’argento va invece ai Lakers di coach Brown: trovo di una noia mortale guardare Kobe prendersi tiri e tiri contestati su ogni avversario, mentre due dei lunghi più tecnici della lega stanno a guardare. I giorni in cui Bryant e Gasol erano basket sofisticato sono lontani; l’unico buon motivo per aver pagato un salatissimo biglietto dello Staples quest’anno, la chance qualche settimana fa di vedere The Black Mamba nell’inedita veste di allenatore/giocatore.

La medaglia di bronzo evito di darla a Pistons e Nets unicamente per la rispettiva presenza in squadra di Greg Monroe e Deron Williams; mi restano i Wizards, che prima di cedere JaVale McGee e Nick Young erano capaci di lunghi tratti di basket semi-professionistico e che adesso, saltuariamente, mi limito a spiare con la coda dell’occhio giusto per verificare che John Wall continui a mantenersi tecnicamente neutrale rispetto al contesto in cui gioca, senza imboccare spirali involutive. Se c’è una cosa che non potrei tollerare è che la Capitale riesca ad incrinare la carriera sportiva di un altro gran talento cestistico.

Passando invece alla migliore sorpresa della stagione ed evitando, per un improvviso sprazzo di pudore autorale, di rifare il nome dei Miei Wolves, devo per forza levarmi il cappello davanti agli Hawks. Una volta rimasti orfani di Horford, me li immaginavo con la testa collettivamente sotto la doccia e i sogni diretti al draft. E invece sono rimasti egregiamente a galla e ben saldamente ai playoffs. Il giorno in cui sarò più razionale riuscirò perfino ad ammettere che gran parte dei meriti vanno girati a tale Josh Smith, un giocatore che ha tutte le caratteristiche tecnico/atletico/istintuali per farmi impazzire e che invece continua a lasciarmi indifferente senza alcuna valida giustificazione in proposito.  Dopodiché, la faccenda è un affare a due tra Spurs e Jazz. Alzi la mano chi non aveva tagliato fuori i Primi una volta per tutte: gran sistema, ma decisamente troppo vecchi per scampare ad una stagione da back-to-back-to-back.

C’è una parte di me che li vuole vedere nel recente stato di forma mista a grazia anche ai playoffs, per sapere se sono semplicemente troppo navigati per non elargire lezioni a tutti in stagione regolare o se c’è dell’altro. L’anno scorso avevo fatto considerazioni simili e poi era arrivata la Memphis del 2011. Quest’anno Manu, Tony Parker e Tim Duncan sono in odore di leggenda; per il bene del basket credo che dovremmo tutti volerli ammirare al top del loro gioco per collocarli nella fila giusta dell’Arca della Gloria quando daran via i loro biglietti d’ingresso. Memphis, naturalmente, sempre permettendo.

E Jordan Hill sembra pensarla esattamente come me.

I Jazz invece avrebbero dovuto essere in piena ricostruzione se Tyrone Corbin non fosse riuscito a far funzionare gli onesti pezzi del puzzle a disposizione e a mettere in piedi una corsa ai playoffs che nello Utah del 2012 ha dell’incredibile. Hanno evidentemente giocato oltre le proprie capacità, sull’onda della loro chimica da piccolo e sano mercato, capitalizzando sull’improbabile amicizia tra due orsi introversi come Millsap e Al Jefferson, caricandosi ogni volta che Gordon Hayward e Derrick Favors hanno mostrato qualcosa di nuovo imparato sul campo. Chapeau.

N.B. I Celtics – o Doc Rivers – sanno qualcosa che noi non sappiamo. Non li considero una sorpresa, ma più che altro una tribù di sciamani a cui per l’ennesima volta è riuscito il rito voodoo per tornare dal regno dei morti nella seconda metà di stagione.

Se dovessi scegliere invece la squadra che mi ha più deluso quest’anno sceglierei i Miei adorati Blazers. Non mi sarei mai immaginata un collasso del genere da parte di Portland, in picchiata fuori dai playoffs prima ancora della deadline di febbraio. Brandon Roy o meno, non hanno scuse, neppure quelle che iniziano con il nome di Felton e finiscono con quello di Jamal-antichimica-Crawford. Andre Miller li teneva assieme molto più di quanto sapremo mai e un giorno, oltre alla verità completa sui file di Arenas e di JFK, ci sarà spiegato il reale intento dietro alla cessione di Geraldone Wallace, la mossa più indecifrabile e folle dell’intero 2012 NBA.

Anche i Mavericks mi hanno deluso: intendiamoci, sono ancora una buona squadra, ma non me li vedo con un’altra cavalcata ai playoffs nelle gambe; è come se non fossero più in grado di ingranare quella marcia extra che lo scorso giugno ha messo loro al dito dei sontuosi anelli. Non sono neppure convinta che il capro espiatorio sia da rintracciare a cavallo tra la cessione di Chandler e il patetico melodramma targato Odom. La difesa, quella che avrebbe dovuto risentire di più della partenza di Tyson, è ancora tra le prime 10 della Lega; è l’attacco ad essere misteriosamente scomparso. E una squadra che annovera tra le proprie fila Dirk Nowitzki, Jason Terry, un battitore libero e difensivo come Shawn Marion, oltre a del sorprendente gioco solido in guardia e al centro, non può lottare per il 7° posto. I Mavs sono troppo talentuosi per non sembrare per 48 minuti i Campioni in carica. I problemi nascono sempre la sera dopo.

Dopodiché non posso parlare di delusione per i Lakers perché mi aspettavo esattamente un’annata del genere con Mike Brown sul pino, i Blake e i Sessions in playmaking e Ron Artest con la testa altrove e manco l’ombra di uno Zen Master ad ipnotizzargli gli istinti. Piuttosto avrei sperato in qualcosa di meglio da parte dei Kings: primo perché ritengo DeMarcus Cousins uno dei più grandi talenti da verniciato degli ultimi 5/6 anni, secondo perché, pur non facendomi impazzire, Tyreke Evans sembrava avere tutte le carte in regola per rifarsi della più classica sofferta stagione da sophomore. Mi domando se i Kings riusciranno mai ad andare oltre il loro accrocchio di talento individuale e diventare una squadra estremamente divertente oltre che da playoff. Me lo auguro per DaCouz e me lo auguro per l’NBA: per ogni cyborg alla Blake Griffin sul rettangolo, l’universo dovrebbe assicuraci un jazzista un po’ fuori forma alla DeMarcus Cousins per riequilibrare il cosmo a spicchi.

Suonala ancora BigCouz!

Passando al discorso sugli MVP, io il mio Podoloff lo giro a Durant.

Dwight si è auto-squalificato dopo quanto inflitto a compagni, squadra, dirigenza e allenatore. Ha gestito l’intera situazione nel peggior modo possibile, dall’inizio alla fine, e non vedo come potrà mai scrollarsi una scimmia del genere di dosso. E’ chiaro a questo punto che se mai dovesse vincere un anello, lo farà da Secondo Violino.

Chris Paul sta guidando una legione di pezzi di ricambio come Randy Foye, Caron Butler, Kenyon Martin, Mo’ Williams ed Eric Bledsoe ai playoffs, connettendo sistematicamente con Blake Griffin sopra al ferro, prendendo in mano le partite negli ultimi 5 minuti, in totale assolo preventivato, fingendo di seguire i dettami di Vinny del Negro e aspettando il salto di qualità di DeAndre Jordan come si aspetta Godot. Non è lo stesso giocatore visto a cavallo tra il 2007 e il 2009 – e credo anche che quell’ineffabile CP3 non si ripeterà mai più su un campo NBA – il punto è che per passare nell’emisfero di Nash gli mancano le medie al tiro di Nash e la voglia di Nash di giocare tutte e quante le 82 o 66 regolari con la stessa intensità, dal primo all’ultimo minuto, senza avere costantemente in testa il proprio ginocchio chirurgicamente riparato.

CP3 è la versione 2K di Isiah Thomas, un piccoletto spietato e assetato di vittoria che sa coinvolgere e innescare i compagni per i primi 43 minuti e che si prende tutti i tiri che contano negli ultimi 5. Anzi, CP3 è perfino più intelligente. Il giorno in cui Lui, Lebron e Wade smetteranno di trattare le stagioni regolari con supponenza, il basket NBA rivivrà i suoi anni ’90; e io potrei essere d’accordo con un Podoloff ad uno dei tre.

Il giorno, invece, in cui prenderò in considerazione di dare un MVP ad un francese, sarà il girono in cui Rajon Rondo avrà chiesto e ottenuto cittadinanza “française”. Tony Parker starà anche giocando da Richelieu, ma il Most Valuable Player è un’altra cosa.

Ho sentito fare in giro anche il nome di Kevin Love, il Mio Kevin Love.

Né Tim Duncan, né Barkley, né Garnett, o Webber, o Larry Bird o Karl Malone hanno mai tenuto una media di 26.5 punti e 13.6 rimbalzi per un’intera stagione. K-Love l’ha appena fatto, tirando con il 45% dal campo, il 39 da tre e l’82 dalla lunetta. Love ha imparato a punirti con gli stepback dai 20 piedi, con i ganci, oppure da sotto, dando le spalle all’avversario e segnando dai 5 piedi; poi se ti trascina sul perimetro, sa punirti anche da tre. Per quanto mi riguarda è pure uno dei migliori passatori dal low-post che abbiamo in attività. Guardarlo perfezionare tutto ciò, accanto a Rubio sul campo, sarà il mio ricordo preferito di questa stagione. Ciò detto, nessuno alza un MVP con la propria squadra in 12° piazza ad aprile. The best is yet to come, my Dear.

La verità è che la corsa al Podoloff, quest’anno, è una faccenda culturale tra Lebron e KD.

27.2, 7.9 e 6.2, col 53% dal campo, sono i numeri del Primo; 27.9, 8 e 3.5 sono i numeri del Secondo, che tira col 49.7% dal campo, ma anche col 38% da tre. Le due rispettive squadre con lo stesso record di vittorie.

Solo che Lebron non è più stato lo stesso da quell’insignificante partita di febbraio che si è disputata ad Orlando. Quella in cui ha dominato fino all’ultimo minuto per poi passare il testimone ad altri sul più bello (rimediando, tra l’altro, non uno ma ben due tutorial sul da farsi da un disgustato Kobe).

Tutti i media hanno scritto il giorno dopo: “Rilassiamoci ragazzi, era solo un All Star Game”.

Beh, quando il più talentuoso giocatore NBA perde il primo treno per la gloria contro Boston, scomparendo dalla serie più importante di carriera, e poi scompare ancora e ancora e si ripete a Dallas, in gara 4, deferendo sui possessi più importanti del sua seconda chance in Finale, non può essere “solo” un All Star Game. E’ un’inabilità ad accendere l’interruttore dei Campioni quando il momento e la storia te lo richiedono. Anzi, a dirvela tutta, inizio a dubitare che Lebron lo possegga tale interruttore; inizio a pensare che il suo sia il più puro flusso naturale di gesti cestistici dall’IQ tecnico-atletico proibitivo a cui puoi solo chiedere di scorrere a clessidra, ma mai su una scacchiera nell’indiscusso ruolo del Re.

Per cui, fino a quando Lebron a Miami continuerà a giocare di squadra, a coinvolgere i compagni, a confezionare il passaggio perfetto, la tripla perfetta, la schiacciata perfetta, i fogli statistici perfetti, aspettando che venga aprile, per come la vedo io il Podoloff sarà immeritato.

Lo scorso 1° aprile, gli Heat affrontavano i Celtics in una sorta di “must win game”: i Celtics erano in netta ripresa, la partita sarebbe stata in diretta nazionale, Miami era reduce da una striscia negativa (senza neppure addentrarci nelle svariate implicazioni da playoff in ballo quando gli Heat affrontano Boston e soprattutto quando Lebron affronta Boston). Si sono fatti asfaltare di 20, 4 immobili a guardare mentre il 5° optava per il one-on-one.

Il giorno in cui, in un 1° aprile qualsiasi, Lebron impedirà che ciò accada, prendendo in mano l’intero 4° quarto e penetrando dal primo all’ultimo possesso su un vecchietto come Pierce, sarà il giorno in cui un Terzo Podoloff potrebbe essere meritato.

Quest’anno, io il mio lo giro a Kevin Durant. Perché sta disputando la sua stagione più efficiente (28-8-4, 50/38/85), per la squadra che ha fatto vedere il basket più elevato e allo stesso tempo intenso della stagione, perché il suo impatto sui compagni trascende i numeri e perfino i suoi esiziali jumper, perché è il miglior realizzatore puro della Lega, perché allo stesso tempo è il giocatore dell’Association che ci tiene di più, che si impegna di più, che spinge tutti i compagni di più, ogni santo giorno, e se ne frega dei propri numeri, perché avrebbe potuto usare il 2012 accorciato per provare a sforare sopra ai 36 di media e invece difende la sua discussa point-guard ogni volta che si prende più tiri di lui. E lo fa pubblicamente. Perché siamo in pieno territorio Tim Duncan, dove gli equilibri interpersonali in squadra contano più delle statistiche individuali e le vittorie sono l’unica unità di misura, ma senza la sociopatia davanti al pubblico del Big Fundamental e con in cambio un atletismo da fumetto che lo rende un giocatore tecnicamente speciale. Perché le cose con Westbrook avrebbero potuto degenerare, come è successo anche ai più grandi (vedi Shaq/Kobe, Shaq Penny, o Garnett/Marbury), mentre è stato Durant, in prima persona, ad impedire che ciò accadesse, supportando Russ davanti ai media, dandogli le pacche sulla spalla davanti agli allenatori, strigliandolo in spogliatoio quando esagerava e ispirandolo ogni giorno, dentro e fuori dal campo. Perché Lebron scherza con Wade in allenamento al grido di “leviamoci ste 66 dai cogl-beeep-oni”, mentre Durant ai Thunder ricorda ogni giorno “che possiamo essere noi la miglior squadra della Lega.”.

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Prematurely Mocking the Draft

Written By: ru5 - apr• 13•12

Stando a quanto dicono i venerabili del gioco, di decade in decade gli dei del basket provano a scuoterci dalle nostre seggiole, spedendo in terra una nidiata di ballers capace di riscaldare i nostri animi.

Nel 1984 era stata la volta di MJ, Hakeem, Barkley e Stockton, nel 1996 – il mio anno preferito – quella di AI, Kobe, Steve Nash, Ray Allen (oltre a Kerry Kittles e Marcus Camby, che a onor del vero riscaldavano soprattutto il mio di animo); poi nel 2003 ci sono arrivati in dono Lebron, ‘Melo, Wade e Bosh.

Tra gli scout gira voce che la nidiata del 2012 potrebbe competere con una delle tre di cui sopra.

Io non vedo l’ora, anche perché degli ultimi due anni salvo solo DeMarcus Cousins, John Wall e D-Williams; mi scusino Greg Monroe e Kyrie Irving, ma solo 5 anni fa non avrei pagato neppure 2 ore di connessione wifi per vederli su league pass.

Quest’anno la prima scelta praticamente certa sarà Anthony Davis, un autentico scherzo della natura che in soli 5 mesi è riuscito a terrorizzare fisicamente e psicologicamente ogni avversario, oltre a rendere popolare in giro per gli atenei di mezza America il monociglio alla Peo Pericoli. Mr.Unibrow è un ibrido tra Blake Griffin e un giovanissimo Dwight Howard, ammesso che Dwight da giovanissimo avesse una vaga idea di cosa fossero i tiri liberi. Giusto per la cronaca, Davis ha chiuso il suo anno a Kentucky attorno al 70% di media dalla linea della carità, che poi equivale alla media in carriera di Tim Duncan nello stesso fondamentale. A giocare a favore di chiunque lo sceglierà – e io spero fortemente tocchi a Sua Maestà Jordan piuttosto che al Russo – la testa saldamente sulle spalle del ragazzo.

La sua intervista al Jimmy Kimmel Show la prova che non ci troviamo di fronte ad un JaVale McGee.

A sud di Unibrow ci sono due nomi su tutti che sono stati indicati dagli addetti ai lavori come sicuri All Star del prossimo futuro: Michael Kidd-Gilchrist, compagno di Davis a Kentucky, e Andre Drummond, il centro di Connecticut.

Drummond, essendo lungo, grosso, atletico e quindi raro, probabilmente intrigherà più del primo, benché sia parecchio lontano dal potersi considerare un “prodotto finito”. Sa correre, sa difendere, sa stoppare ed è passabile a rimbalzo, ma il suo gioco offensivo è interamente da inventare. Non possiede alcuna movenza in post basso, lo stesso dicasi per il mid-jumper e ha chiuso la stagione con il 30% di media ai liberi.  Molto dipenderà da chi lo sceglie e da chi lo allenerà; quanto a me: non lo chiamerei prima della 6° scelta.

Kidd-Gilchrist invece è un’ala che sa fare tutto e che gioca con quella sbruffonaggine che piace tanto agli scout americani. Gli manca un jumper consistente e la sua meccanica al tiro è rivedibile; il resto non può non piacere, dalle molteplici qualità tecniche all’atteggiamento sul campo. Entrerà nella Lega a 19 anni, con un pacchetto tecnico da swingman di lusso, un atletismo che gli consentirà di far sfracelli in transizione e una difesa sull’uomo che farà felice lo staff dietro alle lavagne. Se sistema il tiro in sospensione lo vedremo parecchie volte a febbraio; se a sto mondo c’è ancora un velo di giustizia poetica, dopo il nome di Davis sarà il suo ad essere chiamato.

Tornando ai lunghi, credo di non aver fatto mistero della mia infatuazione per Jared Sullinger, una bestia da spintonate spalle a canestro come ormai non se ne vedono più. Gli manca la stazza al Piano di Sopra, lo so (i suoi 6-piedi-e-10 dichiarati su internet sono i più evidenti 6-piedi-e-8 rimandati dalla tv che mi sia mai capitato di intercettare dai giorni dei 5-piedi-e-11 di Allen Iverson); gli manca anche l’atletismo dei migliori lunghi professionisti, ma chi se ne frega. Per come la vedo io, in attacco è uno dei lunghi più rifiniti ad uscire dal college dell’ultima decade. Pagherei per avere il suo movimento di piedi in post basso, per avere le sue mani, la sua abilità nello scaricare dal raddoppio e un IQ cestistico che lo fa reagire all’istante ad ogni aggiustamento avversario. A volte svengo sul divano e sogno di essere lui. In difesa soffrirà, non ci sono dubbi, i centimetri in meno gli remeranno contro, ma del resto neppure Kevin Love è un gran difensore tout court. Io sogno di vederlo stringere la mano a Stern entro la 5° chiamata, purtroppo il fatto che sogni anche di avere il suo movimento di piedi e le sue manone, quando svengo sul divano, non depone né a mio, né a suo favore.

Tyler Zeller di North Carolina, piuttosto, è il vostro tipico centro moderno: alto, atletico, con tanta e dinoccolata apertura alare, copre bene il campo e ha delle buone movenze nel verniciato, sia sopra che sotto al ferro, in difesa gli servono più muscoli, ma gli istinti da stoppatore ci sono e vanno solo coltivati assieme all’attitudine al rimbalzo. Avesse avuto 19 anni sarebbe stato una 3° scelta sicura, ma essendo un senior finirà attorno alla 10°/15°.

Poi ci sono gli enigmi, come in ogni draft che si rispetti.

Non dovrei essere io a dirlo, ma Harrison Barnes ha commesso un peccato originale nel tornare a UNC quest’anno. Dopo esser stato il liceale più reclutato e premiato d’America, ha acceso e spento nel suo anno da freshman a UNC, ma nella testa di tutti stava solo adattandosi al basket NCAA.  Di guardie di 6-piedi-e-8 che sanno tirare come lui non è che gli Dei ne mandino giù ad ogni tornata, per cui gli scout si sarebbero accapigliati per scrutinarlo pre-draft e in tanti avrebbero scommesso sul suo upside. Adesso come adesso, parecchi si stanno domandando se Barnes non sia piuttosto uno di quei prodigi liceali a cui non riuscirà mai del tutto il salto tra i pro. Il ragazzo sa metter gli spicchi nel secchio, ma potrebbe avere grossi problemi a costruirsi un tiro da solo al Piano di Sopra, senza parlare del suo recalcitrante impegno in difesa o nello studio del gioco. L’anno scorso non sarebbe sceso sotto la 5° scelta, quest’anno potrebbe uscire dalla lotteria. Dopo un Torneo 2012 come il suo, io sarei rimasta al college anche per il terzo anno.

L’altro enigma è l’ala di Baylor, Perry Jones. In stagione ha alternato serate da indiscussa “Iradiddio” a serate in cui sembrava perso e disinteressato. Il suo bagaglio tecnico/atletico paradossalmente potrebbe averlo limitato in un basket più strutturato come quello NCAA, mi riferisco in primis alla sua capacità di controllare gli spicchi, di esplodere a canestro e di conciare i ferri; ciò non giustifica però le sue pause di concentrazione, le partite svogliate e le distrazioni difensive. Per me sarebbe materiale radioattivo prima della 20° scelta, poi però pensi a cosa hanno fatto gli Spurs con Kawhi Leonard e ti domandi dove hanno sbagliato gli Heat con Beasley.

Dulcis in fundo parliamo di Kendall Marshall, l’infortunato illustre del Torneo 2012. Non si fosse rotto il polso, dubito che Kansas sarebbe sopravvissuta alle Elite Eight, Thomas Robinson o non Thomas Robinson. In una Lega di combo-guard o scoring-first-point-guard, Kendall è come una di quelle maglie retrò della Mitchell&Ness, un conduttore vecchia scuola della propria squadra. Non vorrei bestemmiare in spagnolo, ma è una sorta di Ricky Rubio senza i passaggi spettacolari e le ciliegine su ogni giocata, oltre a non avere neppure la metà degli istinti difensivi del mio RickyRulez, però vede le cose prima di chiunque altro e ha un gran senso del ritmo, sia del gioco che della partita. Purtroppo per lui non è esattamente il bipede più veloce sul rettangolo, ma sa procurarsi due punti quando servono e non dovrà scontrarsi contro mostri sacri in playmaking nel draft di questo giugno. Contando che esce da North Carolina, non vedo come possa finire fuori dalla lotteria.

Parlando di giocatori retrò, vi lascio con due “throwback” d’eccezione. Anzi con I THROWBACKS! On Letterman.

Dio che attacco di nostalgia.

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Cose che abbiamo imparato nel mese di marzo

Written By: ru5 - apr• 12•12

Faccio sempre fatica a girare pagina quando finisce il Torneo NCAA; per carità, la voglia di guardarmi il Rondo Psichedelico di aprile mi batte letteralmente in testa – intervallata quest’anno dal bisogno di testimoniare l’ascesa dei Thunder, che passi da una schiacciata alla Russ-in-your-Asic o da un flagrant-foul ai danni di Lebron che grida voglia di giugno ad ogni replay su youtube – eppure, complice la stagione con asterisco, sono ancora in quella bolla in cui leggerei solo di mock-draft, di prospetti in odore di reclutamento al college e di post-elucubrazioni sulla follia marzolina.

Prima o poi dovrò farmene una ragione: la stagione NBA 2012 alla fine si è giocata. Purtroppo anche nel mese di marzo.

E dico purtroppo perché non avrei mai pensato che la vita senza Rubio potesse essere così grigia; la realtà invece è che questa stagione post-lockout, senza RickyRulez, ha molto meno senso. Capisco di essere di parte, data la mia conclamata militanza pro-Lupi, ma chi può volere questo 2012 senza Rubio? Chi può volere un remake del piatto e tatticamente cinico 1999, al di fuori forse degli Spurs e dei Knicks?

In una Lega che dopo l’Epifania cestistica dei Mavs si è rituffata negli eghi diversamente-super di Kobe e Lebron e nella farsa molto più carrieristica che naïf di Dwight Howard, Rubio era il tonico con cui rinfrescarci gli occhi ogni mattina, la scintilla che ci ricordava quanto il gioco del basket possa ancora essere pura e non falsificata eccellenza sportiva, perfino all’indomani della televisionizzata “Decision”. Grazie a Rubio i Wolves, invece di ergersi a paradigma dei problemi del NBA moderna, hanno saputo riconquistare il tifo per sé e per le altre franchigie; ai Kings il compito di illustrarci quanto poco il nuovo Contratto Collettivo possa risolvere in termini di equilibrio generale, indipendentemente dalla quantità di giovane talento a roster, a Rubio la capacità di drogarci guardandolo giocare e di farci dimenticare quanto viziate e immotivate siano le stelle già affermate di questa Lega (Quello con il 24 in gialloviola sulla schiena naturalmente escluso dalla lista).

Oltre a Rubio, anche coach D’Antoni ha salutato il gregge questo marzo; e se a New York i Knicks e soprattutto Carmelo non sono finiti sotto al tritasassi dell’opinione pubblica e mediatica, lo si deve soprattutto ai cojones da ex-giocatore con cui MikeNostro ha levato le tende, nell’esatto istante in cui si è reso conto che nella Grande Mela non si può essere semplicemente allenatori, per quanto abili, geniali e inarrendevoli si sia nel provare a risolvere strategicamente, tatticamente e tecnicamente ogni falla aperta dai quintetti che il destino e/o Dolan ti danno in sorte.

Non ho mai amato particolarmente lo stile dei 7-secondi-o-meno, ma non si può negare che abbia permesso a Nash di diventare il Campione che è, ad Amar’e di dominare offensivamente i verniciati in un’era povera di veri centri e al piccolo mercato dei Suns di mandare a segno numerose corse ai playoffs, mentre il resto della Lega prendeva a prestito pagine del fastbreak tattico ideato da coach Mike.

D’Antoni non è mai stato, né mai potrebbe essere un Don Nelson; la sua non era improvvisazione, ma dottrina applicata: utilizzava Shawn Marion ovunque sul campo non per sperimentazione o ricerca spasmodica dei mismatch, ma perché non aveva altra scelta tecnica sul tavolo a disposizione, faceva scorrazzare Nash in tondo in area perché le nuove regole del gioco favoriscono i portatori di palla veloci ed estremamente abili nel passare gli spicchi, soprattutto quando dall’altra parte i terminali sono lunghi e atletici. E non si può dire che non fosse un allenatore aperto a nuove soluzioni. In pochi mesi ha trasfigurato gente come Duhon e Felton, ha reso Jeremy Lin il giocatore più famoso del pianeta per una manciata di settimane, Tyson Chandler un resuscitato mostro a due teste e addirittura Steve Novak indispensabile. Non ho mai amato coach D’Antoni, perché amo le lavagnette più old-school e difensive, ma negli ultimi mesi non potevo non levarmi il capello: mi ha ricordato troppo quel coach nato di Larry Brown. Un Larry Brown, sia chiaro, con un più alto livello di sopportazione per le stronzate che non riguardano il basket tout-court e per i no-look pass da parte delle proprie point-guard titolari.

E come coach Brown, dopo anni passati ad ottenere il massimo da giocatori poco talentuosi, si è arenato davanti al più talentuoso che gli fosse mai capitato per le mani: Carmelo Anthony. L’unica soluzione tecnica a sfuggirgli dalla lavagnetta, quella relativa al come inglobare lo stile di gioco di ‘Melo, fatto di deliberato possesso di palla e altrettanta deliberata spaziatura sul campo, nel suo metronomico run&gun.

Il fatto che si sia evitata la classica soap-opera da Madison Square Garden e non si sia arrivati a zuffe e/o alienazioni  tra coach e giocatore lo si deve alla classe di Mike e all’ennesima dimostrazione di che tipo di persona e giocatore ‘Melo sia. Che ché ne dica a Denver quel chiacchierone di George Karl. Ad entrambi vanno i miei grazie.

A marzo ho anche chiuso con Dwight Howard e guai a chi sostiene sia lui il centro più dominante della Lega.

D12 è un cane da catena, buono per far paura entro un raggio limitato, molto più innocuo quando gli si chiede di tirar fuori gli attributi e diventare l’MVP che il suo induplicabile chassis cestistico comanderebbe.

Chiedere la testa del proprio allenatore non è mai nobile, ma è perdonabile quando sei esuberante, giovane, pieno di potenzialità come Demarcus Cousins e il tuo coach non è quella che si chiama una mente illuminata delle lavagnette (e se non fosse chiaro mi sto riferendo a Paul Westphal); Dwight invece ha avuto tutto il tempo necessario per maturare, tecnicamente e non, per andare oltre le imitazioni, le burle, le promesse di fedeltà alla maglia, immediatamente seguite dalle minacce di addio. Forse solo tra 5 anni si renderà conto di non aver sfruttato l’opportunità di esser stato allenato da uno dei più bravi coach dell’NBA, un allenatore che lo ha portato in Finale a furia di disegnare genialate sulla lavagnetta e che in Finale ci avrebbe portato pure Miami se D-Wade non si fosse infortunato, un coach che da degno fratello di Jeff-Legend-Van Gundy alla squadra dà tutto e dalla sua squadra pretende tutto.

Peccato che solo gli adulti siano in grado di capire che un capo del genere è il miglior capo che ti possa capitare; i ragazzetti si ricordano unicamente dei rimproveri e delle poche volte in cui hanno avuto ragione.

La recente conferenza stampa in cui coach Stan ammette di aver saputo dalla dirigenza che Dwight ha chiesto la sua testa – interrotta dallo stesso Howard in vena di battute – per quanto mi riguarda è uno dei punti più bassi di questo già basso 2012.

Va di lusso ai Magic che per non far la figura del cattivone, Dwight garantirà alla squadra quanto basta sul campo per finire più che decorosamente  la stagione, prima di cambiare nuovamente faccia e idea su free-agency, allenatore e dio solo sa cosa.

Per fortuna ci sono i Thunder, con il quartetto più incredibile della Lega (Durant, Westbrook, Harden e Ibaka). Il fatto che tutti e 4 non vadano oltre i 23 anni di vita e che non abbiano ancora sfiorato l’apice del proprio gioco dovrebbe essere sufficiente per provocare ai Tre di Miami attacchi di diarrea.

Blake Griffin e i Clippers possono darsi pace. E Pau Gasol assieme a loro.

Fermare doverosamente l’immagine sullo 0:50 per non perdersi la faccia di Bynum. La chiamano chimica di squadra!

Io spero nel passaggio di testimone: Dirk to KD…

Se ce ne uno che hanno davvero “prescelto”, ha indosso una maglia numero Trentacinque.

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The One-and-done Win

Written By: ru5 - apr• 03•12

Alla fine ha vinto a suo modo, reclutando i bimbi-prodigio con la promessa di un futuro certo in NBA, trasformandoli in stelline NCAA per un breve anno di sostanza mistificata e affidandoli dopo la follia marzolina alle amorevoli cure dei suoi “amici” al Piano di Sopra.

Non so se sono d’accordo con coach Calipari, con il suo metodo della massimizzazione delle potenzialità prima che si intravedano le crepe nell’armatura, con il suo avanzato sistema di monetizzazione dell’ “upside” quando si sta ancora costruendo il nocciolo duro di un giocatore, non so soprattutto se faccia il bene del basket, a maggior ragione in questo preciso momento della storia tecnica e globale del gioco. Del resto questo mondo va più veloce di quanto facesse 20 anni fa e va ancor più veloce sui rettangoli da basket; per cui a meno che non si tratti di scrittura, di lettura e di rapporti umani, invidio chi sa decidere in fretta, chi sa saltare i passaggi, chi se ne fotte dei dettagli e dei prodotti finiti, scommettendo sul proprio talento e sulla sfrontatezza come si fa appesi alle corde del bungie-jumping.

Li invidio davvero.

Ciò detto, a volte, il gioco del basket è un gioco estremamente semplice: la squadra che ha disposizione i migliori giocatori vince. E a John Calipari va l’indiscusso merito di aver messo assieme un gruppo di tre prodigi-freshmen, più due sophomore e un senior ideali per interagire tra loro sul campo, e aver dato vita ad una delle più dominanti singole stagioni nella storia del college basket (38-2). Ci sono state un sacco di discussioni attorno alla correttezza del Calipari-sistema e più ancora sulla sua validità quando si tratta di portare a casa il Big One; i Wildcast 2011/12 hanno posto fine alle parole coi fatti, giustificando le strategie di reclutamento di coach John con la meritatissima vittoria di ieri notte (67-59) che regala al programma universitario più vincente di sempre una nuova retina da portare a casa dopo esser saliti l’ultima volta sulla scala nel lontano 1998.

Il National Player of The Year ha confezionato uno dei suoi tabellini più bizzarri, tirando con 1-su-10 dal campo per 6 miseri punti nel Championship Game, ma acciuffando 16 rimbalzi, respingendo al mittente 6 tiri, rubando 3 palloni con due leve da PlasticMan e dando via 5 pregiati assist, merce fino a ieri rarissima nel bagaglio tecnico di Anthony Davis.

Non è stata la sua miglior partita e vorrei che parecchio merito fosse riconosciuto a Jeff Withey, un protettore sublime dei propri ferri con leve lunghissime abbinate a tanta testa, che l’anno prossimo, mentre Unibrow proverà a portare a casa il trofeo di Rookie dell’Anno, potrà sempre vantarsi, con una maglia da senior indosso, della notte in cui frustrò il miglior giocatore dell’anno al tiro, spostandolo dalle sue confort zone in post basso e contestandogli ogni movenza sotto  al canestro.

Davis, da par suo, è stato bravissimo a stare lontano dai problemi di falli e ad entrare allo sesso tempo nelle teste degli avversari, con una costante onnipresenza difensiva su ogni oggetto volante. Kansas ha finito col tirare con il 36% dal campo, Tyshawn Taylor l’unico a chiudere con una soddisfacente prova offensiva (19 punti, 8-su-17), sempre che vi vada di perdonarlo per le 5 sanguinose palle perse della serata, quella ad un minuto dalla fine di gara ancora nei miei occhi.

Di certo mi aspettavo un andamento del tutto diverso, con le due squadre molto più vicine nel punteggio per tutto il corso della gara, ma soprattutto non mi sarei mai immaginata che tra i meno “conosciuti” tra i Wildcats fosse Doron Lamb a saltare fuori dal cilindro di coach Cal per fargli vincere il suo primo titolo NCAA. Le sue due triple consecutive quando Kansas si è riportata sotto di 10 punti hanno consentito ai Big Blue di tirare nuovamente il fiato, di commettere qualche errore senza pagare dazio. Lamb ha chiuso con 22 punti (7-su-12 al tiro) colmando il vuoto offensivo creato dalla serataccia di Anthony Davis. Non fosse stato per la sua notte da protagonista, qualcuna delle mini-rimonte messe in piedi dai Jayhawks avrebbero potuto fare molto più male.

Quanto ai ragazzi di Coach Self, per una volta non sono riusciti a piazzare la zampata vincente da dietro; era riuscita contro Purdue, contro Ohio State, ma la terza data del “Come-back Tour”, così come ribattezzata dai tifosi di KU, è rimasta un’ intenzione su carta. Grazie al solito mostruoso Thomas  Robinson (18 punti e 17 rimbalzi) e agli sprint di Taylor,  i Jayhawks hanno provato a rendere le cose interessanti sul finale di gara, ma si erano scavati una fossa troppo profonda per venirne fuori un’altra volta, non contro una squadra così talentuosa come Kentucky. Forse i veri assenti tra le file di Kansas: Elijah Johnson e Travis Releford, freddi al tiro con un combinato 6-su-19.

Era scritto da novembre: Kentucky poteva essere sconfitta solo da un inarrestabile fuoco nemico; e nessuno degli avversari incontrati al Torneo ha avuto a disposizione tale fuoco.

Ora di giugno forse tutti e 5 gli underclassmen di Calipari avranno il nome iscritto al draft 2012; forse coach Cal starà già visionando proposte di contratto con alcune dirigenze NBA, benché con la retina fresca di taglio ancora in mano ha giurato di essere già pronto per nuovi reclutamenti nella prossima settimana.

A suo dire, se riuscirà a portare in maglia BigBlue uno tra i prospetti più caldi tra Nerlens Noel e Shabbazz Muhammad, sarà di ritorno per le prossime Final Four.

Sinceramente non mi interessa.

Kansas, invece, perderà di certo Thomas Robinson, assieme ai senior Tyshawn Taylor e Connor Teahan, ma se puoi rifar gruppo attorno a Jeff Withey e puoi contare sulle doti da allenatore di Bill Self, il tuo programma non corre rischi.

Quest’anno anche nell’NCAA è valsa la regola che vige tra i pro: “La difesa vince i campionati”.

Chiedere a Unibrow per la conferma!


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A Unibrow Star is born

Written By: ru5 - apr• 02•12

Anthony Davis non ha fatto in tempo a ricevere gli onori da National Player of the Year che a New Orleans stavano già sollevando la palla a due contro Louisville: 18 punti (7-su-8 al tiro), 14 rimbalzi, 5 stoppate e soprattutto una presenza difensiva che ha mandato a monte 16 tentativi di schiacciate da parte dei Cards’, svariati layup e convertibilissimi tip-in ravvicinati.

A lui l’onore di ogni punto esclamativo in serata. O quasi.

Se si escludono la double-pump dunk di Wayne Blackshare, nella prima metà di gara, e la sua bimane volante dal nulla, nella seconda metà di gara, per l’unica azione in grado di fermare l’emorragia di Louisville per qualche minuto.

Dopo aver trascorso gran parte della gara a lanciare per aria improbabili lob sopra la testa di Monociglio e ad acciuffare rimbalzi offensivi non capitalizzati a dovere, per un breve tratto di gioco l’illusione collegiale praticata da Pitino (complice il 55% dei Cats dalla lunetta) ha funzionato, con il lungo Gorgui Dieng e i piccoletti, Blackshear, Russ Smith e Peyton Siva capaci di ricucire lo svantaggio di 13 fino a -2 con 7 minuti e 34 secondi ancora da disputare. E per un attimo ho pensato/sperato nell’ennesima esplosione di Menestrello Smith per un finale di gara oltre i 70 punti e un’isperata vittoria per coach Rick, alla 6° Final Four di carriera, (la 2° con Louisville), ma soprattutto nel bel mezzo di quello che mi è sembrato il suo miglior lavoro da allenatore tout-court.

Invece i Cardinals hanno chiuso tirando con un misero 35% dal campo (solo Siva, 11, e Behanan, 10, in doppia cifra), fatalmente pregiudicati dal loro già conclamato tallone d’Achille: la mancanza di un vero go-to-guy. Kentucky, invece, oltre a Monociglio Davis, indiscussa stella del college, della partita e delle stoppate, ha potuto contare su un giocatore chiave come il senior  Darius Miller, uscito dal pino con 13 punti, su Terrence Jones con 6 punti e 7 rimbalzi nei minuti cruciali di gara e su Kidd-Gilchrist, con altri 9 punti nonostante un infortunio al quadricipite.

I Wildcats sono pressoché imbattibili e giocatori a parte – che sembrano davvero onesti pezzi di pane del sud – non vedo come potremo evitare stanotte il taglio della rete da parte di Calipari. L’unica speranza sono i 19 rimbalzi offensivi che Louisville ha acciuffato in testa a KU, i soli 11 liberi convertiti dai Big Blue nella Final Four e qualche loro  défaillance quando Louisville ha provato a pressarli nella 2° metà di gara.

Pitino ha svelato che tiferà per Kentucky, ma tanto per non smentirsi ha fatto numerose allusioni alle capacità tecniche sia di Ohio State – magara! – che di Kansas di sconfiggere la Corazzata della SEC Division.

Sul podio, quando si è seduto coach Cal, si è parlato di New York, inteso come pino dei Knicks.

Non capisco perché uno degli allenatori più umorali in circolazione, con un flop ai Nets nel proprio pedigree, continui ad essere idolatrato al pari di Ioda e coach-K, ma per ora sono solo voci. Io darei Sam Cassell, Kendall Gill, Kerry Kittles, Rony Seikaly, Keith Van Horn, Jayson Williams, Sherman Douglas, Chris Gatling e Jim Jackson in mano a Mike Woodson, adesso, solo per vederlo fare meglio delle 3 vittorie e 17 sconfitte con cui Calipari è stato cacciato dal Jersey nel 1999.

Ma questa è un’altra storia.

L’unica che ci deve interessare fino a martedì di nome fa Anthony e di cognome Davis: 14.3 punti, 10.1 rimbalzi e 4.6 stoppate di media nella sua prima (e forse ultima) stagione a Kentucky, i premi come Miglior SEC, Freshman e Difensore dell’Anno e dulcis in fundo la targa da Naismith Player of The Year, l’unico altro giocatore in grado di portarla a casa nel primo anno, tale Kevin Durant. Sospette tra l’altro le giuste parole che Unibrow fa uscire ad ogni intervista rilasciata su un podio o a bordo campo.

Che cambi le partite in difesa è evidente; che converta più o meno ogni lob che gli lancino per aria pure; la cosa che mi ha sorpreso in positivo è la velocità con cui sta imparando a giocare faccia a canestro, a trovare nuove mattonelle da cui essere efficiente e in cui piazzarsi con un’agilità di piedi già da Piano di Sopra. Non gli davano una chance che una quando si trattava di reclutare al liceo, ma dopo aver strappato la nomina da McDonald’s All-American non si è più fermato.

Quanto a Louisville, tre cose: 1) sia chiaro che non stravedo per Pitino, che non lo ritenevo né tecnicamente né caratterialmente pronto per allenare nell’NBA quando l’ha fatto (‘87/’89 – ‘97/2001) e che solo adesso forse potrebbe fare meglio; ciò premesso, in che razza di pianeta surriscaldato un allenatore che ha vinto più di 600 partite NCAA, incluso un titolo con Kentucky, portando ben tre alme mater diverse alle Final Four (Kentucky, Louisville e Providence) non viene inserito nella lista dei papabili Hall of Famer di quest’anno?  2) Gorgui Dieng è il mio nuovo africano preferito a sud – ça va sans dire – di Sèrge, perché se a scuola si va per imparare, lui dai giorni di Dakar ne ha imparate parecchie, dentro e fuori dal rettangolo. Coach Pitino ha raccontato che per 2 mesi, l’anno scorso, Gorgui l’ha guardato come si guarda la stele di rosetta, senza capire assolutamente nulla di quello che stesse succedendo, poi di colpo, un giorno, ha aperto bocca esprimendosi in un inglese così corretto da farlo sembrare un exchange-student da Oxford; l’anno scorso quando Louisville ha perso al 1° round, Dieng si è girato verso i compagni domandando quando avrebbero disputato la partita successiva, quest’anno senza mai tremare ha quasi retto contro Davis: grazie! 3) Russ-diculous, come Pitino chiama Russ Smith è mezzo matto, è insonne, non concepisce il rap se non a tuono nello stereo e ha l’abitudine di aggirarsi per i corridoi – qualsiasi corridoio – con le cuffie sulle orecchie, percorrendo lunghi tratti di strada al contrario, imitando il moonwalk di Michael Jackson e blaterando rime senza senso a squarciagola. Coach Rick l’ha visto la prima volta ad un camp in quel di Brooklyn, quando aveva soli 10 anni, e se n’è innamorato; 8 anni più tardi gli ha fatto avere la stanza più bella dell’intero campus di Louisville, nella Billy Minardi Hall, la torre che Pitino ha commissionato in memoria di un caro amico deceduto l’11 settembre 2001 in ben altra Torre Gemella. Unico patto con Russ: dividere la stanza con un senegalese di quasi sette piedi che aveva tanto bisogno di acclimatarsi alla cultura americana. Smith e Dieng sono diventati migliori amici, Russ ha insegnato a Gorgui lo slang, Gorgui gli ha insegnato le parolacce in francese e anche in italiano, in cui pare sia fluente; nei tardi pomeriggi, quest’anno, i due si sono trovati in palestra per lavorare sui drill provati in allenamento con coach Rick e le visite in presidenza da parte di Smith sono nettamente diminuite. Stando ai compagni la loro stanza è la più divertente di tutto l’ateneo: le lenzuola in seta, gli asciugamani coordinati, le creme e  i colori pastello dalla parte di Dieng, i poster e la baraonda nel lato del Brookolyno. Smith adesso abbassa lo stereo quando Dieng è sotto esame, il senegalese evita di sbatterlo di peso fuori dalla stanza quando alle 2 di notte Russ-diculous accende la luce e si mette a fare sessioni infinite di addominali per rinforzare la parte alta del corpo. Al Torneo la loro unione fuori e dentro al rettangolo ha funzionato. Alzi la mano chi non vorrebbe farsi un anno –  anche estremamente fuori corso – in un college americano?

Nell’altra Final Four, quella a cui tenevo di più per via di tale Jared Sullinger, i Buckeyes si sono lasciati scivolare dalle mani una partita che avevano apparentemente controllato dalla prima palla a due, coach Matta incredulo nel vedere i suoi eseguire così male negli ultimi 2 minuti di gara, dopo averli ammirati in uno dei finali di stagione migliore del basket collegiale.

J-Sull, l’anno scorso, dopo l’uscita per mano di Kentucky alle Sweet16, aveva guardato i compagni in spogliatoio e aveva fatto una promessa solenne a tutte quelle teste basse. “Non ci vado al draft, ragazzi, torno perché dobbiamo andare assieme alle Final Four.”

Promessa mantenuta, benché l’anno scorso Sullinger avrebbe goduto di una quasi certa 5° chiamata assoluta al draft, mentre quest’anno gli scout hanno messo in dubbio la velocità dei suoi piedi tra i professionisti, la sua etica, i suoi rimbalzi e hanno smesso di lodare la sua abilità nello scaricare fuori sui raddoppi, accusandolo al contrario di incapacità di dominare.

Io adoro la sua fluidità in post basso, i suoi polpastrelli morbidissimi, la sua visone periferica e l’innata leadership che si muove al passo dei suoi zompi nel verniciato. A furia di sentirsi la canzone preferita dell’anno scorso, ha forzato qualche tiro di troppo per dimostrare ai detrattori il proprio valore individuale – tutto qui.

Il J-Sully freshman era una forza e allo stesso tempo una bellezza della  natura perché se ne fregava dei tabellini, dei giornalisti e degli eventuali premi; giocava unicamente per la vittoria, per i compagni e per twittare qualche presa in giro dopo aver abusato dei lunghi avversari. Questo gennaio, invece, ha chiuso il proprio account con l’uccellino azzurro e si è messo a pensare un po’ troppo al futuro; è questa l’unica pecca che mi sento di rimproverare al Jared sophomore, magari assieme all’ottuso 5-su-19 di sabato notte contro Kansas, incaponendosi nel voler tirare in testa ai 7 piedi di Withey senza avere quel tipo di “vertical leap”.

Per il resto me lo ricorderò così…

Sempre che non torni a Ohio State per la 2° volta, in totale controtendenza cultural/generazionale .

Comunque, per quanto non mi vada di rielaborare: nella prima metà di gara i Buckeyes sembravano destinati a passeggiare nel parco, con 5 triple convertite in 13 minuti e William Buford in palla (a posteriori forse qualche ferro incocciato in più da dietro l’arco avrebbe aiutato Ohio State a non allontanarsi troppo dal proprio piano di gioco e a risparmiarsi altre 12 triple tentate fuori equilibrio); dall’altra parte Kansas ha fatto quello che ha sempre fatto quando coach Self si è sentito in dovere di gridarlo nei momenti cruciali di gara. I Jayhawks hanno stretto i denti, le maglie difensive e hanno evitato stupidate nei due giri finali di orologio, escludendo naturalmente la palla rubata da Tyshawn Taylor nell’ultimo minuto di gioco, immediatamente ripersa con un passaggio dietro la schiena per il signor nessuno, a cui sia io che i Bukeyes avevamo reagito speranzosi.

La verità è che il junior Thomas  Robinson ha vinto il duello tanto reclamizzato con Jared Sullinger, che Travis Releford ha tenuto Kansas a galla con 15 pesantissimi punti e che la partita è girata sulla stoppata rifilata a Sully dall’eroe del partido, Jeff Withey. La sua difesa su Jared nella seconda metà di gara ha consentito ai Jayhawks di ricucire lo svantaggio di 13 punti. I suoi miseri 4 punti convertiti non dicono niente; Jeff non ha concesso a Sullinger un tiro facile che uno, ha stoppato 7 palloni e ha racimolato 8 rimbalzi.

La verità è che se consenti alla Kansas di quest’anno di arrivare punto a punto, i ragazzi di Bill Self possono vincere contro chiunque, Kentucky inclusa.

Nel 2008 quando Kansas ha completato una sorprendente rimonta contro Memphis nel Championship Game, Bill Self ha inflitto a Calipari la più bruciante sconfitta di carriera. Dopo di ché, i Jayhawks sono stati la squadra indiscutibilmente più forte del 2010 e avrebbero potuto continuare ad esserlo anche l’anno scorso, in entrambi i casi buggerati da Mid-Majors più cazzute di loro senza neppure approdare alle Final Four. Stanotte la risoluta cricca di Bill Self torna al SuperDome con il miglior rimbalzista difensivo della Nazione in Robinson, contro il superatletico Terrence Jones, capace di incendiare il palazzetto con giocate da cyborg, ma anche di gelarlo con la tripla decisiva, mentre a Jeff Withey spetterà l’arduo compito di dimostrare al mondo chi tra lui e Anthony Davis sia il miglior stoppatore del college basket.

Il fatto che Kentucky sia già data per vincente non potrà che aiutare Kansas e la partita; quanto a me, orfana di J-Sull  - e nel peggiore dei modi – mi focalizzerò su Bill Self vs Coach Cal, The Redux. Tifando naturalmente per il primo.

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Ready for Kentucky (Fried Chicken)?

Written By: ru5 - mar• 23•12

Le Sweet16 proseguono questa sera con i South Regional. Prima Baylor contro Xavier e poi Kentucky contro gli Hoosier di Crean. I Wildcats sono stra-favoriti per un biglietto per New Orleans, l’unico ostacolo lungo la strada il rematch con Indiana, la sola in grado di genuflettere i Big Blue in stagione regolare. In quella bruciante sconfitta di dicembre, Anthony Davis e Terrence Jones finirono per combinare per soli 10 punti; qualcosa mi dice che stanotte andrà diversamente.

Tutti volevano Kentucky- Connecticut per uno scontro tra grandi talenti e grandi coach, e invece ci dovremo accontentare di Cal contro Crean;  e ve lo dico subito: io tiferò forsennatamente per il secondo, capace di portare gli Hoosiers alle Sweet16 dopo 10 anni di secca,  per quello che sembra a tutti gli effetti il rematch di Rocky Balboa contro Apollo Creed. Dieci anni fa Indiana si fermò solo nel Championship Game, quest’anno mi aspetto che il suo indiavolato attacco scuota la solidissima difesa dei Wildcats con periodiche mini-esplosioni da 10 punti in un minuto o poco più. E’ vero: Anthony Davis e il suo monociglio sono una delle presenze più dominanti del college verniciato, ma Indiana ha dimostrato di poter vincere contro chiunque in singola gara, affidandosi ai suoi jumper e soprattutto a quelli decisivi di Will Sheehey, il ragazzo su cui tutti hanno dubitato fin dai giorni del liceo, tranne Crean. Chiedere a VCU per credere. Della vittoria degli Hoosiers sui Wildcats dello scorso dicembre mi ricordo una cosa, anzi due: che rinfrancata, nel mezzo della notte, avevo deciso di non seguire l’NBA nel 2012, neppure se il lockout fosse finito, vivendo di sola NCAA; e poi mi ricordo che il freshman lungagnone di Indiana, Cody Zeller aveva obbligato Anthony Davis a parecchio tempo sul pino per problemi di falli. Provaci ancora Cody!

Tra Baylor e Xavier prendo i secondi, perché Tu Holloway sta giocando come quel futuro giocatore NBA che sarà, e Naismith solo sa quanto servano le stelle al gioco del basket. Contro Notre Dame ha guidato la rimonta di Xavier con 13 degli ultimi 25 punti di squadra, mandando a referto, a 21 secondi dalla sirena finale, un miracoloso bank-shot che sembrava salire telecomandato oltre le braccia estese di Jack Cooley. Poi, contro Lehigh, l’ha rifatto un’altra volta, segnando 21 punti da protagonista. Per quanto mi riguarda è lui l’MVP del primo week-end di Torneo. Mentre Perry Jones è una delusione. I Musketeers hanno un mostro a tre teste (Holloway-Lyons-Frease) da scagliare contro Baylor, i Bears potranno affidarsi solo a Brady Heslip, uno dei tiratori più letali del Torneo (44 punti con 14-su-22 da tre in due  sole gare). Se il centro senior  di Xavier, Kenny Frease, ripete la prova maschia disputata contro Lehigh, Baylor può preparare le valige a metà tempo e Perry può togliere il suo nome dal draft 2012.

Nel Midwest Regional, a St.Louis, North Carolina affronterà Ohio, la vera Cinderella del Torneo 2012, e subito dopo Kansas sfiderà NC State.

La favorita ad avanzare, dopo il grave infortunio a Kendall Marshall di North Carolina, è Kansas, ma stiamo sempre parlando di una squadra che ha quasi perso contro Purdue e che forse avrebbe meritato di perdere.

Io tiferò North Carolina State, perché è una squadra a cui mi sono affezionata dai giorni di quell’adorabile mela marcia di Julius Hodge e perché la loro testa di serie numero #11 è ingannevole. I Wolfpack sono incredibilmente talentuosi, hanno stazza e un capo-allenatore in Mark Gottfried che a mio parere sa sempre cosa fare e dire. E poi giocano bene, abbinando all’ attacco feroce una difesa collettiva fatta di sacrificio. NC State ha utilizzato i suoi lunghi (Richard Howell e C.J. Leslie) per limitare a 4 soli punti il centro di Georgetown, Henry Sims. Non vedo perché il piano non dovrebbe funzionare anche contro Thomas Robinson. E poi ho un debole per la mia solita pointguard di turno: Lorenzo Brown. Non è molto spettacolare, né ha tanti punti tra le mani, ma è grosso, con i suoi 6-piedi-e-5 – e io adoro le pointguard dalla stazza Paytoniana – e poi è efficiente. Al Torneo sembra aver girato finalmente una nuova vite nella propria parabola di crescita, il che emoziona sempre quando lo vedi accadere sotto ai tuoi occhi. Nel week-end ha vinto i duelli con i diretti avversari tenendo una media di 14.5 punti, 7.5 assist e ben 7 rimbalzi, guidando i suoi a due upset, prima su San Diego State e poi contro gli Hoyas. I Jayhawks giocheranno a sole 4 ore di macchina dal campus, ma i Wolfpack tra i due sono quelli che hanno fatto vedere il miglior basket finora.

Parlando di miglior basket disputato, il mio MVP della Midwest, stando al primo week-end del Torneo, è DJ Cooper.  Ogni Cenerentola al Torneo vive di un eroe che trascina animi e compagni sulle proprie spalle, alla Stephen Curry del 2008, tanto per intenderci…La pointguard di Ohio non è stato da meno. Il diminutivo Cooper (5 piedi-e-11 con le Nike) ha racimolato 20 punti, 6 assist, 4 rimbalzi e 2 rubate di media nei primi due match contro Michigan e South Florida, 5-su-12 da tre, 11-su-14 dalla carità e parecchi canestri decisivi nei finali di gara.

I suoi Bobcats possono fare la storia questa notte e figuriamoci se io non mi schiererò dalla loro parte. Finora ho sentito e letto circa duemila aggiornamenti sul polso malconcio di Kendall, ma neppure un singolo approfondimento sul fatto che nessuna testa di serie più bassa della 12° abbia mai raggiunto le Elite Eight. I Tar Heels sembrano insormontabili: con super prospetti  come Tyler Zeller, Harrison Barnes e John Henson, senza contare  Hairstone e Reggie Bullock nel backourt e James Michael McAdoo in ala. Ohio invece è imprevedibile, atletica e pericolosa, alla stregua di George Mason del 2006 e della VCU dell’anno scorso. La difesa dei Bobcats sa generare turnover, mentre North Carolina, senza il suo regista elettivo, sa generare molto meno attacco in transizione. I BELIEVE!

Ciò detto, James Michael Mcadoo mi ha fatto tornare in mente che la sua rimane ad oggi la schiacciata migliore del Torneo.

Nell’NBA di marzo l’onore spetta ai Nets.

Prima con Gerald-redivivo-Green

E poi con la Best Pointguard tout-court, Deron Williams.

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Pure Madness!

Written By: ru5 - mar• 22•12

Ogni marzo, d’ora in poi, fino a quando esisterà il Torneo NCAA, tra un time out e l’altro vedremo Lehigh, Cinderella Lampo  di quest’anno, battere Duke e batterla ancora e ancora e ancora.

Si vive anche per provare gioie del genere.

Sembrava tutto a posto per archiviare un tranquillo primo Round da 64, fino a quando, venerdì scorso, la follia ha preso il sopravvento: per la prima volta nello stesso giorno di Torneo due teste di serie numero #15 hanno battuto due teste di serie numero #2; da lì si è innescato il domino con una testa di serie numero #13, una numero #12, una numero #11e due numero #10 uscite vittoriose da una delle più pazze giornate di sempre alla Big Dance.

A un certo punto il mio bracket è esploso con metà delle gare a tabellone vittime di upset e ben 7 delle ultime 9 sfide finite tutte contro pronostico.

Norfolk State a furia di reattività senza coscienza si è trovata in parità con Mizzou all’halftime, dopodiché ogni volta che fissavo il plasma gli Spartans o erano avanti o sotto di soli due punti; e dire che Missouri era considerata una delle squadre nel West Regional in odore di cavalcata fino alle Final Four, con un attacco up-tempo divertente e 4 guardie sul campo in grado di generare i numeri offensivi più efficienti della Nazione. Niente invece hanno potuto contro il lungo di Nortfolk, Kyle O’Quinn, autore di una doppia-doppia essenziale come Stonehenge (26 e 14, con 10-su-16 dal campo) e contro il 54,2% con cui gli Spartans hanno tirato in stato di grazia, comprese 10 triple convertite su 19. I Tigers, dal canto loro, non hanno sfigurato in attacco (quasi il 53 % dal campo), ma hanno consentito alla peggior squadra offensiva del Torneo di convertire più o meno da ogni mattonella e di arrivare prima su ogni rimbalzo e/o palla vagante.

Due ore dopo, i piccoletti della Patriot League hanno fatto ancora meglio. Lehigh usciva da una stagione da incorniciare assieme alle giocate della sua stellina da mid-major nello spot due, CJ McCollum; nessuno però poteva immaginare che i Mountain Hawks fossero in grado di impensierire i Blue Devils di Mike Krzyzewsky, la squadra più vincente al Torneo degli ultimi 20 anni. Duke era orfana della sua ala titolare, Ryan Kelly, fuori con una distorsione al piede destro, ma soprattutto reduce da una serie di prestazioni fiacche in difesa. McCollum si è insinuato tra i pori delle maglie blu e ha rubato la scena ad ogni guardia avversaria, azione spettacolare dopo azione spettacolare. Sul pino coach K ha provato a scuotere i suoi, ma neppure le sue strigliate hanno sbloccato le triple dei vari Seth Curry, Austin Rivers e Andre Dawkins, ghiacciati al tiro con un 4-su-19 complessivo da dietro l’arco. Gabe Knutson, invece, ha deciso di giocare la partita della vita nel momento migliore, ribattendo ad ogni punto di Plumlee con 17 dei suoi (5-su-5 al tiro) e rendendosi conto di aver fatto la storia collegiale del gioco solo al suono della sirena finale.

E’ difficile tra O’Quinn e McCollum scegliere un eroe su tutti per Il Black Friday del Torneo: il primo è stato semplicemente un uomo in mezzo ai bambini, le sue due stoppate e i due assist chiave materiale che si celebrerà per anni; mentre per CJ non bastano le parole, ci si deve accontentare dei numeri (30 punti, 6 rimbalzi, 6 assist, 2 scippi e tutte le giocate importanti del finale di gara).

A guardare Duke l’unico che salvo, controvoglia, è coach K, perché è riuscito a regalare una 2° testa di serie ad una squadra decisamente sbilanciata, battendo avversarie solide come Michigan State, Kansas e North Carolina senza una vera pointguard e senza una vera ala piccola a disposizione. Venerdì, nell’huddle le ha provate tutte, perfino le profanità urlate nelle orecchie dei ragazzi pur di rinvenirli dal torpore.

A volte il talento non basta. A volta contano il cuore caldo e il sangue freddo.

Gli altri upset di venerdì hanno visto (#13) Ohio battere (#4) Michigan in una costante gara degli equivoci: i Wolverines hanno vinto ogni gara stagionale  penetrando nel verniciato con le proprie guardie e lasciando fare il resto alla granola di triple dal perimetro; venerdì è stata la guardia dei Bobcats, CJ Cooper a zingarare per 21 punti, 7-su-11 dal campo, più 5 assist, mentre i compagni hanno asfissiato chiunque in maglia Michigan stanziasse attorno all’arco, tagliando costantemente le linee di passaggio e di penetrazione a Trey Burke & Company, rubando l’arte di far piovere triple nei secchi agli avversari. Fare i compiti paga.

(#12) South Florida ha messo a segno un altro colpaccio, con il suo basket inguardabile a passo di lumaca; la vittima (#5) Temple, l’ennesima squadra a farsi cogliere impreparata al catenaccio dei Bulls. Dopo una prima metà di difesa fisica, gli Owls si sono arresi al freshman avversario Anthony Collins, pointguard in ascesa in grado di controllare il ritmo di gioco in barba al backcourt veterano di Temple.

(#11) N.C. State, invece, ha sfruttato la rincorsa presa 10 giorni prima, arrivando caldissima al match contro  (#6) San Diego State, squadra forte nei suoi esterni, ma un po’ leggera sotto ai tabelloni. Coach Gottfried ha ordinato di servire dentro le ali, Richard Howell e C.J. Leslie, e i due hanno combinato per 37 punti. Gli Aztecs non hanno manco racimolato il 38% dal campo, i Wolfpack sulla bolla della selezione al Torneo hanno risposto col 58%.

Ma arriviamo a (#10) Purdue: i Boilermakers poco prima del Torneo NCAA avrebbero potuto anche accasciarsi, girarsi su un lato e semplicemente morire. Robbie Hummel era ancora convalescente dopo una rieducazione da Tom Cruise in “Nato il 4 di Luglio”, Kelsey Barlow, una delle guardie difensive più forti della Big Ten, oltre che amante dei coast-to-coast da chiudere con l’inchiodata, fresco di sospensione a tempo indefinito, coach Matt Painter non riusciva ad arginare una striscia negativa montata a 3 alla vigilia della Grande Danza e un altro esonero era pronto a calare sulla testa dello swingman DJ Byrd, colpevole di aver preso parte ad una rappresaglia in un locale notturno assieme a Barlow per recuperare il portafoglio del compagno. Gli avversari al 1° turno i supertalentuosi Gaels di (#7) St. Mary, unico tallone d’Achille la debole difesa interiore. Purdue ne ha giocata una per i nipoti: 40 minuti di basket pulito, con la guardia Terone Johnson capace di aprirsi varchi nel verniciato per un totale di 21 punti e Robbie Hummel pronto da senior leader a guidare i suoi ogni volta che i Gaels si rifacevano sotto con quel leone di Rob Jones, ala di 6-piedi-e-6 che ruggisce da centro. Rose(ary) d’oro a Lewis Jackson, opposto a quel diavolo australiano di Dellavedova – Delly, come lo chiamano i compagni – e vincente nello scontro diretto proprio quando più contava, vale a dire dopo il triplone di Hummel, nella seconda metà di gara, per arginare i Gaels in rimonta. Lewis ha risposto a Delly con 18 punti, compresa l’ultima entrata a canestro per la vittoria. Ci ricorderemo di te, Mr. Jackson.

A Purdue per altro non si dimenticheranno mai di Robbie, forse non una chioma bionda ai livelli del Custodian (Brian Cardinal), ma la stessa tenacia e leadership in una maglia da Boilermaker.

Contro Kansas nel Girone da 32, a un certo punto mi sono Hummelizzata e ho creduto nel miracolo. I Jayhawks tiravano col 29% e Perdue riusciva a tenere fuori dalla gara Mr. Candidato a Player dell’Anno, Thomas Robinson (1 solo punto alla prima campanella). Peccato che TR abbia ingranato nella seconda metà di gara, andandosi a meritare ogni punto dalla lunetta e chiudendo con la 25° doppia-doppia della stagione (record di Drew Gooden uguagliato). Purdue aveva bisogno di una gran gara da parte di Hummel e ciò ha avuto: 22 punti già all’intervallo, con 7-su-8 al tiro, e 5-su-6 dalla lunga distanza, compresa la tripla sul dong del cronometro per l’ultimo sorriso da dedicare al college basket. La benzina si è esaurita ad un minuto dalla fine, quando Kansas gli è collassata addosso. Grazie per il come-back!

Altrove, nel Round of 32, Louisville ha confermato le aspettative: non c’è una squadra peggiore dei Cards’ per pagare un biglietto di college basket; sono inguardabili e fanno giocare male ogni avversario grazie alla difesa pressing più asfissiante della Nazione. Ma vincono. Al di fuori delle due stelle di New Mexico (Drew Gordon e Kendall Williams), i Lobos hanno tirato con un putrido 9-su-32, uguagliando una delle loro peggiori serate al tiro anche da dietro l’arco. Pitino impazzisce per il ripudiato di turno, nella fattispecie tale Russ Smith, paragonato da molti a Kemba Walker, anche se a me pare che l’unica cosa che condividano su un campo da basket sia l’abitudine a sorridere un sacco; dopodiché Kemba in confronto è uno scienziato, mentre Russ è il classico incostante che in serata celeste ti solleva fino al paradiso e il giorno dopo ti trascina negli inferi dei tiracci mal consigliati. Sul campo, che ché ne dicano, l’unica top-pick NBA del futuro mi è parsa Drew Gordon ( e il talentuoso freshman Wayne Blackshear mi perdoni).

Negli Atlanta Regional, il tifo sceso giù @ the Pit era composto per il 90% dai fan di Colorado, più qualche tifoso di New Mexico e qualche osservatore neutrale, i sostenitori di Baylor incapaci di riempire la propria sezione. E invece si sono persi 11 minuti e 12 secondi di estro cestistico da parte della loro guardia Brady Heslip, innescato nella seconda metà di gara dal passaggio del compagno Quincy Acy per la tripla del pareggio e letteralmente en fuego dietro ad ogni blocco e/o difensore  per 27 punti ottenuti tutti dal perimetro con 9 triple a referto su 12, evitando di disturbare le maglie. Senza di lui e senza le sue 5 triple i Bears non ce l’avrebbero fatta contro South Dakota State al 1° turno, senza di lui (e senza i rimbalzi di Acy) non sarebbero alle Sweet16. Quanto a Perry Jones III: O Brother where Art Thou?!

Kentucky contro Iowa State ci ha fatto capire una cosa sola: se i Wildcats tirano come contro i Cylcones (64% nella 2° metà di gara), possiamo già impacchettare il trofeo e girarlo a coach Cal. Iowa State era riuscita a limitare Kidd-Gilchrist ad un solo canestro sul finale di gara, a tenere Terry Jones a soli tre tiri dal campo, ma nulla ha potuto contro Marquis Teague, veloce a sufficienza per bruciare gli avversari in palleggio, ma anche capace di punirti se impunemente sfidato al jumper. Gli ci sono voluti undici minuti per far uscire per falli Bubu Palo, 14 tiri aperti per mandare a referto 24 punti e far rincontrare al proprio coach un amico di lunga data: Tom Crean di Indiana. Calipari ha commentato: “Detesto affrontare gli amici, se vincono loro friggo ancora di più, se vinco io non mi godo la vittoria.”. Si narra che Caino dicesse cose simili quando giocava contro Abele.

Gli Hoosiers dal canto loro non hanno mai smesso di crederci contro la squadra del destino, i Rams di Shaka Smart. Perfino quando Bradford Burgess, tiratore da 76% ai liberi, ha appoggiato i piedi sulla lunetta (i suoi in vantaggio di tre punti + i due liberi a disposizione), era chiaro che Indiana pensasse ancora di poter vincere. Di certo lo pensava  Victor Oladipo: quando entrambi i personali di Burgess sono finiti fuori dal secchio, si è involato a sinistra, andandosi a prendere canestro e fallo in un amen. Poi l’ennesima tripla di VCU è andata corta e a quel punto si sono intraviste le stigmate della vittoria sulle mani di Will Sheehey da dietro l’arco. Giocate eroiche a parte, a salvare la serata di Crean è stato Christian Watford, autore di un parziale di +8, in solitaria, per arginare la caduta libera dei suoi prima dell’intervallo.

Dopo aver visto Shaka far nuovamente i miracoli, Illinois ha messo sul piatto il contrattone, ma Smart ha deciso di restare a Virginia Commonwealth. “E’ qui che voglio fare la storia del college basket.” Cinematografico.

Tra Wisconsin e Vanderbilt, gli ultimi minuti sono stati una giocata vincente dopo l’altra: la stoppatona di Festus Ezeli ad un’estremità del campo, il layup appoggiato nel canestro dei Badgers sull’estremità opposta, una gran giocata di Jeff Taylor per riportare Vandi sotto solo di uno, l’assist di John Jenkins a Festus per portare addirittura i Commodores avanti di uno e subito dopo la tripla spezza inerzia di Jordan Taylor per riportare avanti Wisconsin. Jenkins ha avuto a disposizione anche un’ultima tripla del sorpasso, ma Ryan Evans è volato sulle teste di Vanderbilt per acciuffare il rimbalzo offensivo più importante di carriera, rimediando anche il fallo e il libero convertito. Ad attendere Wisconsin alle Sweet 16, Syracuse, che senza Fab Melo lascia spiragli di impresa al tandem interiore dei Badgers formato da Bruesewitz e Berggren.

Gli Orange, intanto, hanno sfruttato il match contro Kansas State per mettere a punto il piano B senza Melo: vale a dire un’impeccabile difesa di squadra, un attacco equilibrato con ben 4 giocatori in doppia cifra e Scoop Jardine in modalità leader (tanti turnover nella prima metà di gara, ma 16 punti, 8 assist e una rubata a giochi fatti).

Memo a Syracuse: attenzione alla slow-motion con cui Wisconsin invischia le partite.

Resta da parlare della vittoria di Ohio State su Gonzaga e del successo amaro di North Carolina su Creighton.

Nel primo caso, che dire: le grandi squadre sono capaci di grandi giocate. Gli Zags sono stati in campo da dio per 38 minuti, poi negli ultimi 2 giri di orologio non sono più riusciti ad eseguire in attacco, né a fermare J-Sully in difesa. Per i Buckeyes, invece, prima si è fatto avanti Aaron Craft con una solida doppia-doppia (17 punti e 10 assist, dominando per l’intera prima metà di gara e portando a scuola Kevin Pangos), poi ha fatto sul serio il Mio Jared Sullinger con tutti i tiri più importanti di fine gara a referto, compresi i due liberi sigilla-vittoria allo scadere (18 punti, 6-su-7 dalla lunetta e 2-su-2 dalla distanza).  Honorable mention all’ala sophomore di Ohio State, Deshaun Thomas: ha raggiunto la doppia cifra in 31 delle 35 gare disputate quest’anno, ha tirato con il 53% dal campo in stagione e col 35% dalla distanza e nelle ultime 9 gare la sua media punti è cresciuta da 15 a 20. A coach Matta l’arduo compito di prevenire infortuni al ragazzo date le chiare intenzioni pro-draft.

E arriviamo a North Carolina: con 10. 55 minuti da giocare sul cronometro del 2° tempo, Kendall Marshall, il leader in assist dell’intera nazione, ha subito un contatto che lo ha mandato a tappeto sul polso destro, provocandone la frattura netta e un altrettanto netto cambiamento del panorama al Torneo. Senza Kendall i Tar Heels non sono più tra i primi favoriti alla Big Dance e Kansas si sfrega le mani. Kendall, intanto, operato di lunedì, ha tolto il gesso ieri. A Chapel Hill stanno pregando tutti attorno ai santini a forma di Michael Jordan, a coach Williams la patata bollente nel decidere a chi affidare la gestione di palla visto anche l’infortunio subito dalla sua guardia junior Dexter Strickland ad inizio stagione (rottura del crociato ). In sala stampa si è parlato delle carte inesperte di Stillman White e Justin Watts. Fossi in Roy preferirei piuttosto Henson da point-forward e Barnes nel resto di gara. Auguri.

Chiudo con i primi pronostici per le Sweet16:

Syracause – Wisconsin: scelgo Wisconsin per scaramanzia pro-Orange e perché la più paziente e deliberatamente soporifera squadra ancora in corsa può mettere in crisi il sontuoso fast-break con cui Syracause risolve i propri guai. Se i tiri dei Badgers cadranno nelle maglie a sufficienza, si farà grigia per coach Boeheim, mentre Bo Ryan potrà contare su quell’illusionista di Jordan Taylor per congelare il ritmo di gara.

Michigan State – Louisville: scelgo Louisville perché credo che il freshman Chane Benahan sia il candidato ideale per provare a fermare l’all-american alla corte di Izzo, Draymond Green; perché i due allenatori si conoscono a mena dito e giocheranno alla stessa maniera vintage che abbiamo visto per anni. Gli Spartans proveranno a vincere pressando a metà campo, i Cards cercheranno di provocare turnover, di stoppare in mezzo con Gorgui Dieng e di far girare gli spicchi con Peyton Siva; e io tifo per i ventricoli di quest’ultimo.

Ohio State – Cincinnati: scelgo i Buckeyes perché Cinci ha avuto la meglio in entrambi i due precedenti al Torneo e i tempi sono ormai maturi per consumar vendetta; perché i Bearcats sono più fisici, ma Ohio State è la più efficiente a rimbalzo; perché Sullinger DEVE aver imparato a non sedersi troppo presto sul pino per falli ed è più forte del suo diretto rivale Yancy Gates e perché al fianco di Jared è nata una nuova stella, Deshaun Thomas, e quando i Bearcats collasseranno sotto canestro addosso a Sully, Thomas raccoglierà gli scarichi e taglierà in due la difesa di Cinci per inchiodare a canestro.

Marquette – Florida: scelgo Florida perché entrambe le squadre hanno dimostrato di avere problemi a battere le avversarie più forti e di addormentarsi quando sono favorite, ma i Gators sembrano i più caldi, dopo aver passeggiato in entrambi i turni precedenti, chiudendo con un vantaggio di 30 punti. Florida può segnare a piacere, ma spesso si dimentica di difendere, Marquette al contrario è più bilanciata su entrambi i lati del campo. Ai primi piace rallentare i giri, i Golden Eagles proveranno invece a scorrazzare su e giù per il rettangolo guidati da Jae Crowder e Darius Johnson-Odom, due dei migliori giocatori in campo aperto di tutto il college basket. Quando la gara entrerà nei momenti salienti, le tre guardie di Florida (Ervin Walker, Kenny Boynton e Bradley Beal) congeleranno gli spicchi e saranno i tiratori di Billy Donovan a fare la differenza. Si dà il caso che entrambi i suoi lunghi, Patrick Young e Erick Murphy siano capaci di far cadere nel secchio i palloni decisivi.

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Last Minute March Madness

Written By: ru5 - mar• 15•12

Perdonate la dissolvenza, ma sono reduce da una lunga e frenetica trasferta americana che mi ha portato del tutto casualmente a sfiorare la Cometa di Lin (con tutto il rispetto per il ragazzo, per le sue e le mie origini asiatiche, ci sono pochi giocatori più “brutti” da vedere nell’NBA e gradirei che continuassero a giocare nella riserva canadese dei Raptors piuttosto che nella Grande Mela), poi ad Orlando per l’All Star Game e in giro per le arene alla ricerca di un antidoto contro la mia depressione “post-9/Twelve”.

Il più insignificante degli aiuti difensivi in una prima stagione da favola e al Mio Rubio toccherà saltare sia i possibili playoff, con una franchigia a cui ha letteralmente re-iniettato vita al pari di Herr Doctor Frankestein con la Creatura, che le Olimpiadi.

Non so a voi, ma a me vengono in mente solo i Linkin Park.

I tried so hard
And got so far
But in the end
It doesn’t even matter
I had to fall
To lose it all
But in the end
It doesn’t even matter

Un antidoto alla depressione, però, l’ho trovato. Si chiama: Kevin Durant.

L’ho visto prima andarsi a prendere il trofeo di MVP ad Orlando, strappandolo dalle mani del solito Kobe in vena di record, poi me lo sono gustato in partita – per la prima volta dal vivo – e devo ancora smettere di strofinarmi gli occhi: 38 punti, 12-su-21 al tiro, 18 punti inanellati nel solo 4° quarto con l’automatismo delle obliteratrici della metropolitana, 5 triple convertite su 8, i piedi sempre più lontani dall’arco, gli spicchi sempre più cruciali, ma il suo rilascio pressoché ineffabile, oltre a 8 rimbalzi, 3 assist e un 9-su-9 immacolato dalla lunetta. Al microfono il più piacevole 23enne in cui mi sia mai imbattuta. E io mi imbatto spesso nei 23enni. L’asse dell’intera Association ruoterà per forza attorno a lui negli anni a venire, il che mi fa ben sperare dopo due estati di Decison e lockout in back-to-back.

Quanto al mio psicanalizzabile bisogno di una pointguard in cui credere, mi concentrerò come al solito su Rajon-Freaking-Rondo, in attesa che Ricky Business torni sul campo. Com’è, come non ‘è, ogni volta che esprimo un desiderio NBA, Rajon lo avvera. Al Madison ne ha messi 18, più 17 rimbalzi e 20 assist per congelare una volta per tutte la Linsanity newyorkese.

I 100 di Chamberlain sono alla portata di Kobe almeno quanto la scarpetta di Oscar (Robertson) ha una chance di calzare a Rondo.

Ora però è tempo di ben altre cenerentole, dato che mentre vi scrivo si stanno disputando le ultime First-Four del Torneo NCAA: i Vermont Catamounts contro i Lamar Cardinals da una parte, i California Golden Bears opposti ai South Florida Bulls dall’altra.

Mentre le prime due squadre, entrate in tabellone sulla cosiddetta “bolla”, non hanno alcuna chance di battere North Carolina nel Round delle 64 – i Cardinals i soli ad essere assurti alla cronaca per la piazzata “televisionizzata” di coach Pat Knight verso i suoi senior – al contrario, sia i Bears che i Bulls potrebbero impensierire  Temple al 1° turno.

Bando alle ciance quindi e via di Roseary-bracketology. Iniziando dai South Regional.

First Four
Western Kentucky batte Mississippi Valley State

Round of 64
1 Kentucky batte 16 Western Kentucky
8 Iowa State batte  9 Connecticut
5 Wichita State batte 12 VCU
4 Indiana batte 13 New Mexico State
6 UNLV batte 11 Colorado
3 Baylor batte 14 South Dakota State
10 Xavier batte 7 Notre Dame
2 Duke batte 15 Lehigh

Round of 32
1 Kentucky batte 8. Iowa State
5 Wichita State batte 4 Indiana
3 Baylor batte 6 UNLV
2 Duke batte 10 Xavier

Sweet Sixteen
1 Kentucky batte 5 Wichita State
2 Duke batte 3 Baylor

Elite Eight
1 Kentucky batte 2 Duke

Innanzitutto vorrei vedere gli Shockers di Whichita State fare il colpaccio su una corazzata.

Mi piacciono gli Shockers; sono bilanciati, hanno un’ottima presenza sotto ai tabelloni in Garrett Stutz, hanno una pointguard di tutto rilievo in Joe Ragland, una guardia cazzuta come Touré  Murry, che muore ogni volta dalla voglia di iscrivere punti sul proprio tabellino, e non manca neppure il colletto blu per i lavori sporchi, Carl Hall. Poi, dato che le bombe da tre fanno e disfano le storie del torneo, dietro l’arco tornano utili anche Ben Smith e David Kyles. La difesa è solida, manca forse il go-to-guy designato per il crunch time.

Se sorpassano lo scoglio VCU e quei 40 minuti di pressing difensivo indemoniato a cui Shaka obbliga i suoi, come si suol dire: sky is the limit. O per lo meno le Sweet 16.

I Rams di VCU sono stati la cenerentola dell’anno scorso, ma tirano peggio da tre quest’anno e, per stessa ammissione di coach Smart, spesso hanno goduto del vantaggio dell’ignoto, scontrandosi con squadre che ignoravano totalmente il loro stile convulso di gioco. Spero che a 12 mesi di distanza il segreto sia stato svelato.

Passando a Baylor, sarei infastidita se Perry Jones III non disputasse un torneo da lottery-pick impedendo ai suoi Bears di avanzare; il talento in squadra non manca, il tabellone irride, non c’è motivo per cui Baylor non danzi più a lungo del solito, se non appunto il fatto che si tratta dei Bears. Coach Scott Drew è universalmente considerato un ottimo reclutatore e aggregatore di talenti, ma da lì a vincere ce ne passa. Che dire: Baylor ha impressionato contro Kansas al Big 12 Tournament ed entrare al Torneo di slancio ha sempre aiutato. A Perry l’ardua sentenza.

Parlando di ottimo reclutatore, coach Cal(ipari) cade a fagiolo: non è certo uno dei miei allenatori preferiti e neppure i suoi virgulti sono tra i miei preferiti al Piano di Sopra, D-Rose l’eccezione che conferma la RosearyRule, eppure riesce sempre a mettere in piedi squadre da corsa. Mentre i suoi Wildcats giocano, ci sono già voci imminenti sul suo addio a fine Torneo in direzione delle lavagnette NBA. E’ una delle figure più controverse del college basket e anche un’ incompiuta. Kentucky non dovrebbe avere problemi nel raggiungere le Final Four, benché tenda ad abbassare il proprio livello di gioco a quello dei diretti avversari piuttosto che girare a pieni cilindri. Ciò detto non sono poi così certa, a differenza dell’opinione pubblica, che il 2012 sia l’anno in cui coach Cal taglierà l’ultima retina.

UConn, invece, è una delle squadre più intriganti a Sud, perché è una tra le poche formazioni del Paese in grado di battere Kentucky; verò è che hanno chiuso una stagione deludente sotto al 50% di vittorie, risollevandosi solo al Big East Tournament. Con il ritorno sul pino di quel califfo di Calhoun, un’ultima corsa fino alle Sweet 16 è alla portata di Jeremy Lamb e compagni, ma prima gli Huskies devono superare l’ostacolo targato Iowa State. I Cyclones dispongono di una miriade di tiratori con cui coach Fred Hoiberg ha voluto circondare la sua stella; quanto alla stella, tale Royce White, trattasi di pointguard di 6-piedi-e-8 per 122 chili. Non c’è nessuno a Connecticut in grado di marcarlo.

Gli upset su cui spero (ma non scommetto) sono naturalmente: Xavier su Duke, perché odio Duke, perché odio coach K e sinceramente spero che già la Leigh di CJ McCollum possa smascherare la soffice difesa perimetrale dei Blue Devils; dopodiché spero in South Dakota State su Baylor, magari con un partitone da incorniciare da parte di quel flagello in playmaking di Nate Wolters – e sapete che ho bisogno di credere in una pointguard – coadiuvato da 4 tiratori da tre assieme al lui sul campo e una pioggia di triple da apocalissi. Dulcis in fundo sarebbe davvero divertente vedere gli Aggies di New Mexico State dare il ben servito ad Indiana. Wendell McKines è uno swingman di 6-piedi-e-6 capace di fare onde nel verniciato a colpi di cianchettate, oppure di punirti dal perimetro con la bomba da tre, ma anche di penetrare in palleggio. Auguri a Christian Watford, l’Hoosier che fa rimpiangere a Larry Bird di essere nato nell’Indiana ogni volta che lo vede non difendere su chiunque.

Honorable Mention a Mike Moser di UNLV: trasferito da UCLA, ha ritrovato il suo gioco a Las Vegas. Trattasi di combo-forward di 6-piedi-e-8 che spazza i tabelloni con energia, è pestifero in difesa e quando fa un passo indietro oltre l’arco da tre, sai che farà frusciare la retina il più delle volte. La sua versatilità è il motivo per cui i Runnin Rebel sono rimasti a galla quest’anno, soprattutto lontano da casa, quando si dimenticano letteralmente come si gioca.

Passiamo ai West Regional

First Four
BYU batte Iona

Round of 64
1 Michigan State batte 16 LIU Brooklyn
8 Memphis batte 9 Saint Louis
12 Long Beach State batte 5 New Mexico
4 Louisville batte 13 Davidson
6 Murray State batte 11 Colorado State
3 Marquette batte 14 BYU
7 Florida batte 10 Virginia
2 Missouri batte 15 Norfolk State

Round of 32
8 Memphis batte 1 Michigan State
4 Louisville batte 12 Long Beach State
6 Murray State batte 3 Marquette

2 Missouri batte 7 Florida

Sweet Sixteen
8 Memphis batte 4 Louisville
2 Missouri batte 6 Murray State

Elite Eight
2 Missouri batte 8 Memphis

L’8° testa di serie conferita a Memphis è una truffa. Non c’è squadra che abbia più diritto di lamentarsi col Comitato dei Tigers. Dopo una riunione di due ore a porte chiuse, in seguito alla sconfitta subita contro Georgetown il 22 dicembre scorso, le Tigri non si sono più voltate indietro, migliorando il proprio gioco settimana dopo settimana. Nella seconda metà di stagione Memphis ha chiuso con un impressionante 19-a-3, vincendo le ultime 10 gare della Conference USA, tutte con un vantaggio in doppia cifra. In attacco è il sophomore Will Barton ha guidare i suoi e a dare il buon esempio guadagnandosi continui viaggi in lunetta, in difesa la squadra è più che diligente e non ha falle. Per il Torneo è pure tornato sul campo il freshman promettente Adonis Thomas . Ai Tigers mancano solo i rimbalzi, ma se sopravvivono a Michigan State, il miracolo delle Final Four non è poi così surreale.

Parlando degli Spartans, i pupilli di Magic Johnson dovranno fare a meno di Branden Dawson, vittima di una sfiga Rubiana dopo essersi rotto il crociato nell’ultima partita di stagione regolare. Sono ovviamente la numero uno più debole di tutto il tabellone, ma la presenza di Green sul campo (Il Big 10 Player of the Year) e di Izzo sul pino fa tremare gli scommettitori. Green potrebbe rivelarsi uno di quei leader che semplicemente non permettono alla propria squadra di perdere prima delle Elite 8.

Louisville ha deluso per tutta la stagione regolare, ma si è risvegliata dal letargo durante il Big East Tournament piazzando le doppievu contro Marquette e Cincinnati per vincere il titolo. I Cardinals continuano a bisticciare con i propri tiri da tre- è vero – ma se Payton Siva disputa le prossime partite come le ultime due che ha giocato, giriamo sentiti auguri a tutti.

Ma arriviamo a Murray State. L’intera nazione non vede l’ora di scoprire quanto bravi siano veramente i Racers dopo una sola sconfitta in stagione regolare. Il che può essere un peso, così come l’ispirazione dietro alla “danza perfetta”. Il tallone d’Achille sono i rimbalzi, ma se c’è un’avversaria che non è in grado di avvantaggiarsene quella è Colorado State, non schierando a roster un singolo giocatore sopra i 6-piedi-e-6. Le cose però potrebbero complicarsi al turno successivo contro Marquette, che non spicca a sua volta per lungagnoni pericolosi, ma sopperisce al quintetto sotto dimensionato con una sfilza di guardie super-aggressive pronte a penetrare a canestro e a spazzolare i vetri. Non è detta l’ultima parola però, dato che alla voce guardie anche Murray State può dire la sua con il junior Isaiah Canaan, un All-American, se non vi fosse giunta la notizia, con un tiro da tre esiziale e la riprovevole abitudine ad entrare in ritmo in materia, inanellando 4 o 5 bombe in fila.

Oltre a Murray State su Marquette, un altro upset succulento sarebbe quello di Florida su Missouri. I Gators sono una delle poche squadre che può scamparla contro Mizzou schierando 4 guardie: Mike Rosario si fa uscire dal pino, Brad Beal nello spot 4 e dita incrociate su ogni tiro dalla distanza. Florida è lo specchio del proprio coach Billy Donovan: quando “vien giù da battaglia”, non sono in tanti a resistergli.

Honorable Mention a Scott Machado, di Iona, il miglior passatore della Nazione a sud di Kendall Marshall di North Carolina e complimenti a Mike Scott di Virginia, macchina di efficienza da 20 e 10 ad ogni allacciata di scarpe, il tutto  sobbarcandosi il peso dell’attacco  Cavs praticamente in solitaria.

Via con i Midwest Regional

First Four
Vermont batte Lamar
South Florida batte California

Round of 64
1 North Carolina batte 16 Vermont
8 Creighton batte 9 Alabama
5 Temple batte 12 South Florida
13 Ohio batte 4 Michigan
6 San Diego State batte 11 NC State
3 Georgetown batte 14 Belmont
7 St. Mary’s batte 10 Purdue
2 Kansas batte 15 Detroit

Round of 32
1 North Carolina batte 8 Creighton
5 Temple batte 13 Ohio
3 Georgetown batte 6 San Diego State
2 Kansas batte 7 St. Mary’s

Sweet Sixteen
1 North Carolina batte 5 Temple
2 Kansas  batte 3 Georgetown

Elite Eight
1 North Carolina batte 2 Kansas

I Tar Heels sono ritenuti da gran parte della Nazione i soli in grado di battere entrambe le corazzate del Torneo: Kentucky e Syracuse, ridimensionata dall’assenza per motivi accademici del loro totem difensivo Fab Melo, ma pur  sempre grande favorita. Credo che capiti quando ti ritrovi una quindicina di lottery pick a roster, più una ventina di All-American desiderosi di giostrare alla corte di Roy. North Carolina è davvero forte, nonostante la recente sconfitta per mano di Florida State alle Finali del Torneo ACC. Mancava Plastic Man-Henson - va detto – seduto con un polso slogato, ma già atteso sul campo per il 1° turno della Grande Danza. Infortuni e sconfitta a parte, i Celesti sembrano aver raggiunto il top della forma nel momento perfetto e per batterli bisognerà provare ad annientarli con gioco fisico e maschio. Peccato che in questa parte del tabellone, ad eccezione di Alabama, nessuno disponga di tale avvenenza fisica, e i Crimson Tide comunque non hanno sufficienti tiri nelle mani per impensierire.

Dall’altra parte del bracket risiede Kansas, che ha la capacità di giocare divinamente solo quando Tyshawn Taylor fa altrettanto, ma schiera anche uno dei candidati a Player of The Year, con indosso una casacca numero #0, Thomas Robinson, capace di convertire il 53% dei suoi tentativi da due e di guadagnarsi falli meglio di chiunque altro nel proprio Regional. Se è serata no, però, in perfetta tradizione Jayhawks, Kansas morirà delle sue basse percentuali dalla lunetta e delle palle perse di Taylor.

Un momento di raccoglimento, invece, per Robbie Hummel: due operazioni al crociato nel giro di 9 mesi, un anno e mezzo passato in riabilitazione, eppure il cuore e i cojones di tornare e guidare una modesta Purdue al Torneo, racimolando nel frattempo onori vari nella Big Ten. Chi non tifa per questo ragazzo ha due sole alternative: o tifa per Duke – e a quel punto non mi interessa – oppure mi dimostra che ha studiato ad Indiana.

Un matchup su tutti voglio godermi in questo Regional: quello tra Mr. Pefrect4Basketball-Harrison Barnes, il più reclutato dei liceali e già incoronato futuro Player of the Year prima di muovere un singolo passo in maglia Tar Heel, e il suo compagno di liceo Doug McDermott, ora a Creighton, uscito dall’high-school senza fanfare, eppure capace di scippare gli onori di First Team All-American all’amico/rivale senza battere ciglio. Prima però i Bluejays di Doug dovranno oltrepassare la difesa serrata di ‘Bama appigliandosi al loro attacco da dietro l’arco. Auguri.

Dopodiché North Carolina versus Kansas è lo scontro che tutta la Nazione attende in salotto. Puro divertimento marzolino. Le squadre NCAA in grado di competere con la frontline di North Carolina (Tyler  Zeller e John Henson) si contano su una singola mano, forse sulle prime tre dita. Thomas Robinson e Jeff Whitey di Kansas occupano un posto tra una di queste tre dita. Quanto a Tyshawn Taylor, dovrà tirar fuori il coniglio dal  proverbiale cilindro se vuole vincere il duello contro Kendall Marshall, mentre a chiunque toccherà arrestare Barnes…Oh voi, lasciate ogni speranza… Kansas è la miglior 2° testa di serie del Paese. Come ho già detto: divertimento marzolino. Allo stato puro.

Ciò detto se Detroit confeziona l’upset sui Jayhawks ed Eli Holman ferma Thomas Robinson a furia di augurargli buona sera in stoppata, io mi metto a tifare per i Titans  e per il transfer da Indiana. Heli, l’anno scorso, è entrato nell’ufficio del preside, ha questionato accesamente con coach Tom Crean degli Hoosier e di fronte alle minacce di sospensione ha tirato una pianta addosso al suo allenatore, con tanto di vaso, poi ha comunicato al preside che non sarebbe tornato per la stagione successiva, ha girato i tacchi e si è messo al volante in direzione Detroit. Quest’anno, Il Nostro ha esordito con una di quelle feste alla confraternita Phi Kappa Theta, invitato dal senior e compagno di banco Brad Harbison e per farsi nuovi amici nell’ateneo ha pensato di calarsi una dose da centro NCAA di vodke e di rompere il naso in maniera scomposta proprio a colui che gli aveva girato l’invito. Chapeau. Lui e Lamarcus Lowe possono tenere a bada Robinson, mentre Roy McCallum è comunque una pointguard con la targhetta in camera di McDonald’s All-American, oltre ad aver scelto Detroit per giocare per il padre. Se i Titans provocano turnover e tirano un filo meglio del solito, vi voglio tutti in piedi, di notte, al grido di: E-L-I, E-L-I, E-L-I!

Honorable Mention a DJ Cooper di Ohio, perché è minuscolo, è mancino e quando era un freshman ha spedito Georgetown fuori dal Torneo da solo, con 23 punti e 8 assist. Può bastare, no? Complimenti anche a Matthew Dellavedova di St Mary’s, per il cognome, per il paradenti Rubiano con su scritto olé e perché tira strano, corre ancor più strano, ma se lo sottovaluti te ne infila 25 in faccia più 10 assist sotto al naso.

Quanto a Jamaal Franklin di SDSU, ala di 6-piedi-e-6 con una quasi doppia-doppia di media in stagione, mi aspetto uno o due poster d’autore. Su chi, scelga lui a piacere.

Finiamo con gli East Regional.

Round of 64
1 Syracuse batte 16 UNC Asheville
8 Kansas State batte 9 Southern Miss
5 Vanderbilt batte 12 Harvard
4 Wisconsin batte 13 Montana
6 Cincinnati batte 11 Texas
3 Florida State batte 14 St. Bonaventure
7 Gonzaga batte 10 West Virginia
2 Ohio State batte 15 Loyola (Maryland)

Round of 32
1 Syracuse batte 8 Kansas State
5 Vanderbilt batte 4 Wisconsin
3 Florida State batte 6 Cincinnati
2 Ohio State batte 7 Gonzaga

Sweet Sixteen
1 Syracuse batte 5 Vanderbilt
2 Ohio State batte 3 Florida State

Elite Eight
2 Ohio State batte 1 Syracuse

Da giorni non si fa che leggere del facile tabellone capitato agli Orangemen, del nuovo anno targato Boeheim, dopo le magie del Primo e originale Melo, ma la verità è che Syracuse è nell’occhio di un karmatico ciclone da inizio stagione, prima con gli scandali sessuali, poi con le insinuazioni di doping e infine con l’esonero dal Torneo di Fab Melo. Gli Arancio faranno bene a scendere in campo molto concentrati se non vogliono uscire prematuramente. Coach Boeheim è uno dei più grandi allenatori collegiale dei miei tempi: non vinci così tanto e così bene se non sai esattamente cosa stai facendo con questi ragazzi.

Eppure ha vinto meno dei vari Calhoun, Coach K e Roy Williams. La squadra quest’anno è una delle più forti che abbia mai avuto, ma qualcosa si è incrinato. Dall’approdo o meno dei suoi alle Final Four dipenderà parte della sua reputazione nei libri di storia. Auguri, coach.

Dopo i brevi successi di Jeremy Lin al Piano di Sopra, anche la sua alma mater, Harvard, ha vissuto un istante di sottilissimo piacere. I Crimson sono tornati al torneo dopo un’assenza che durava dal 1946. Tommy Amaker ha sfruttato i suoi cervelloni per crearsi una squadra disciplinata che sa controllare l’andatura del gioco, difendere forte e trovare il compagno aperto. Non basterà, ma ogni tanto qualche successo sportivo fa più bene ai secchioni  di quanto non ne faccia allo sport. Amen.

Parlando di incompiute ad Est non si può non tirare in ballo Vanderbilt, fuori dal torneo al 1° turno in 3 degli ultimi 4 anni, per mano delle 12° e 13° teste di serie. I Commodores hanno l’etichetta dei perdenti cucita a doppio filo: “Bravi, ma incapaci di chiudere una gara, soprattutto quando il calendario dice marzo.”. Poi, in un recente pomeriggio di domenica, sotto di 5 negli ultimi 3 minuti di gara, contro Kentucky,  hanno scucito i primi punti dell’etichetta acciuffando una vittoria capitale per il morale e obbligando i Wildcats alla seconda sconfitta di tutta la stagione. La scimmia sulla spalla è stata avvisata.

Ciò che mi sta veramente a cuore in questo Regional, però, è un destino è uno solo: quello del Mio J-Sully.

Con quel carattere guascone che si ritrova è ad altissimo rischio di “sovra-hypizzazione”. Io non ci voglio credere. Non c’è giocatore con peso specifico più alto per la propria squadra di Sullinger per i Buckeyes. Ma DEVE vincere qualcosa. Ohio State ha deluso in stagione regolare, e Jared si è divertito un po’ troppo in quello che sarà il suo ultimo anno al campus. Ciò detto, io tifo per lui alle Final Four e, North Carolina permettendo, anche oltre.

Il matchup tra i Buckeyes e Syracuse impone riti propiziatori millenari. Ci fosse stato Fab Melo contro Sully avrei avuto difficoltà a scegliere per chi tifare, date le circostanze mi auguro di vedere i tiri di Ohio State cadere oltre la zona di Syracuse.

L’upset in cui spero, invece, è quello di Montana su Wisconsin. Le due front line sono quasi una copia carbone l’una dell’altra, con Derek Selvig di Montana nel ruolo di Jared Berggren di Wisconsin e Matthias Ward col cosiddetto carrot-top in testa per far invidia alla crestina rossa di Mike Breusewitz. Montana è migliorata nel corso della stagione e Kareem Jamar è uno dei segreti meglio custoditi del Paese, senza neppure essere la stella dei Grizzlies. Tale ruolo tocca a Will Cherry, che contro il nemico pubblico di Weber State, quest’anno, ha cancellato la pointguard avversaria Damian Lillard che vanta una delle difese su palla migliori della Nazione. Vedremo.

Honorable Mention a Kevin Jones di West Virginia, uno dei giocatori più produttivi del Paese, capace di guidare la Big East per punti e rimbalzi (oltre che di insegnare l’arte del rimbalzo offensivo), a Sean Kilpatrick di Cinci, shooting guard infuocata quando in ritmo al tiro e a Andrew Nicholson di St. Bonaventure. Tenete a mente il nome perché sarà una lottery-pick questo luglio; nelle ultime 8 gare stagionali ha tenuto una media di 26 e 10 rimbalzi a partita, sbocciando in una delle ali più difficili da contenere al Piano di Sotto.

Direi che abbiamo chiuso. Io mi getto sul divano davanti a ESPN America.

P.S. Intanto il mio Antidoto col Trentacinque ci ha ricordato cosa distingue i grandi dai campioni: la ricerca costante di nuovi limiti da superare. Arrivato nella Lega con un controllo di palla discutibile, KD oggi sa zingarare da guardia e  finire forte da ala. Post-Chris Webber in the making, ma senza time-out ad ofuscare un inscalfibile dna da clutch shooter.

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