Misfits & MVPs

Written By: ru5 - apr• 23•12

Non so se qualcuno di voi lo guarda, ma “Misfits” è la nuova serie televisiva inglese destinata a cambiare la tv, da quando quel Dio in Terra di Ricky Gervais ha inventato il genere del quasi-documentario con la serie “The Office”.

Non fosse per Misfits, la mia vita “seriale” sarebbe pressoché inesistente, dato che ogni legal a sud di “The Shield” mi provoca ormai il voltastomaco, “Lost” è ahimè finito lasciandomi un vuoto incolmabile nel cuore e la mia memoria cita ormai a menadito ogni puntata dell’inarrivabile “Scrubs”…

Se non avete mai visto Misfits e avete il satellite, fatelo. Alla seconda battuta so già che sarete dalla mia parte nel volere Nathan for President.

I “Disadattati” del telefilm sono 5 giovani problematici a cui tocca espiare del tempo assieme in una comunità di servizi sociali, cercando ognuno nel contempo di venire a capo del proprio superpotere acquisito durante una tempesta che ha colpito improvvisamente la città.

Anche l’NBA ha i propri Disadattati e nove volte su dieci sono i giocatori più spassosi da intervistare, da guardare nelle serate “a briglie sciolte” e da ascoltare quando sono in vena di confessioni. C’è un’alta probabilità che se ne freghino dell’opinione pubblica e dicano tutta la verità, anche quella che ai coach, ai GM, agli agenti e ai colleghi di solito piace celare.

Molto prima di quanto sia servito al governo americano per aprire i fascicoli su JFK, Gilbertone (Arenas) ha aperto il suo personalissimo file sul nefasto incidente con le pistole che il 21 dicembre del 2009, nello spogliatoio dei Wizards, gli ha spezzato anzitempo la carriera.

Stando alla Gilbert-versione tutto sarebbe nato da una partita di carte tra JaVale e Crittenton: McGee aveva vinto $1100 dollari e voleva che Crittenton ne girasse immediatamente $200 a Boykins, che a sua volta li aveva imprestati a JaVale ad inizio partita. Crittenton aveva dato in escandescenza e a quel punto Gilbert aveva deciso di intervenire in veste di leader della squadra.

Dai quei fottuti soldi a chi di dovere e smettila di insultare così un tuo compagno, siamo una famiglia qui ai Wizards.”.

Javaris non ci aveva visto più: “La fai facile tu, con tutti i soldi che ti pagano…Pensa a meritarteli” … Eccetera, eccetera, eccetera.

Poi, in spogliatoio, era girata la voce che a Golden Gil prima o poi qualcuno avrebbe sparato al ginocchio.

Ecco, se c’è una cosa che non si deve mai fare con Arenas è sfidarlo a superare i limiti consentiti. In un attimo Gilbert aveva tirato fuori dall’armadietto 4 pistole di cui deteneva il porto d’armi e le aveva messe in mano a Javaris.

Avanti, scegline una, prendila adesso e fammi sapere il giorno in cui avrai i coglioni per spararmi. Io sarò qui ad aspettarti.”.

E ci potete scommettere che Gilbert l’avrebbe aspettato sul serio, comodamente seduto in spogliatoio.

Lo scorso 2 aprile Arenas, attualmente in maglia Grizzlies per un’overdose di esperienza cavalcabile ai playoffs, si è fatto avanti nel 2° quarto contro i Thunder autocandidandosi per l’incarico difensivo su KD.

L’ho marcato un sacco di volte, d’estate, a Washington. So cosa fare.”.

E a onor del vero uno dei motivi principali dietro all’insperata vittoria dei Grizzlies va ricercata in quei 12 minuti di trucchetti con cui Gilbertone ha frustrato Durantula in attacco, inceppando il suo jumper automatico.

E’ troppo tardi per la redenzione di Agent Zero, per una parabola di edificazione alla figliol prodigo, o un happy-ending di carriera a forma di backdrop vincente in una gara chiave dei Grizzlies ai playoffs. Alcune cose hanno una scadenza, altre dei punti di non ritorno e il comeback di Arenas è un treno già passato più volte.

Quello che può accadere a Memphis è piuttosto un revival, nella squadra dei Disadattati per eccellenza, dove Gil sarà lasciato libero di essere Gil probabilmente per un’ultima volta. Tutto sommato i Grizzlies di Z-Bo, T.A. e Mr. Hibachi potrebbero trasformarsi nella storia migliore di questo 2012.

Anzi, fatemi tirare qualche somma sulla stagione.

Per esempio, se dovessi scegliere la squadra più divertente da vedere quest’anno sceglierei i Timberwolves pre-infortunio-a-Rubio senza battere ciglio: mai prima di questo gennaio il pick-and-roll aveva saputo essere così accattivante senza richiedere l’uso obbligatorio delle schiacciate. Guardare Ricky guidare Minnesota verso l’ottava piazza ad ovest, assist dopo assist, vederlo disputare ogni singola gara della sua stagione da rookie in missione è stato un quinto set di John McEnroe a Wimbledon: non sempre infallibile, ma agonisticamente posseduto su ogni giocata.

A sud di quei Wolves, quanto a divertimento, ci sono subito dopo i Thunder, per la chimica di squadra, i finali di gara, i costanti miglioramenti tecnici su entrambi i lati del campo e perché se non vi diverte guardare Durant, Russ e Harden prendere in mano singole serate e farne a turno una personale Woodstock cestistica, forse è meglio che passiate al baseball.  Dopodiché, sull’ultimo scalino del mio podio ci salgono gli Spurs.

Avete letto bene.

Li detesto, non li ho mai trovati divertenti e/o belli da vedere, ma la San Antonio con l’asterisco riesce sempre ad eccepire alle proprie popoviane regole. Gli Spurs del 2012 sono stati una gioia pronta a sgorgare dal costante movimento e dai costanti tagli, Tim Duncan ha fatto cose da Tim Duncan nella metà dei minuti per cui mi toccava subirlo prima, Tony Parker sta vivendo la sua migliore stagione di sempre e lo sta facendo senza dar retta a coach Gregg, il che rende la cosa estremamente divertente, mentre la banda dei Bonner, dei Gary Neal, dei Danny Green, che nessuno ha draftato e/o voluto, riempie perfettamente gli spazi vuoti. L’unica cosa non divertente è il fatto che si trovino in cima alla Western Conference e che ci siano riusciti senza l’aiuto di Manu Ginobili per lunga parte della stagione.

Non c’è modo però che opti per i Clippers al loro posto sul podio, benché so che la maggior parte di voi considera Chris Paul un assoluto Dio del rettangolo e lo guarderebbe semplicemente palleggiare spicchi alla mano per ore senza che i canestri ai lati abbiano la ben che minima rilevanza. Scusatemi: Blake Griffin e DeAndre Jordan saranno anche capaci di alley-oop marziani, ma non è il mio basket. Amen.

Se dovessi scegliere invece le squadre più inguardabili di questo 2012, lascerei fuori dai conti i Bobcats, per manifesta  inferiorità (sono probabilmente una delle peggiori squadre NBA dell’intera storia del gioco), e girerei lo scettro a Golden State. Senza entrare nella diatriba Monta/Steph Curry, con il mio Bogut ancora sul pino, David Lee recentemente accanto a lui in lista infortunati e Ekpe Udoh ormai ai Bucks, non c’è un singolo motivo per cui guardare una partita dei Warriors. La medaglia d’argento va invece ai Lakers di coach Brown: trovo di una noia mortale guardare Kobe prendersi tiri e tiri contestati su ogni avversario, mentre due dei lunghi più tecnici della lega stanno a guardare. I giorni in cui Bryant e Gasol erano basket sofisticato sono lontani; l’unico buon motivo per aver pagato un salatissimo biglietto dello Staples quest’anno, la chance qualche settimana fa di vedere The Black Mamba nell’inedita veste di allenatore/giocatore.

La medaglia di bronzo evito di darla a Pistons e Nets unicamente per la rispettiva presenza in squadra di Greg Monroe e Deron Williams; mi restano i Wizards, che prima di cedere JaVale McGee e Nick Young erano capaci di lunghi tratti di basket semi-professionistico e che adesso, saltuariamente, mi limito a spiare con la coda dell’occhio giusto per verificare che John Wall continui a mantenersi tecnicamente neutrale rispetto al contesto in cui gioca, senza imboccare spirali involutive. Se c’è una cosa che non potrei tollerare è che la Capitale riesca ad incrinare la carriera sportiva di un altro gran talento cestistico.

Passando invece alla migliore sorpresa della stagione ed evitando, per un improvviso sprazzo di pudore autorale, di rifare il nome dei Miei Wolves, devo per forza levarmi il cappello davanti agli Hawks. Una volta rimasti orfani di Horford, me li immaginavo con la testa collettivamente sotto la doccia e i sogni diretti al draft. E invece sono rimasti egregiamente a galla e ben saldamente ai playoffs. Il giorno in cui sarò più razionale riuscirò perfino ad ammettere che gran parte dei meriti vanno girati a tale Josh Smith, un giocatore che ha tutte le caratteristiche tecnico/atletico/istintuali per farmi impazzire e che invece continua a lasciarmi indifferente senza alcuna valida giustificazione in proposito.  Dopodiché, la faccenda è un affare a due tra Spurs e Jazz. Alzi la mano chi non aveva tagliato fuori i Primi una volta per tutte: gran sistema, ma decisamente troppo vecchi per scampare ad una stagione da back-to-back-to-back.

C’è una parte di me che li vuole vedere nel recente stato di forma mista a grazia anche ai playoffs, per sapere se sono semplicemente troppo navigati per non elargire lezioni a tutti in stagione regolare o se c’è dell’altro. L’anno scorso avevo fatto considerazioni simili e poi era arrivata la Memphis del 2011. Quest’anno Manu, Tony Parker e Tim Duncan sono in odore di leggenda; per il bene del basket credo che dovremmo tutti volerli ammirare al top del loro gioco per collocarli nella fila giusta dell’Arca della Gloria quando daran via i loro biglietti d’ingresso. Memphis, naturalmente, sempre permettendo.

E Jordan Hill sembra pensarla esattamente come me.

I Jazz invece avrebbero dovuto essere in piena ricostruzione se Tyrone Corbin non fosse riuscito a far funzionare gli onesti pezzi del puzzle a disposizione e a mettere in piedi una corsa ai playoffs che nello Utah del 2012 ha dell’incredibile. Hanno evidentemente giocato oltre le proprie capacità, sull’onda della loro chimica da piccolo e sano mercato, capitalizzando sull’improbabile amicizia tra due orsi introversi come Millsap e Al Jefferson, caricandosi ogni volta che Gordon Hayward e Derrick Favors hanno mostrato qualcosa di nuovo imparato sul campo. Chapeau.

N.B. I Celtics – o Doc Rivers – sanno qualcosa che noi non sappiamo. Non li considero una sorpresa, ma più che altro una tribù di sciamani a cui per l’ennesima volta è riuscito il rito voodoo per tornare dal regno dei morti nella seconda metà di stagione.

Se dovessi scegliere invece la squadra che mi ha più deluso quest’anno sceglierei i Miei adorati Blazers. Non mi sarei mai immaginata un collasso del genere da parte di Portland, in picchiata fuori dai playoffs prima ancora della deadline di febbraio. Brandon Roy o meno, non hanno scuse, neppure quelle che iniziano con il nome di Felton e finiscono con quello di Jamal-antichimica-Crawford. Andre Miller li teneva assieme molto più di quanto sapremo mai e un giorno, oltre alla verità completa sui file di Arenas e di JFK, ci sarà spiegato il reale intento dietro alla cessione di Geraldone Wallace, la mossa più indecifrabile e folle dell’intero 2012 NBA.

Anche i Mavericks mi hanno deluso: intendiamoci, sono ancora una buona squadra, ma non me li vedo con un’altra cavalcata ai playoffs nelle gambe; è come se non fossero più in grado di ingranare quella marcia extra che lo scorso giugno ha messo loro al dito dei sontuosi anelli. Non sono neppure convinta che il capro espiatorio sia da rintracciare a cavallo tra la cessione di Chandler e il patetico melodramma targato Odom. La difesa, quella che avrebbe dovuto risentire di più della partenza di Tyson, è ancora tra le prime 10 della Lega; è l’attacco ad essere misteriosamente scomparso. E una squadra che annovera tra le proprie fila Dirk Nowitzki, Jason Terry, un battitore libero e difensivo come Shawn Marion, oltre a del sorprendente gioco solido in guardia e al centro, non può lottare per il 7° posto. I Mavs sono troppo talentuosi per non sembrare per 48 minuti i Campioni in carica. I problemi nascono sempre la sera dopo.

Dopodiché non posso parlare di delusione per i Lakers perché mi aspettavo esattamente un’annata del genere con Mike Brown sul pino, i Blake e i Sessions in playmaking e Ron Artest con la testa altrove e manco l’ombra di uno Zen Master ad ipnotizzargli gli istinti. Piuttosto avrei sperato in qualcosa di meglio da parte dei Kings: primo perché ritengo DeMarcus Cousins uno dei più grandi talenti da verniciato degli ultimi 5/6 anni, secondo perché, pur non facendomi impazzire, Tyreke Evans sembrava avere tutte le carte in regola per rifarsi della più classica sofferta stagione da sophomore. Mi domando se i Kings riusciranno mai ad andare oltre il loro accrocchio di talento individuale e diventare una squadra estremamente divertente oltre che da playoff. Me lo auguro per DaCouz e me lo auguro per l’NBA: per ogni cyborg alla Blake Griffin sul rettangolo, l’universo dovrebbe assicuraci un jazzista un po’ fuori forma alla DeMarcus Cousins per riequilibrare il cosmo a spicchi.

Suonala ancora BigCouz!

Passando al discorso sugli MVP, io il mio Podoloff lo giro a Durant.

Dwight si è auto-squalificato dopo quanto inflitto a compagni, squadra, dirigenza e allenatore. Ha gestito l’intera situazione nel peggior modo possibile, dall’inizio alla fine, e non vedo come potrà mai scrollarsi una scimmia del genere di dosso. E’ chiaro a questo punto che se mai dovesse vincere un anello, lo farà da Secondo Violino.

Chris Paul sta guidando una legione di pezzi di ricambio come Randy Foye, Caron Butler, Kenyon Martin, Mo’ Williams ed Eric Bledsoe ai playoffs, connettendo sistematicamente con Blake Griffin sopra al ferro, prendendo in mano le partite negli ultimi 5 minuti, in totale assolo preventivato, fingendo di seguire i dettami di Vinny del Negro e aspettando il salto di qualità di DeAndre Jordan come si aspetta Godot. Non è lo stesso giocatore visto a cavallo tra il 2007 e il 2009 – e credo anche che quell’ineffabile CP3 non si ripeterà mai più su un campo NBA – il punto è che per passare nell’emisfero di Nash gli mancano le medie al tiro di Nash e la voglia di Nash di giocare tutte e quante le 82 o 66 regolari con la stessa intensità, dal primo all’ultimo minuto, senza avere costantemente in testa il proprio ginocchio chirurgicamente riparato.

CP3 è la versione 2K di Isiah Thomas, un piccoletto spietato e assetato di vittoria che sa coinvolgere e innescare i compagni per i primi 43 minuti e che si prende tutti i tiri che contano negli ultimi 5. Anzi, CP3 è perfino più intelligente. Il giorno in cui Lui, Lebron e Wade smetteranno di trattare le stagioni regolari con supponenza, il basket NBA rivivrà i suoi anni ’90; e io potrei essere d’accordo con un Podoloff ad uno dei tre.

Il giorno, invece, in cui prenderò in considerazione di dare un MVP ad un francese, sarà il girono in cui Rajon Rondo avrà chiesto e ottenuto cittadinanza “française”. Tony Parker starà anche giocando da Richelieu, ma il Most Valuable Player è un’altra cosa.

Ho sentito fare in giro anche il nome di Kevin Love, il Mio Kevin Love.

Né Tim Duncan, né Barkley, né Garnett, o Webber, o Larry Bird o Karl Malone hanno mai tenuto una media di 26.5 punti e 13.6 rimbalzi per un’intera stagione. K-Love l’ha appena fatto, tirando con il 45% dal campo, il 39 da tre e l’82 dalla lunetta. Love ha imparato a punirti con gli stepback dai 20 piedi, con i ganci, oppure da sotto, dando le spalle all’avversario e segnando dai 5 piedi; poi se ti trascina sul perimetro, sa punirti anche da tre. Per quanto mi riguarda è pure uno dei migliori passatori dal low-post che abbiamo in attività. Guardarlo perfezionare tutto ciò, accanto a Rubio sul campo, sarà il mio ricordo preferito di questa stagione. Ciò detto, nessuno alza un MVP con la propria squadra in 12° piazza ad aprile. The best is yet to come, my Dear.

La verità è che la corsa al Podoloff, quest’anno, è una faccenda culturale tra Lebron e KD.

27.2, 7.9 e 6.2, col 53% dal campo, sono i numeri del Primo; 27.9, 8 e 3.5 sono i numeri del Secondo, che tira col 49.7% dal campo, ma anche col 38% da tre. Le due rispettive squadre con lo stesso record di vittorie.

Solo che Lebron non è più stato lo stesso da quell’insignificante partita di febbraio che si è disputata ad Orlando. Quella in cui ha dominato fino all’ultimo minuto per poi passare il testimone ad altri sul più bello (rimediando, tra l’altro, non uno ma ben due tutorial sul da farsi da un disgustato Kobe).

Tutti i media hanno scritto il giorno dopo: “Rilassiamoci ragazzi, era solo un All Star Game”.

Beh, quando il più talentuoso giocatore NBA perde il primo treno per la gloria contro Boston, scomparendo dalla serie più importante di carriera, e poi scompare ancora e ancora e si ripete a Dallas, in gara 4, deferendo sui possessi più importanti del sua seconda chance in Finale, non può essere “solo” un All Star Game. E’ un’inabilità ad accendere l’interruttore dei Campioni quando il momento e la storia te lo richiedono. Anzi, a dirvela tutta, inizio a dubitare che Lebron lo possegga tale interruttore; inizio a pensare che il suo sia il più puro flusso naturale di gesti cestistici dall’IQ tecnico-atletico proibitivo a cui puoi solo chiedere di scorrere a clessidra, ma mai su una scacchiera nell’indiscusso ruolo del Re.

Per cui, fino a quando Lebron a Miami continuerà a giocare di squadra, a coinvolgere i compagni, a confezionare il passaggio perfetto, la tripla perfetta, la schiacciata perfetta, i fogli statistici perfetti, aspettando che venga aprile, per come la vedo io il Podoloff sarà immeritato.

Lo scorso 1° aprile, gli Heat affrontavano i Celtics in una sorta di “must win game”: i Celtics erano in netta ripresa, la partita sarebbe stata in diretta nazionale, Miami era reduce da una striscia negativa (senza neppure addentrarci nelle svariate implicazioni da playoff in ballo quando gli Heat affrontano Boston e soprattutto quando Lebron affronta Boston). Si sono fatti asfaltare di 20, 4 immobili a guardare mentre il 5° optava per il one-on-one.

Il giorno in cui, in un 1° aprile qualsiasi, Lebron impedirà che ciò accada, prendendo in mano l’intero 4° quarto e penetrando dal primo all’ultimo possesso su un vecchietto come Pierce, sarà il giorno in cui un Terzo Podoloff potrebbe essere meritato.

Quest’anno, io il mio lo giro a Kevin Durant. Perché sta disputando la sua stagione più efficiente (28-8-4, 50/38/85), per la squadra che ha fatto vedere il basket più elevato e allo stesso tempo intenso della stagione, perché il suo impatto sui compagni trascende i numeri e perfino i suoi esiziali jumper, perché è il miglior realizzatore puro della Lega, perché allo stesso tempo è il giocatore dell’Association che ci tiene di più, che si impegna di più, che spinge tutti i compagni di più, ogni santo giorno, e se ne frega dei propri numeri, perché avrebbe potuto usare il 2012 accorciato per provare a sforare sopra ai 36 di media e invece difende la sua discussa point-guard ogni volta che si prende più tiri di lui. E lo fa pubblicamente. Perché siamo in pieno territorio Tim Duncan, dove gli equilibri interpersonali in squadra contano più delle statistiche individuali e le vittorie sono l’unica unità di misura, ma senza la sociopatia davanti al pubblico del Big Fundamental e con in cambio un atletismo da fumetto che lo rende un giocatore tecnicamente speciale. Perché le cose con Westbrook avrebbero potuto degenerare, come è successo anche ai più grandi (vedi Shaq/Kobe, Shaq Penny, o Garnett/Marbury), mentre è stato Durant, in prima persona, ad impedire che ciò accadesse, supportando Russ davanti ai media, dandogli le pacche sulla spalla davanti agli allenatori, strigliandolo in spogliatoio quando esagerava e ispirandolo ogni giorno, dentro e fuori dal campo. Perché Lebron scherza con Wade in allenamento al grido di “leviamoci ste 66 dai cogl-beeep-oni”, mentre Durant ai Thunder ricorda ogni giorno “che possiamo essere noi la miglior squadra della Lega.”.

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Prematurely Mocking the Draft

Written By: ru5 - apr• 13•12

Stando a quanto dicono i venerabili del gioco, di decade in decade gli dei del basket provano a scuoterci dalle nostre seggiole, spedendo in terra una nidiata di ballers capace di riscaldare i nostri animi.

Nel 1984 era stata la volta di MJ, Hakeem, Barkley e Stockton, nel 1996 – il mio anno preferito – quella di AI, Kobe, Steve Nash, Ray Allen (oltre a Kerry Kittles e Marcus Camby, che a onor del vero riscaldavano soprattutto il mio di animo); poi nel 2003 ci sono arrivati in dono Lebron, ‘Melo, Wade e Bosh.

Tra gli scout gira voce che la nidiata del 2012 potrebbe competere con una delle tre di cui sopra.

Io non vedo l’ora, anche perché degli ultimi due anni salvo solo DeMarcus Cousins, John Wall e D-Williams; mi scusino Greg Monroe e Kyrie Irving, ma solo 5 anni fa non avrei pagato neppure 2 ore di connessione wifi per vederli su league pass.

Quest’anno la prima scelta praticamente certa sarà Anthony Davis, un autentico scherzo della natura che in soli 5 mesi è riuscito a terrorizzare fisicamente e psicologicamente ogni avversario, oltre a rendere popolare in giro per gli atenei di mezza America il monociglio alla Peo Pericoli. Mr.Unibrow è un ibrido tra Blake Griffin e un giovanissimo Dwight Howard, ammesso che Dwight da giovanissimo avesse una vaga idea di cosa fossero i tiri liberi. Giusto per la cronaca, Davis ha chiuso il suo anno a Kentucky attorno al 70% di media dalla linea della carità, che poi equivale alla media in carriera di Tim Duncan nello stesso fondamentale. A giocare a favore di chiunque lo sceglierà – e io spero fortemente tocchi a Sua Maestà Jordan piuttosto che al Russo – la testa saldamente sulle spalle del ragazzo.

La sua intervista al Jimmy Kimmel Show la prova che non ci troviamo di fronte ad un JaVale McGee.

A sud di Unibrow ci sono due nomi su tutti che sono stati indicati dagli addetti ai lavori come sicuri All Star del prossimo futuro: Michael Kidd-Gilchrist, compagno di Davis a Kentucky, e Andre Drummond, il centro di Connecticut.

Drummond, essendo lungo, grosso, atletico e quindi raro, probabilmente intrigherà più del primo, benché sia parecchio lontano dal potersi considerare un “prodotto finito”. Sa correre, sa difendere, sa stoppare ed è passabile a rimbalzo, ma il suo gioco offensivo è interamente da inventare. Non possiede alcuna movenza in post basso, lo stesso dicasi per il mid-jumper e ha chiuso la stagione con il 30% di media ai liberi.  Molto dipenderà da chi lo sceglie e da chi lo allenerà; quanto a me: non lo chiamerei prima della 6° scelta.

Kidd-Gilchrist invece è un’ala che sa fare tutto e che gioca con quella sbruffonaggine che piace tanto agli scout americani. Gli manca un jumper consistente e la sua meccanica al tiro è rivedibile; il resto non può non piacere, dalle molteplici qualità tecniche all’atteggiamento sul campo. Entrerà nella Lega a 19 anni, con un pacchetto tecnico da swingman di lusso, un atletismo che gli consentirà di far sfracelli in transizione e una difesa sull’uomo che farà felice lo staff dietro alle lavagne. Se sistema il tiro in sospensione lo vedremo parecchie volte a febbraio; se a sto mondo c’è ancora un velo di giustizia poetica, dopo il nome di Davis sarà il suo ad essere chiamato.

Tornando ai lunghi, credo di non aver fatto mistero della mia infatuazione per Jared Sullinger, una bestia da spintonate spalle a canestro come ormai non se ne vedono più. Gli manca la stazza al Piano di Sopra, lo so (i suoi 6-piedi-e-10 dichiarati su internet sono i più evidenti 6-piedi-e-8 rimandati dalla tv che mi sia mai capitato di intercettare dai giorni dei 5-piedi-e-11 di Allen Iverson); gli manca anche l’atletismo dei migliori lunghi professionisti, ma chi se ne frega. Per come la vedo io, in attacco è uno dei lunghi più rifiniti ad uscire dal college dell’ultima decade. Pagherei per avere il suo movimento di piedi in post basso, per avere le sue mani, la sua abilità nello scaricare dal raddoppio e un IQ cestistico che lo fa reagire all’istante ad ogni aggiustamento avversario. A volte svengo sul divano e sogno di essere lui. In difesa soffrirà, non ci sono dubbi, i centimetri in meno gli remeranno contro, ma del resto neppure Kevin Love è un gran difensore tout court. Io sogno di vederlo stringere la mano a Stern entro la 5° chiamata, purtroppo il fatto che sogni anche di avere il suo movimento di piedi e le sue manone, quando svengo sul divano, non depone né a mio, né a suo favore.

Tyler Zeller di North Carolina, piuttosto, è il vostro tipico centro moderno: alto, atletico, con tanta e dinoccolata apertura alare, copre bene il campo e ha delle buone movenze nel verniciato, sia sopra che sotto al ferro, in difesa gli servono più muscoli, ma gli istinti da stoppatore ci sono e vanno solo coltivati assieme all’attitudine al rimbalzo. Avesse avuto 19 anni sarebbe stato una 3° scelta sicura, ma essendo un senior finirà attorno alla 10°/15°.

Poi ci sono gli enigmi, come in ogni draft che si rispetti.

Non dovrei essere io a dirlo, ma Harrison Barnes ha commesso un peccato originale nel tornare a UNC quest’anno. Dopo esser stato il liceale più reclutato e premiato d’America, ha acceso e spento nel suo anno da freshman a UNC, ma nella testa di tutti stava solo adattandosi al basket NCAA.  Di guardie di 6-piedi-e-8 che sanno tirare come lui non è che gli Dei ne mandino giù ad ogni tornata, per cui gli scout si sarebbero accapigliati per scrutinarlo pre-draft e in tanti avrebbero scommesso sul suo upside. Adesso come adesso, parecchi si stanno domandando se Barnes non sia piuttosto uno di quei prodigi liceali a cui non riuscirà mai del tutto il salto tra i pro. Il ragazzo sa metter gli spicchi nel secchio, ma potrebbe avere grossi problemi a costruirsi un tiro da solo al Piano di Sopra, senza parlare del suo recalcitrante impegno in difesa o nello studio del gioco. L’anno scorso non sarebbe sceso sotto la 5° scelta, quest’anno potrebbe uscire dalla lotteria. Dopo un Torneo 2012 come il suo, io sarei rimasta al college anche per il terzo anno.

L’altro enigma è l’ala di Baylor, Perry Jones. In stagione ha alternato serate da indiscussa “Iradiddio” a serate in cui sembrava perso e disinteressato. Il suo bagaglio tecnico/atletico paradossalmente potrebbe averlo limitato in un basket più strutturato come quello NCAA, mi riferisco in primis alla sua capacità di controllare gli spicchi, di esplodere a canestro e di conciare i ferri; ciò non giustifica però le sue pause di concentrazione, le partite svogliate e le distrazioni difensive. Per me sarebbe materiale radioattivo prima della 20° scelta, poi però pensi a cosa hanno fatto gli Spurs con Kawhi Leonard e ti domandi dove hanno sbagliato gli Heat con Beasley.

Dulcis in fundo parliamo di Kendall Marshall, l’infortunato illustre del Torneo 2012. Non si fosse rotto il polso, dubito che Kansas sarebbe sopravvissuta alle Elite Eight, Thomas Robinson o non Thomas Robinson. In una Lega di combo-guard o scoring-first-point-guard, Kendall è come una di quelle maglie retrò della Mitchell&Ness, un conduttore vecchia scuola della propria squadra. Non vorrei bestemmiare in spagnolo, ma è una sorta di Ricky Rubio senza i passaggi spettacolari e le ciliegine su ogni giocata, oltre a non avere neppure la metà degli istinti difensivi del mio RickyRulez, però vede le cose prima di chiunque altro e ha un gran senso del ritmo, sia del gioco che della partita. Purtroppo per lui non è esattamente il bipede più veloce sul rettangolo, ma sa procurarsi due punti quando servono e non dovrà scontrarsi contro mostri sacri in playmaking nel draft di questo giugno. Contando che esce da North Carolina, non vedo come possa finire fuori dalla lotteria.

Parlando di giocatori retrò, vi lascio con due “throwback” d’eccezione. Anzi con I THROWBACKS! On Letterman.

Dio che attacco di nostalgia.

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Cose che abbiamo imparato nel mese di marzo

Written By: ru5 - apr• 12•12

Faccio sempre fatica a girare pagina quando finisce il Torneo NCAA; per carità, la voglia di guardarmi il Rondo Psichedelico di aprile mi batte letteralmente in testa – intervallata quest’anno dal bisogno di testimoniare l’ascesa dei Thunder, che passi da una schiacciata alla Russ-in-your-Asic o da un flagrant-foul ai danni di Lebron che grida voglia di giugno ad ogni replay su youtube – eppure, complice la stagione con asterisco, sono ancora in quella bolla in cui leggerei solo di mock-draft, di prospetti in odore di reclutamento al college e di post-elucubrazioni sulla follia marzolina.

Prima o poi dovrò farmene una ragione: la stagione NBA 2012 alla fine si è giocata. Purtroppo anche nel mese di marzo.

E dico purtroppo perché non avrei mai pensato che la vita senza Rubio potesse essere così grigia; la realtà invece è che questa stagione post-lockout, senza RickyRulez, ha molto meno senso. Capisco di essere di parte, data la mia conclamata militanza pro-Lupi, ma chi può volere questo 2012 senza Rubio? Chi può volere un remake del piatto e tatticamente cinico 1999, al di fuori forse degli Spurs e dei Knicks?

In una Lega che dopo l’Epifania cestistica dei Mavs si è rituffata negli eghi diversamente-super di Kobe e Lebron e nella farsa molto più carrieristica che naïf di Dwight Howard, Rubio era il tonico con cui rinfrescarci gli occhi ogni mattina, la scintilla che ci ricordava quanto il gioco del basket possa ancora essere pura e non falsificata eccellenza sportiva, perfino all’indomani della televisionizzata “Decision”. Grazie a Rubio i Wolves, invece di ergersi a paradigma dei problemi del NBA moderna, hanno saputo riconquistare il tifo per sé e per le altre franchigie; ai Kings il compito di illustrarci quanto poco il nuovo Contratto Collettivo possa risolvere in termini di equilibrio generale, indipendentemente dalla quantità di giovane talento a roster, a Rubio la capacità di drogarci guardandolo giocare e di farci dimenticare quanto viziate e immotivate siano le stelle già affermate di questa Lega (Quello con il 24 in gialloviola sulla schiena naturalmente escluso dalla lista).

Oltre a Rubio, anche coach D’Antoni ha salutato il gregge questo marzo; e se a New York i Knicks e soprattutto Carmelo non sono finiti sotto al tritasassi dell’opinione pubblica e mediatica, lo si deve soprattutto ai cojones da ex-giocatore con cui MikeNostro ha levato le tende, nell’esatto istante in cui si è reso conto che nella Grande Mela non si può essere semplicemente allenatori, per quanto abili, geniali e inarrendevoli si sia nel provare a risolvere strategicamente, tatticamente e tecnicamente ogni falla aperta dai quintetti che il destino e/o Dolan ti danno in sorte.

Non ho mai amato particolarmente lo stile dei 7-secondi-o-meno, ma non si può negare che abbia permesso a Nash di diventare il Campione che è, ad Amar’e di dominare offensivamente i verniciati in un’era povera di veri centri e al piccolo mercato dei Suns di mandare a segno numerose corse ai playoffs, mentre il resto della Lega prendeva a prestito pagine del fastbreak tattico ideato da coach Mike.

D’Antoni non è mai stato, né mai potrebbe essere un Don Nelson; la sua non era improvvisazione, ma dottrina applicata: utilizzava Shawn Marion ovunque sul campo non per sperimentazione o ricerca spasmodica dei mismatch, ma perché non aveva altra scelta tecnica sul tavolo a disposizione, faceva scorrazzare Nash in tondo in area perché le nuove regole del gioco favoriscono i portatori di palla veloci ed estremamente abili nel passare gli spicchi, soprattutto quando dall’altra parte i terminali sono lunghi e atletici. E non si può dire che non fosse un allenatore aperto a nuove soluzioni. In pochi mesi ha trasfigurato gente come Duhon e Felton, ha reso Jeremy Lin il giocatore più famoso del pianeta per una manciata di settimane, Tyson Chandler un resuscitato mostro a due teste e addirittura Steve Novak indispensabile. Non ho mai amato coach D’Antoni, perché amo le lavagnette più old-school e difensive, ma negli ultimi mesi non potevo non levarmi il capello: mi ha ricordato troppo quel coach nato di Larry Brown. Un Larry Brown, sia chiaro, con un più alto livello di sopportazione per le stronzate che non riguardano il basket tout-court e per i no-look pass da parte delle proprie point-guard titolari.

E come coach Brown, dopo anni passati ad ottenere il massimo da giocatori poco talentuosi, si è arenato davanti al più talentuoso che gli fosse mai capitato per le mani: Carmelo Anthony. L’unica soluzione tecnica a sfuggirgli dalla lavagnetta, quella relativa al come inglobare lo stile di gioco di ‘Melo, fatto di deliberato possesso di palla e altrettanta deliberata spaziatura sul campo, nel suo metronomico run&gun.

Il fatto che si sia evitata la classica soap-opera da Madison Square Garden e non si sia arrivati a zuffe e/o alienazioni  tra coach e giocatore lo si deve alla classe di Mike e all’ennesima dimostrazione di che tipo di persona e giocatore ‘Melo sia. Che ché ne dica a Denver quel chiacchierone di George Karl. Ad entrambi vanno i miei grazie.

A marzo ho anche chiuso con Dwight Howard e guai a chi sostiene sia lui il centro più dominante della Lega.

D12 è un cane da catena, buono per far paura entro un raggio limitato, molto più innocuo quando gli si chiede di tirar fuori gli attributi e diventare l’MVP che il suo induplicabile chassis cestistico comanderebbe.

Chiedere la testa del proprio allenatore non è mai nobile, ma è perdonabile quando sei esuberante, giovane, pieno di potenzialità come Demarcus Cousins e il tuo coach non è quella che si chiama una mente illuminata delle lavagnette (e se non fosse chiaro mi sto riferendo a Paul Westphal); Dwight invece ha avuto tutto il tempo necessario per maturare, tecnicamente e non, per andare oltre le imitazioni, le burle, le promesse di fedeltà alla maglia, immediatamente seguite dalle minacce di addio. Forse solo tra 5 anni si renderà conto di non aver sfruttato l’opportunità di esser stato allenato da uno dei più bravi coach dell’NBA, un allenatore che lo ha portato in Finale a furia di disegnare genialate sulla lavagnetta e che in Finale ci avrebbe portato pure Miami se D-Wade non si fosse infortunato, un coach che da degno fratello di Jeff-Legend-Van Gundy alla squadra dà tutto e dalla sua squadra pretende tutto.

Peccato che solo gli adulti siano in grado di capire che un capo del genere è il miglior capo che ti possa capitare; i ragazzetti si ricordano unicamente dei rimproveri e delle poche volte in cui hanno avuto ragione.

La recente conferenza stampa in cui coach Stan ammette di aver saputo dalla dirigenza che Dwight ha chiesto la sua testa – interrotta dallo stesso Howard in vena di battute – per quanto mi riguarda è uno dei punti più bassi di questo già basso 2012.

Va di lusso ai Magic che per non far la figura del cattivone, Dwight garantirà alla squadra quanto basta sul campo per finire più che decorosamente  la stagione, prima di cambiare nuovamente faccia e idea su free-agency, allenatore e dio solo sa cosa.

Per fortuna ci sono i Thunder, con il quartetto più incredibile della Lega (Durant, Westbrook, Harden e Ibaka). Il fatto che tutti e 4 non vadano oltre i 23 anni di vita e che non abbiano ancora sfiorato l’apice del proprio gioco dovrebbe essere sufficiente per provocare ai Tre di Miami attacchi di diarrea.

Blake Griffin e i Clippers possono darsi pace. E Pau Gasol assieme a loro.

Fermare doverosamente l’immagine sullo 0:50 per non perdersi la faccia di Bynum. La chiamano chimica di squadra!

Io spero nel passaggio di testimone: Dirk to KD…

Se ce ne uno che hanno davvero “prescelto”, ha indosso una maglia numero Trentacinque.

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The One-and-done Win

Written By: ru5 - apr• 03•12

Alla fine ha vinto a suo modo, reclutando i bimbi-prodigio con la promessa di un futuro certo in NBA, trasformandoli in stelline NCAA per un breve anno di sostanza mistificata e affidandoli dopo la follia marzolina alle amorevoli cure dei suoi “amici” al Piano di Sopra.

Non so se sono d’accordo con coach Calipari, con il suo metodo della massimizzazione delle potenzialità prima che si intravedano le crepe nell’armatura, con il suo avanzato sistema di monetizzazione dell’ “upside” quando si sta ancora costruendo il nocciolo duro di un giocatore, non so soprattutto se faccia il bene del basket, a maggior ragione in questo preciso momento della storia tecnica e globale del gioco. Del resto questo mondo va più veloce di quanto facesse 20 anni fa e va ancor più veloce sui rettangoli da basket; per cui a meno che non si tratti di scrittura, di lettura e di rapporti umani, invidio chi sa decidere in fretta, chi sa saltare i passaggi, chi se ne fotte dei dettagli e dei prodotti finiti, scommettendo sul proprio talento e sulla sfrontatezza come si fa appesi alle corde del bungie-jumping.

Li invidio davvero.

Ciò detto, a volte, il gioco del basket è un gioco estremamente semplice: la squadra che ha disposizione i migliori giocatori vince. E a John Calipari va l’indiscusso merito di aver messo assieme un gruppo di tre prodigi-freshmen, più due sophomore e un senior ideali per interagire tra loro sul campo, e aver dato vita ad una delle più dominanti singole stagioni nella storia del college basket (38-2). Ci sono state un sacco di discussioni attorno alla correttezza del Calipari-sistema e più ancora sulla sua validità quando si tratta di portare a casa il Big One; i Wildcast 2011/12 hanno posto fine alle parole coi fatti, giustificando le strategie di reclutamento di coach John con la meritatissima vittoria di ieri notte (67-59) che regala al programma universitario più vincente di sempre una nuova retina da portare a casa dopo esser saliti l’ultima volta sulla scala nel lontano 1998.

Il National Player of The Year ha confezionato uno dei suoi tabellini più bizzarri, tirando con 1-su-10 dal campo per 6 miseri punti nel Championship Game, ma acciuffando 16 rimbalzi, respingendo al mittente 6 tiri, rubando 3 palloni con due leve da PlasticMan e dando via 5 pregiati assist, merce fino a ieri rarissima nel bagaglio tecnico di Anthony Davis.

Non è stata la sua miglior partita e vorrei che parecchio merito fosse riconosciuto a Jeff Withey, un protettore sublime dei propri ferri con leve lunghissime abbinate a tanta testa, che l’anno prossimo, mentre Unibrow proverà a portare a casa il trofeo di Rookie dell’Anno, potrà sempre vantarsi, con una maglia da senior indosso, della notte in cui frustrò il miglior giocatore dell’anno al tiro, spostandolo dalle sue confort zone in post basso e contestandogli ogni movenza sotto  al canestro.

Davis, da par suo, è stato bravissimo a stare lontano dai problemi di falli e ad entrare allo sesso tempo nelle teste degli avversari, con una costante onnipresenza difensiva su ogni oggetto volante. Kansas ha finito col tirare con il 36% dal campo, Tyshawn Taylor l’unico a chiudere con una soddisfacente prova offensiva (19 punti, 8-su-17), sempre che vi vada di perdonarlo per le 5 sanguinose palle perse della serata, quella ad un minuto dalla fine di gara ancora nei miei occhi.

Di certo mi aspettavo un andamento del tutto diverso, con le due squadre molto più vicine nel punteggio per tutto il corso della gara, ma soprattutto non mi sarei mai immaginata che tra i meno “conosciuti” tra i Wildcats fosse Doron Lamb a saltare fuori dal cilindro di coach Cal per fargli vincere il suo primo titolo NCAA. Le sue due triple consecutive quando Kansas si è riportata sotto di 10 punti hanno consentito ai Big Blue di tirare nuovamente il fiato, di commettere qualche errore senza pagare dazio. Lamb ha chiuso con 22 punti (7-su-12 al tiro) colmando il vuoto offensivo creato dalla serataccia di Anthony Davis. Non fosse stato per la sua notte da protagonista, qualcuna delle mini-rimonte messe in piedi dai Jayhawks avrebbero potuto fare molto più male.

Quanto ai ragazzi di Coach Self, per una volta non sono riusciti a piazzare la zampata vincente da dietro; era riuscita contro Purdue, contro Ohio State, ma la terza data del “Come-back Tour”, così come ribattezzata dai tifosi di KU, è rimasta un’ intenzione su carta. Grazie al solito mostruoso Thomas  Robinson (18 punti e 17 rimbalzi) e agli sprint di Taylor,  i Jayhawks hanno provato a rendere le cose interessanti sul finale di gara, ma si erano scavati una fossa troppo profonda per venirne fuori un’altra volta, non contro una squadra così talentuosa come Kentucky. Forse i veri assenti tra le file di Kansas: Elijah Johnson e Travis Releford, freddi al tiro con un combinato 6-su-19.

Era scritto da novembre: Kentucky poteva essere sconfitta solo da un inarrestabile fuoco nemico; e nessuno degli avversari incontrati al Torneo ha avuto a disposizione tale fuoco.

Ora di giugno forse tutti e 5 gli underclassmen di Calipari avranno il nome iscritto al draft 2012; forse coach Cal starà già visionando proposte di contratto con alcune dirigenze NBA, benché con la retina fresca di taglio ancora in mano ha giurato di essere già pronto per nuovi reclutamenti nella prossima settimana.

A suo dire, se riuscirà a portare in maglia BigBlue uno tra i prospetti più caldi tra Nerlens Noel e Shabbazz Muhammad, sarà di ritorno per le prossime Final Four.

Sinceramente non mi interessa.

Kansas, invece, perderà di certo Thomas Robinson, assieme ai senior Tyshawn Taylor e Connor Teahan, ma se puoi rifar gruppo attorno a Jeff Withey e puoi contare sulle doti da allenatore di Bill Self, il tuo programma non corre rischi.

Quest’anno anche nell’NCAA è valsa la regola che vige tra i pro: “La difesa vince i campionati”.

Chiedere a Unibrow per la conferma!


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A Unibrow Star is born

Written By: ru5 - apr• 02•12

Anthony Davis non ha fatto in tempo a ricevere gli onori da National Player of the Year che a New Orleans stavano già sollevando la palla a due contro Louisville: 18 punti (7-su-8 al tiro), 14 rimbalzi, 5 stoppate e soprattutto una presenza difensiva che ha mandato a monte 16 tentativi di schiacciate da parte dei Cards’, svariati layup e convertibilissimi tip-in ravvicinati.

A lui l’onore di ogni punto esclamativo in serata. O quasi.

Se si escludono la double-pump dunk di Wayne Blackshare, nella prima metà di gara, e la sua bimane volante dal nulla, nella seconda metà di gara, per l’unica azione in grado di fermare l’emorragia di Louisville per qualche minuto.

Dopo aver trascorso gran parte della gara a lanciare per aria improbabili lob sopra la testa di Monociglio e ad acciuffare rimbalzi offensivi non capitalizzati a dovere, per un breve tratto di gioco l’illusione collegiale praticata da Pitino (complice il 55% dei Cats dalla lunetta) ha funzionato, con il lungo Gorgui Dieng e i piccoletti, Blackshear, Russ Smith e Peyton Siva capaci di ricucire lo svantaggio di 13 fino a -2 con 7 minuti e 34 secondi ancora da disputare. E per un attimo ho pensato/sperato nell’ennesima esplosione di Menestrello Smith per un finale di gara oltre i 70 punti e un’isperata vittoria per coach Rick, alla 6° Final Four di carriera, (la 2° con Louisville), ma soprattutto nel bel mezzo di quello che mi è sembrato il suo miglior lavoro da allenatore tout-court.

Invece i Cardinals hanno chiuso tirando con un misero 35% dal campo (solo Siva, 11, e Behanan, 10, in doppia cifra), fatalmente pregiudicati dal loro già conclamato tallone d’Achille: la mancanza di un vero go-to-guy. Kentucky, invece, oltre a Monociglio Davis, indiscussa stella del college, della partita e delle stoppate, ha potuto contare su un giocatore chiave come il senior  Darius Miller, uscito dal pino con 13 punti, su Terrence Jones con 6 punti e 7 rimbalzi nei minuti cruciali di gara e su Kidd-Gilchrist, con altri 9 punti nonostante un infortunio al quadricipite.

I Wildcats sono pressoché imbattibili e giocatori a parte – che sembrano davvero onesti pezzi di pane del sud – non vedo come potremo evitare stanotte il taglio della rete da parte di Calipari. L’unica speranza sono i 19 rimbalzi offensivi che Louisville ha acciuffato in testa a KU, i soli 11 liberi convertiti dai Big Blue nella Final Four e qualche loro  défaillance quando Louisville ha provato a pressarli nella 2° metà di gara.

Pitino ha svelato che tiferà per Kentucky, ma tanto per non smentirsi ha fatto numerose allusioni alle capacità tecniche sia di Ohio State – magara! – che di Kansas di sconfiggere la Corazzata della SEC Division.

Sul podio, quando si è seduto coach Cal, si è parlato di New York, inteso come pino dei Knicks.

Non capisco perché uno degli allenatori più umorali in circolazione, con un flop ai Nets nel proprio pedigree, continui ad essere idolatrato al pari di Ioda e coach-K, ma per ora sono solo voci. Io darei Sam Cassell, Kendall Gill, Kerry Kittles, Rony Seikaly, Keith Van Horn, Jayson Williams, Sherman Douglas, Chris Gatling e Jim Jackson in mano a Mike Woodson, adesso, solo per vederlo fare meglio delle 3 vittorie e 17 sconfitte con cui Calipari è stato cacciato dal Jersey nel 1999.

Ma questa è un’altra storia.

L’unica che ci deve interessare fino a martedì di nome fa Anthony e di cognome Davis: 14.3 punti, 10.1 rimbalzi e 4.6 stoppate di media nella sua prima (e forse ultima) stagione a Kentucky, i premi come Miglior SEC, Freshman e Difensore dell’Anno e dulcis in fundo la targa da Naismith Player of The Year, l’unico altro giocatore in grado di portarla a casa nel primo anno, tale Kevin Durant. Sospette tra l’altro le giuste parole che Unibrow fa uscire ad ogni intervista rilasciata su un podio o a bordo campo.

Che cambi le partite in difesa è evidente; che converta più o meno ogni lob che gli lancino per aria pure; la cosa che mi ha sorpreso in positivo è la velocità con cui sta imparando a giocare faccia a canestro, a trovare nuove mattonelle da cui essere efficiente e in cui piazzarsi con un’agilità di piedi già da Piano di Sopra. Non gli davano una chance che una quando si trattava di reclutare al liceo, ma dopo aver strappato la nomina da McDonald’s All-American non si è più fermato.

Quanto a Louisville, tre cose: 1) sia chiaro che non stravedo per Pitino, che non lo ritenevo né tecnicamente né caratterialmente pronto per allenare nell’NBA quando l’ha fatto (‘87/’89 – ‘97/2001) e che solo adesso forse potrebbe fare meglio; ciò premesso, in che razza di pianeta surriscaldato un allenatore che ha vinto più di 600 partite NCAA, incluso un titolo con Kentucky, portando ben tre alme mater diverse alle Final Four (Kentucky, Louisville e Providence) non viene inserito nella lista dei papabili Hall of Famer di quest’anno?  2) Gorgui Dieng è il mio nuovo africano preferito a sud – ça va sans dire – di Sèrge, perché se a scuola si va per imparare, lui dai giorni di Dakar ne ha imparate parecchie, dentro e fuori dal rettangolo. Coach Pitino ha raccontato che per 2 mesi, l’anno scorso, Gorgui l’ha guardato come si guarda la stele di rosetta, senza capire assolutamente nulla di quello che stesse succedendo, poi di colpo, un giorno, ha aperto bocca esprimendosi in un inglese così corretto da farlo sembrare un exchange-student da Oxford; l’anno scorso quando Louisville ha perso al 1° round, Dieng si è girato verso i compagni domandando quando avrebbero disputato la partita successiva, quest’anno senza mai tremare ha quasi retto contro Davis: grazie! 3) Russ-diculous, come Pitino chiama Russ Smith è mezzo matto, è insonne, non concepisce il rap se non a tuono nello stereo e ha l’abitudine di aggirarsi per i corridoi – qualsiasi corridoio – con le cuffie sulle orecchie, percorrendo lunghi tratti di strada al contrario, imitando il moonwalk di Michael Jackson e blaterando rime senza senso a squarciagola. Coach Rick l’ha visto la prima volta ad un camp in quel di Brooklyn, quando aveva soli 10 anni, e se n’è innamorato; 8 anni più tardi gli ha fatto avere la stanza più bella dell’intero campus di Louisville, nella Billy Minardi Hall, la torre che Pitino ha commissionato in memoria di un caro amico deceduto l’11 settembre 2001 in ben altra Torre Gemella. Unico patto con Russ: dividere la stanza con un senegalese di quasi sette piedi che aveva tanto bisogno di acclimatarsi alla cultura americana. Smith e Dieng sono diventati migliori amici, Russ ha insegnato a Gorgui lo slang, Gorgui gli ha insegnato le parolacce in francese e anche in italiano, in cui pare sia fluente; nei tardi pomeriggi, quest’anno, i due si sono trovati in palestra per lavorare sui drill provati in allenamento con coach Rick e le visite in presidenza da parte di Smith sono nettamente diminuite. Stando ai compagni la loro stanza è la più divertente di tutto l’ateneo: le lenzuola in seta, gli asciugamani coordinati, le creme e  i colori pastello dalla parte di Dieng, i poster e la baraonda nel lato del Brookolyno. Smith adesso abbassa lo stereo quando Dieng è sotto esame, il senegalese evita di sbatterlo di peso fuori dalla stanza quando alle 2 di notte Russ-diculous accende la luce e si mette a fare sessioni infinite di addominali per rinforzare la parte alta del corpo. Al Torneo la loro unione fuori e dentro al rettangolo ha funzionato. Alzi la mano chi non vorrebbe farsi un anno –  anche estremamente fuori corso – in un college americano?

Nell’altra Final Four, quella a cui tenevo di più per via di tale Jared Sullinger, i Buckeyes si sono lasciati scivolare dalle mani una partita che avevano apparentemente controllato dalla prima palla a due, coach Matta incredulo nel vedere i suoi eseguire così male negli ultimi 2 minuti di gara, dopo averli ammirati in uno dei finali di stagione migliore del basket collegiale.

J-Sull, l’anno scorso, dopo l’uscita per mano di Kentucky alle Sweet16, aveva guardato i compagni in spogliatoio e aveva fatto una promessa solenne a tutte quelle teste basse. “Non ci vado al draft, ragazzi, torno perché dobbiamo andare assieme alle Final Four.”

Promessa mantenuta, benché l’anno scorso Sullinger avrebbe goduto di una quasi certa 5° chiamata assoluta al draft, mentre quest’anno gli scout hanno messo in dubbio la velocità dei suoi piedi tra i professionisti, la sua etica, i suoi rimbalzi e hanno smesso di lodare la sua abilità nello scaricare fuori sui raddoppi, accusandolo al contrario di incapacità di dominare.

Io adoro la sua fluidità in post basso, i suoi polpastrelli morbidissimi, la sua visone periferica e l’innata leadership che si muove al passo dei suoi zompi nel verniciato. A furia di sentirsi la canzone preferita dell’anno scorso, ha forzato qualche tiro di troppo per dimostrare ai detrattori il proprio valore individuale – tutto qui.

Il J-Sully freshman era una forza e allo stesso tempo una bellezza della  natura perché se ne fregava dei tabellini, dei giornalisti e degli eventuali premi; giocava unicamente per la vittoria, per i compagni e per twittare qualche presa in giro dopo aver abusato dei lunghi avversari. Questo gennaio, invece, ha chiuso il proprio account con l’uccellino azzurro e si è messo a pensare un po’ troppo al futuro; è questa l’unica pecca che mi sento di rimproverare al Jared sophomore, magari assieme all’ottuso 5-su-19 di sabato notte contro Kansas, incaponendosi nel voler tirare in testa ai 7 piedi di Withey senza avere quel tipo di “vertical leap”.

Per il resto me lo ricorderò così…

Sempre che non torni a Ohio State per la 2° volta, in totale controtendenza cultural/generazionale .

Comunque, per quanto non mi vada di rielaborare: nella prima metà di gara i Buckeyes sembravano destinati a passeggiare nel parco, con 5 triple convertite in 13 minuti e William Buford in palla (a posteriori forse qualche ferro incocciato in più da dietro l’arco avrebbe aiutato Ohio State a non allontanarsi troppo dal proprio piano di gioco e a risparmiarsi altre 12 triple tentate fuori equilibrio); dall’altra parte Kansas ha fatto quello che ha sempre fatto quando coach Self si è sentito in dovere di gridarlo nei momenti cruciali di gara. I Jayhawks hanno stretto i denti, le maglie difensive e hanno evitato stupidate nei due giri finali di orologio, escludendo naturalmente la palla rubata da Tyshawn Taylor nell’ultimo minuto di gioco, immediatamente ripersa con un passaggio dietro la schiena per il signor nessuno, a cui sia io che i Bukeyes avevamo reagito speranzosi.

La verità è che il junior Thomas  Robinson ha vinto il duello tanto reclamizzato con Jared Sullinger, che Travis Releford ha tenuto Kansas a galla con 15 pesantissimi punti e che la partita è girata sulla stoppata rifilata a Sully dall’eroe del partido, Jeff Withey. La sua difesa su Jared nella seconda metà di gara ha consentito ai Jayhawks di ricucire lo svantaggio di 13 punti. I suoi miseri 4 punti convertiti non dicono niente; Jeff non ha concesso a Sullinger un tiro facile che uno, ha stoppato 7 palloni e ha racimolato 8 rimbalzi.

La verità è che se consenti alla Kansas di quest’anno di arrivare punto a punto, i ragazzi di Bill Self possono vincere contro chiunque, Kentucky inclusa.

Nel 2008 quando Kansas ha completato una sorprendente rimonta contro Memphis nel Championship Game, Bill Self ha inflitto a Calipari la più bruciante sconfitta di carriera. Dopo di ché, i Jayhawks sono stati la squadra indiscutibilmente più forte del 2010 e avrebbero potuto continuare ad esserlo anche l’anno scorso, in entrambi i casi buggerati da Mid-Majors più cazzute di loro senza neppure approdare alle Final Four. Stanotte la risoluta cricca di Bill Self torna al SuperDome con il miglior rimbalzista difensivo della Nazione in Robinson, contro il superatletico Terrence Jones, capace di incendiare il palazzetto con giocate da cyborg, ma anche di gelarlo con la tripla decisiva, mentre a Jeff Withey spetterà l’arduo compito di dimostrare al mondo chi tra lui e Anthony Davis sia il miglior stoppatore del college basket.

Il fatto che Kentucky sia già data per vincente non potrà che aiutare Kansas e la partita; quanto a me, orfana di J-Sull  - e nel peggiore dei modi – mi focalizzerò su Bill Self vs Coach Cal, The Redux. Tifando naturalmente per il primo.

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Ready for Kentucky (Fried Chicken)?

Written By: ru5 - mar• 23•12

Le Sweet16 proseguono questa sera con i South Regional. Prima Baylor contro Xavier e poi Kentucky contro gli Hoosier di Crean. I Wildcats sono stra-favoriti per un biglietto per New Orleans, l’unico ostacolo lungo la strada il rematch con Indiana, la sola in grado di genuflettere i Big Blue in stagione regolare. In quella bruciante sconfitta di dicembre, Anthony Davis e Terrence Jones finirono per combinare per soli 10 punti; qualcosa mi dice che stanotte andrà diversamente.

Tutti volevano Kentucky- Connecticut per uno scontro tra grandi talenti e grandi coach, e invece ci dovremo accontentare di Cal contro Crean;  e ve lo dico subito: io tiferò forsennatamente per il secondo, capace di portare gli Hoosiers alle Sweet16 dopo 10 anni di secca,  per quello che sembra a tutti gli effetti il rematch di Rocky Balboa contro Apollo Creed. Dieci anni fa Indiana si fermò solo nel Championship Game, quest’anno mi aspetto che il suo indiavolato attacco scuota la solidissima difesa dei Wildcats con periodiche mini-esplosioni da 10 punti in un minuto o poco più. E’ vero: Anthony Davis e il suo monociglio sono una delle presenze più dominanti del college verniciato, ma Indiana ha dimostrato di poter vincere contro chiunque in singola gara, affidandosi ai suoi jumper e soprattutto a quelli decisivi di Will Sheehey, il ragazzo su cui tutti hanno dubitato fin dai giorni del liceo, tranne Crean. Chiedere a VCU per credere. Della vittoria degli Hoosiers sui Wildcats dello scorso dicembre mi ricordo una cosa, anzi due: che rinfrancata, nel mezzo della notte, avevo deciso di non seguire l’NBA nel 2012, neppure se il lockout fosse finito, vivendo di sola NCAA; e poi mi ricordo che il freshman lungagnone di Indiana, Cody Zeller aveva obbligato Anthony Davis a parecchio tempo sul pino per problemi di falli. Provaci ancora Cody!

Tra Baylor e Xavier prendo i secondi, perché Tu Holloway sta giocando come quel futuro giocatore NBA che sarà, e Naismith solo sa quanto servano le stelle al gioco del basket. Contro Notre Dame ha guidato la rimonta di Xavier con 13 degli ultimi 25 punti di squadra, mandando a referto, a 21 secondi dalla sirena finale, un miracoloso bank-shot che sembrava salire telecomandato oltre le braccia estese di Jack Cooley. Poi, contro Lehigh, l’ha rifatto un’altra volta, segnando 21 punti da protagonista. Per quanto mi riguarda è lui l’MVP del primo week-end di Torneo. Mentre Perry Jones è una delusione. I Musketeers hanno un mostro a tre teste (Holloway-Lyons-Frease) da scagliare contro Baylor, i Bears potranno affidarsi solo a Brady Heslip, uno dei tiratori più letali del Torneo (44 punti con 14-su-22 da tre in due  sole gare). Se il centro senior  di Xavier, Kenny Frease, ripete la prova maschia disputata contro Lehigh, Baylor può preparare le valige a metà tempo e Perry può togliere il suo nome dal draft 2012.

Nel Midwest Regional, a St.Louis, North Carolina affronterà Ohio, la vera Cinderella del Torneo 2012, e subito dopo Kansas sfiderà NC State.

La favorita ad avanzare, dopo il grave infortunio a Kendall Marshall di North Carolina, è Kansas, ma stiamo sempre parlando di una squadra che ha quasi perso contro Purdue e che forse avrebbe meritato di perdere.

Io tiferò North Carolina State, perché è una squadra a cui mi sono affezionata dai giorni di quell’adorabile mela marcia di Julius Hodge e perché la loro testa di serie numero #11 è ingannevole. I Wolfpack sono incredibilmente talentuosi, hanno stazza e un capo-allenatore in Mark Gottfried che a mio parere sa sempre cosa fare e dire. E poi giocano bene, abbinando all’ attacco feroce una difesa collettiva fatta di sacrificio. NC State ha utilizzato i suoi lunghi (Richard Howell e C.J. Leslie) per limitare a 4 soli punti il centro di Georgetown, Henry Sims. Non vedo perché il piano non dovrebbe funzionare anche contro Thomas Robinson. E poi ho un debole per la mia solita pointguard di turno: Lorenzo Brown. Non è molto spettacolare, né ha tanti punti tra le mani, ma è grosso, con i suoi 6-piedi-e-5 – e io adoro le pointguard dalla stazza Paytoniana – e poi è efficiente. Al Torneo sembra aver girato finalmente una nuova vite nella propria parabola di crescita, il che emoziona sempre quando lo vedi accadere sotto ai tuoi occhi. Nel week-end ha vinto i duelli con i diretti avversari tenendo una media di 14.5 punti, 7.5 assist e ben 7 rimbalzi, guidando i suoi a due upset, prima su San Diego State e poi contro gli Hoyas. I Jayhawks giocheranno a sole 4 ore di macchina dal campus, ma i Wolfpack tra i due sono quelli che hanno fatto vedere il miglior basket finora.

Parlando di miglior basket disputato, il mio MVP della Midwest, stando al primo week-end del Torneo, è DJ Cooper.  Ogni Cenerentola al Torneo vive di un eroe che trascina animi e compagni sulle proprie spalle, alla Stephen Curry del 2008, tanto per intenderci…La pointguard di Ohio non è stato da meno. Il diminutivo Cooper (5 piedi-e-11 con le Nike) ha racimolato 20 punti, 6 assist, 4 rimbalzi e 2 rubate di media nei primi due match contro Michigan e South Florida, 5-su-12 da tre, 11-su-14 dalla carità e parecchi canestri decisivi nei finali di gara.

I suoi Bobcats possono fare la storia questa notte e figuriamoci se io non mi schiererò dalla loro parte. Finora ho sentito e letto circa duemila aggiornamenti sul polso malconcio di Kendall, ma neppure un singolo approfondimento sul fatto che nessuna testa di serie più bassa della 12° abbia mai raggiunto le Elite Eight. I Tar Heels sembrano insormontabili: con super prospetti  come Tyler Zeller, Harrison Barnes e John Henson, senza contare  Hairstone e Reggie Bullock nel backourt e James Michael McAdoo in ala. Ohio invece è imprevedibile, atletica e pericolosa, alla stregua di George Mason del 2006 e della VCU dell’anno scorso. La difesa dei Bobcats sa generare turnover, mentre North Carolina, senza il suo regista elettivo, sa generare molto meno attacco in transizione. I BELIEVE!

Ciò detto, James Michael Mcadoo mi ha fatto tornare in mente che la sua rimane ad oggi la schiacciata migliore del Torneo.

Nell’NBA di marzo l’onore spetta ai Nets.

Prima con Gerald-redivivo-Green

E poi con la Best Pointguard tout-court, Deron Williams.

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Pure Madness!

Written By: ru5 - mar• 22•12

Ogni marzo, d’ora in poi, fino a quando esisterà il Torneo NCAA, tra un time out e l’altro vedremo Lehigh, Cinderella Lampo  di quest’anno, battere Duke e batterla ancora e ancora e ancora.

Si vive anche per provare gioie del genere.

Sembrava tutto a posto per archiviare un tranquillo primo Round da 64, fino a quando, venerdì scorso, la follia ha preso il sopravvento: per la prima volta nello stesso giorno di Torneo due teste di serie numero #15 hanno battuto due teste di serie numero #2; da lì si è innescato il domino con una testa di serie numero #13, una numero #12, una numero #11e due numero #10 uscite vittoriose da una delle più pazze giornate di sempre alla Big Dance.

A un certo punto il mio bracket è esploso con metà delle gare a tabellone vittime di upset e ben 7 delle ultime 9 sfide finite tutte contro pronostico.

Norfolk State a furia di reattività senza coscienza si è trovata in parità con Mizzou all’halftime, dopodiché ogni volta che fissavo il plasma gli Spartans o erano avanti o sotto di soli due punti; e dire che Missouri era considerata una delle squadre nel West Regional in odore di cavalcata fino alle Final Four, con un attacco up-tempo divertente e 4 guardie sul campo in grado di generare i numeri offensivi più efficienti della Nazione. Niente invece hanno potuto contro il lungo di Nortfolk, Kyle O’Quinn, autore di una doppia-doppia essenziale come Stonehenge (26 e 14, con 10-su-16 dal campo) e contro il 54,2% con cui gli Spartans hanno tirato in stato di grazia, comprese 10 triple convertite su 19. I Tigers, dal canto loro, non hanno sfigurato in attacco (quasi il 53 % dal campo), ma hanno consentito alla peggior squadra offensiva del Torneo di convertire più o meno da ogni mattonella e di arrivare prima su ogni rimbalzo e/o palla vagante.

Due ore dopo, i piccoletti della Patriot League hanno fatto ancora meglio. Lehigh usciva da una stagione da incorniciare assieme alle giocate della sua stellina da mid-major nello spot due, CJ McCollum; nessuno però poteva immaginare che i Mountain Hawks fossero in grado di impensierire i Blue Devils di Mike Krzyzewsky, la squadra più vincente al Torneo degli ultimi 20 anni. Duke era orfana della sua ala titolare, Ryan Kelly, fuori con una distorsione al piede destro, ma soprattutto reduce da una serie di prestazioni fiacche in difesa. McCollum si è insinuato tra i pori delle maglie blu e ha rubato la scena ad ogni guardia avversaria, azione spettacolare dopo azione spettacolare. Sul pino coach K ha provato a scuotere i suoi, ma neppure le sue strigliate hanno sbloccato le triple dei vari Seth Curry, Austin Rivers e Andre Dawkins, ghiacciati al tiro con un 4-su-19 complessivo da dietro l’arco. Gabe Knutson, invece, ha deciso di giocare la partita della vita nel momento migliore, ribattendo ad ogni punto di Plumlee con 17 dei suoi (5-su-5 al tiro) e rendendosi conto di aver fatto la storia collegiale del gioco solo al suono della sirena finale.

E’ difficile tra O’Quinn e McCollum scegliere un eroe su tutti per Il Black Friday del Torneo: il primo è stato semplicemente un uomo in mezzo ai bambini, le sue due stoppate e i due assist chiave materiale che si celebrerà per anni; mentre per CJ non bastano le parole, ci si deve accontentare dei numeri (30 punti, 6 rimbalzi, 6 assist, 2 scippi e tutte le giocate importanti del finale di gara).

A guardare Duke l’unico che salvo, controvoglia, è coach K, perché è riuscito a regalare una 2° testa di serie ad una squadra decisamente sbilanciata, battendo avversarie solide come Michigan State, Kansas e North Carolina senza una vera pointguard e senza una vera ala piccola a disposizione. Venerdì, nell’huddle le ha provate tutte, perfino le profanità urlate nelle orecchie dei ragazzi pur di rinvenirli dal torpore.

A volte il talento non basta. A volta contano il cuore caldo e il sangue freddo.

Gli altri upset di venerdì hanno visto (#13) Ohio battere (#4) Michigan in una costante gara degli equivoci: i Wolverines hanno vinto ogni gara stagionale  penetrando nel verniciato con le proprie guardie e lasciando fare il resto alla granola di triple dal perimetro; venerdì è stata la guardia dei Bobcats, CJ Cooper a zingarare per 21 punti, 7-su-11 dal campo, più 5 assist, mentre i compagni hanno asfissiato chiunque in maglia Michigan stanziasse attorno all’arco, tagliando costantemente le linee di passaggio e di penetrazione a Trey Burke & Company, rubando l’arte di far piovere triple nei secchi agli avversari. Fare i compiti paga.

(#12) South Florida ha messo a segno un altro colpaccio, con il suo basket inguardabile a passo di lumaca; la vittima (#5) Temple, l’ennesima squadra a farsi cogliere impreparata al catenaccio dei Bulls. Dopo una prima metà di difesa fisica, gli Owls si sono arresi al freshman avversario Anthony Collins, pointguard in ascesa in grado di controllare il ritmo di gioco in barba al backcourt veterano di Temple.

(#11) N.C. State, invece, ha sfruttato la rincorsa presa 10 giorni prima, arrivando caldissima al match contro  (#6) San Diego State, squadra forte nei suoi esterni, ma un po’ leggera sotto ai tabelloni. Coach Gottfried ha ordinato di servire dentro le ali, Richard Howell e C.J. Leslie, e i due hanno combinato per 37 punti. Gli Aztecs non hanno manco racimolato il 38% dal campo, i Wolfpack sulla bolla della selezione al Torneo hanno risposto col 58%.

Ma arriviamo a (#10) Purdue: i Boilermakers poco prima del Torneo NCAA avrebbero potuto anche accasciarsi, girarsi su un lato e semplicemente morire. Robbie Hummel era ancora convalescente dopo una rieducazione da Tom Cruise in “Nato il 4 di Luglio”, Kelsey Barlow, una delle guardie difensive più forti della Big Ten, oltre che amante dei coast-to-coast da chiudere con l’inchiodata, fresco di sospensione a tempo indefinito, coach Matt Painter non riusciva ad arginare una striscia negativa montata a 3 alla vigilia della Grande Danza e un altro esonero era pronto a calare sulla testa dello swingman DJ Byrd, colpevole di aver preso parte ad una rappresaglia in un locale notturno assieme a Barlow per recuperare il portafoglio del compagno. Gli avversari al 1° turno i supertalentuosi Gaels di (#7) St. Mary, unico tallone d’Achille la debole difesa interiore. Purdue ne ha giocata una per i nipoti: 40 minuti di basket pulito, con la guardia Terone Johnson capace di aprirsi varchi nel verniciato per un totale di 21 punti e Robbie Hummel pronto da senior leader a guidare i suoi ogni volta che i Gaels si rifacevano sotto con quel leone di Rob Jones, ala di 6-piedi-e-6 che ruggisce da centro. Rose(ary) d’oro a Lewis Jackson, opposto a quel diavolo australiano di Dellavedova – Delly, come lo chiamano i compagni – e vincente nello scontro diretto proprio quando più contava, vale a dire dopo il triplone di Hummel, nella seconda metà di gara, per arginare i Gaels in rimonta. Lewis ha risposto a Delly con 18 punti, compresa l’ultima entrata a canestro per la vittoria. Ci ricorderemo di te, Mr. Jackson.

A Purdue per altro non si dimenticheranno mai di Robbie, forse non una chioma bionda ai livelli del Custodian (Brian Cardinal), ma la stessa tenacia e leadership in una maglia da Boilermaker.

Contro Kansas nel Girone da 32, a un certo punto mi sono Hummelizzata e ho creduto nel miracolo. I Jayhawks tiravano col 29% e Perdue riusciva a tenere fuori dalla gara Mr. Candidato a Player dell’Anno, Thomas Robinson (1 solo punto alla prima campanella). Peccato che TR abbia ingranato nella seconda metà di gara, andandosi a meritare ogni punto dalla lunetta e chiudendo con la 25° doppia-doppia della stagione (record di Drew Gooden uguagliato). Purdue aveva bisogno di una gran gara da parte di Hummel e ciò ha avuto: 22 punti già all’intervallo, con 7-su-8 al tiro, e 5-su-6 dalla lunga distanza, compresa la tripla sul dong del cronometro per l’ultimo sorriso da dedicare al college basket. La benzina si è esaurita ad un minuto dalla fine, quando Kansas gli è collassata addosso. Grazie per il come-back!

Altrove, nel Round of 32, Louisville ha confermato le aspettative: non c’è una squadra peggiore dei Cards’ per pagare un biglietto di college basket; sono inguardabili e fanno giocare male ogni avversario grazie alla difesa pressing più asfissiante della Nazione. Ma vincono. Al di fuori delle due stelle di New Mexico (Drew Gordon e Kendall Williams), i Lobos hanno tirato con un putrido 9-su-32, uguagliando una delle loro peggiori serate al tiro anche da dietro l’arco. Pitino impazzisce per il ripudiato di turno, nella fattispecie tale Russ Smith, paragonato da molti a Kemba Walker, anche se a me pare che l’unica cosa che condividano su un campo da basket sia l’abitudine a sorridere un sacco; dopodiché Kemba in confronto è uno scienziato, mentre Russ è il classico incostante che in serata celeste ti solleva fino al paradiso e il giorno dopo ti trascina negli inferi dei tiracci mal consigliati. Sul campo, che ché ne dicano, l’unica top-pick NBA del futuro mi è parsa Drew Gordon ( e il talentuoso freshman Wayne Blackshear mi perdoni).

Negli Atlanta Regional, il tifo sceso giù @ the Pit era composto per il 90% dai fan di Colorado, più qualche tifoso di New Mexico e qualche osservatore neutrale, i sostenitori di Baylor incapaci di riempire la propria sezione. E invece si sono persi 11 minuti e 12 secondi di estro cestistico da parte della loro guardia Brady Heslip, innescato nella seconda metà di gara dal passaggio del compagno Quincy Acy per la tripla del pareggio e letteralmente en fuego dietro ad ogni blocco e/o difensore  per 27 punti ottenuti tutti dal perimetro con 9 triple a referto su 12, evitando di disturbare le maglie. Senza di lui e senza le sue 5 triple i Bears non ce l’avrebbero fatta contro South Dakota State al 1° turno, senza di lui (e senza i rimbalzi di Acy) non sarebbero alle Sweet16. Quanto a Perry Jones III: O Brother where Art Thou?!

Kentucky contro Iowa State ci ha fatto capire una cosa sola: se i Wildcats tirano come contro i Cylcones (64% nella 2° metà di gara), possiamo già impacchettare il trofeo e girarlo a coach Cal. Iowa State era riuscita a limitare Kidd-Gilchrist ad un solo canestro sul finale di gara, a tenere Terry Jones a soli tre tiri dal campo, ma nulla ha potuto contro Marquis Teague, veloce a sufficienza per bruciare gli avversari in palleggio, ma anche capace di punirti se impunemente sfidato al jumper. Gli ci sono voluti undici minuti per far uscire per falli Bubu Palo, 14 tiri aperti per mandare a referto 24 punti e far rincontrare al proprio coach un amico di lunga data: Tom Crean di Indiana. Calipari ha commentato: “Detesto affrontare gli amici, se vincono loro friggo ancora di più, se vinco io non mi godo la vittoria.”. Si narra che Caino dicesse cose simili quando giocava contro Abele.

Gli Hoosiers dal canto loro non hanno mai smesso di crederci contro la squadra del destino, i Rams di Shaka Smart. Perfino quando Bradford Burgess, tiratore da 76% ai liberi, ha appoggiato i piedi sulla lunetta (i suoi in vantaggio di tre punti + i due liberi a disposizione), era chiaro che Indiana pensasse ancora di poter vincere. Di certo lo pensava  Victor Oladipo: quando entrambi i personali di Burgess sono finiti fuori dal secchio, si è involato a sinistra, andandosi a prendere canestro e fallo in un amen. Poi l’ennesima tripla di VCU è andata corta e a quel punto si sono intraviste le stigmate della vittoria sulle mani di Will Sheehey da dietro l’arco. Giocate eroiche a parte, a salvare la serata di Crean è stato Christian Watford, autore di un parziale di +8, in solitaria, per arginare la caduta libera dei suoi prima dell’intervallo.

Dopo aver visto Shaka far nuovamente i miracoli, Illinois ha messo sul piatto il contrattone, ma Smart ha deciso di restare a Virginia Commonwealth. “E’ qui che voglio fare la storia del college basket.” Cinematografico.

Tra Wisconsin e Vanderbilt, gli ultimi minuti sono stati una giocata vincente dopo l’altra: la stoppatona di Festus Ezeli ad un’estremità del campo, il layup appoggiato nel canestro dei Badgers sull’estremità opposta, una gran giocata di Jeff Taylor per riportare Vandi sotto solo di uno, l’assist di John Jenkins a Festus per portare addirittura i Commodores avanti di uno e subito dopo la tripla spezza inerzia di Jordan Taylor per riportare avanti Wisconsin. Jenkins ha avuto a disposizione anche un’ultima tripla del sorpasso, ma Ryan Evans è volato sulle teste di Vanderbilt per acciuffare il rimbalzo offensivo più importante di carriera, rimediando anche il fallo e il libero convertito. Ad attendere Wisconsin alle Sweet 16, Syracuse, che senza Fab Melo lascia spiragli di impresa al tandem interiore dei Badgers formato da Bruesewitz e Berggren.

Gli Orange, intanto, hanno sfruttato il match contro Kansas State per mettere a punto il piano B senza Melo: vale a dire un’impeccabile difesa di squadra, un attacco equilibrato con ben 4 giocatori in doppia cifra e Scoop Jardine in modalità leader (tanti turnover nella prima metà di gara, ma 16 punti, 8 assist e una rubata a giochi fatti).

Memo a Syracuse: attenzione alla slow-motion con cui Wisconsin invischia le partite.

Resta da parlare della vittoria di Ohio State su Gonzaga e del successo amaro di North Carolina su Creighton.

Nel primo caso, che dire: le grandi squadre sono capaci di grandi giocate. Gli Zags sono stati in campo da dio per 38 minuti, poi negli ultimi 2 giri di orologio non sono più riusciti ad eseguire in attacco, né a fermare J-Sully in difesa. Per i Buckeyes, invece, prima si è fatto avanti Aaron Craft con una solida doppia-doppia (17 punti e 10 assist, dominando per l’intera prima metà di gara e portando a scuola Kevin Pangos), poi ha fatto sul serio il Mio Jared Sullinger con tutti i tiri più importanti di fine gara a referto, compresi i due liberi sigilla-vittoria allo scadere (18 punti, 6-su-7 dalla lunetta e 2-su-2 dalla distanza).  Honorable mention all’ala sophomore di Ohio State, Deshaun Thomas: ha raggiunto la doppia cifra in 31 delle 35 gare disputate quest’anno, ha tirato con il 53% dal campo in stagione e col 35% dalla distanza e nelle ultime 9 gare la sua media punti è cresciuta da 15 a 20. A coach Matta l’arduo compito di prevenire infortuni al ragazzo date le chiare intenzioni pro-draft.

E arriviamo a North Carolina: con 10. 55 minuti da giocare sul cronometro del 2° tempo, Kendall Marshall, il leader in assist dell’intera nazione, ha subito un contatto che lo ha mandato a tappeto sul polso destro, provocandone la frattura netta e un altrettanto netto cambiamento del panorama al Torneo. Senza Kendall i Tar Heels non sono più tra i primi favoriti alla Big Dance e Kansas si sfrega le mani. Kendall, intanto, operato di lunedì, ha tolto il gesso ieri. A Chapel Hill stanno pregando tutti attorno ai santini a forma di Michael Jordan, a coach Williams la patata bollente nel decidere a chi affidare la gestione di palla visto anche l’infortunio subito dalla sua guardia junior Dexter Strickland ad inizio stagione (rottura del crociato ). In sala stampa si è parlato delle carte inesperte di Stillman White e Justin Watts. Fossi in Roy preferirei piuttosto Henson da point-forward e Barnes nel resto di gara. Auguri.

Chiudo con i primi pronostici per le Sweet16:

Syracause – Wisconsin: scelgo Wisconsin per scaramanzia pro-Orange e perché la più paziente e deliberatamente soporifera squadra ancora in corsa può mettere in crisi il sontuoso fast-break con cui Syracause risolve i propri guai. Se i tiri dei Badgers cadranno nelle maglie a sufficienza, si farà grigia per coach Boeheim, mentre Bo Ryan potrà contare su quell’illusionista di Jordan Taylor per congelare il ritmo di gara.

Michigan State – Louisville: scelgo Louisville perché credo che il freshman Chane Benahan sia il candidato ideale per provare a fermare l’all-american alla corte di Izzo, Draymond Green; perché i due allenatori si conoscono a mena dito e giocheranno alla stessa maniera vintage che abbiamo visto per anni. Gli Spartans proveranno a vincere pressando a metà campo, i Cards cercheranno di provocare turnover, di stoppare in mezzo con Gorgui Dieng e di far girare gli spicchi con Peyton Siva; e io tifo per i ventricoli di quest’ultimo.

Ohio State – Cincinnati: scelgo i Buckeyes perché Cinci ha avuto la meglio in entrambi i due precedenti al Torneo e i tempi sono ormai maturi per consumar vendetta; perché i Bearcats sono più fisici, ma Ohio State è la più efficiente a rimbalzo; perché Sullinger DEVE aver imparato a non sedersi troppo presto sul pino per falli ed è più forte del suo diretto rivale Yancy Gates e perché al fianco di Jared è nata una nuova stella, Deshaun Thomas, e quando i Bearcats collasseranno sotto canestro addosso a Sully, Thomas raccoglierà gli scarichi e taglierà in due la difesa di Cinci per inchiodare a canestro.

Marquette – Florida: scelgo Florida perché entrambe le squadre hanno dimostrato di avere problemi a battere le avversarie più forti e di addormentarsi quando sono favorite, ma i Gators sembrano i più caldi, dopo aver passeggiato in entrambi i turni precedenti, chiudendo con un vantaggio di 30 punti. Florida può segnare a piacere, ma spesso si dimentica di difendere, Marquette al contrario è più bilanciata su entrambi i lati del campo. Ai primi piace rallentare i giri, i Golden Eagles proveranno invece a scorrazzare su e giù per il rettangolo guidati da Jae Crowder e Darius Johnson-Odom, due dei migliori giocatori in campo aperto di tutto il college basket. Quando la gara entrerà nei momenti salienti, le tre guardie di Florida (Ervin Walker, Kenny Boynton e Bradley Beal) congeleranno gli spicchi e saranno i tiratori di Billy Donovan a fare la differenza. Si dà il caso che entrambi i suoi lunghi, Patrick Young e Erick Murphy siano capaci di far cadere nel secchio i palloni decisivi.

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Last Minute March Madness

Written By: ru5 - mar• 15•12

Perdonate la dissolvenza, ma sono reduce da una lunga e frenetica trasferta americana che mi ha portato del tutto casualmente a sfiorare la Cometa di Lin (con tutto il rispetto per il ragazzo, per le sue e le mie origini asiatiche, ci sono pochi giocatori più “brutti” da vedere nell’NBA e gradirei che continuassero a giocare nella riserva canadese dei Raptors piuttosto che nella Grande Mela), poi ad Orlando per l’All Star Game e in giro per le arene alla ricerca di un antidoto contro la mia depressione “post-9/Twelve”.

Il più insignificante degli aiuti difensivi in una prima stagione da favola e al Mio Rubio toccherà saltare sia i possibili playoff, con una franchigia a cui ha letteralmente re-iniettato vita al pari di Herr Doctor Frankestein con la Creatura, che le Olimpiadi.

Non so a voi, ma a me vengono in mente solo i Linkin Park.

I tried so hard
And got so far
But in the end
It doesn’t even matter
I had to fall
To lose it all
But in the end
It doesn’t even matter

Un antidoto alla depressione, però, l’ho trovato. Si chiama: Kevin Durant.

L’ho visto prima andarsi a prendere il trofeo di MVP ad Orlando, strappandolo dalle mani del solito Kobe in vena di record, poi me lo sono gustato in partita – per la prima volta dal vivo – e devo ancora smettere di strofinarmi gli occhi: 38 punti, 12-su-21 al tiro, 18 punti inanellati nel solo 4° quarto con l’automatismo delle obliteratrici della metropolitana, 5 triple convertite su 8, i piedi sempre più lontani dall’arco, gli spicchi sempre più cruciali, ma il suo rilascio pressoché ineffabile, oltre a 8 rimbalzi, 3 assist e un 9-su-9 immacolato dalla lunetta. Al microfono il più piacevole 23enne in cui mi sia mai imbattuta. E io mi imbatto spesso nei 23enni. L’asse dell’intera Association ruoterà per forza attorno a lui negli anni a venire, il che mi fa ben sperare dopo due estati di Decison e lockout in back-to-back.

Quanto al mio psicanalizzabile bisogno di una pointguard in cui credere, mi concentrerò come al solito su Rajon-Freaking-Rondo, in attesa che Ricky Business torni sul campo. Com’è, come non ‘è, ogni volta che esprimo un desiderio NBA, Rajon lo avvera. Al Madison ne ha messi 18, più 17 rimbalzi e 20 assist per congelare una volta per tutte la Linsanity newyorkese.

I 100 di Chamberlain sono alla portata di Kobe almeno quanto la scarpetta di Oscar (Robertson) ha una chance di calzare a Rondo.

Ora però è tempo di ben altre cenerentole, dato che mentre vi scrivo si stanno disputando le ultime First-Four del Torneo NCAA: i Vermont Catamounts contro i Lamar Cardinals da una parte, i California Golden Bears opposti ai South Florida Bulls dall’altra.

Mentre le prime due squadre, entrate in tabellone sulla cosiddetta “bolla”, non hanno alcuna chance di battere North Carolina nel Round delle 64 – i Cardinals i soli ad essere assurti alla cronaca per la piazzata “televisionizzata” di coach Pat Knight verso i suoi senior – al contrario, sia i Bears che i Bulls potrebbero impensierire  Temple al 1° turno.

Bando alle ciance quindi e via di Roseary-bracketology. Iniziando dai South Regional.

First Four
Western Kentucky batte Mississippi Valley State

Round of 64
1 Kentucky batte 16 Western Kentucky
8 Iowa State batte  9 Connecticut
5 Wichita State batte 12 VCU
4 Indiana batte 13 New Mexico State
6 UNLV batte 11 Colorado
3 Baylor batte 14 South Dakota State
10 Xavier batte 7 Notre Dame
2 Duke batte 15 Lehigh

Round of 32
1 Kentucky batte 8. Iowa State
5 Wichita State batte 4 Indiana
3 Baylor batte 6 UNLV
2 Duke batte 10 Xavier

Sweet Sixteen
1 Kentucky batte 5 Wichita State
2 Duke batte 3 Baylor

Elite Eight
1 Kentucky batte 2 Duke

Innanzitutto vorrei vedere gli Shockers di Whichita State fare il colpaccio su una corazzata.

Mi piacciono gli Shockers; sono bilanciati, hanno un’ottima presenza sotto ai tabelloni in Garrett Stutz, hanno una pointguard di tutto rilievo in Joe Ragland, una guardia cazzuta come Touré  Murry, che muore ogni volta dalla voglia di iscrivere punti sul proprio tabellino, e non manca neppure il colletto blu per i lavori sporchi, Carl Hall. Poi, dato che le bombe da tre fanno e disfano le storie del torneo, dietro l’arco tornano utili anche Ben Smith e David Kyles. La difesa è solida, manca forse il go-to-guy designato per il crunch time.

Se sorpassano lo scoglio VCU e quei 40 minuti di pressing difensivo indemoniato a cui Shaka obbliga i suoi, come si suol dire: sky is the limit. O per lo meno le Sweet 16.

I Rams di VCU sono stati la cenerentola dell’anno scorso, ma tirano peggio da tre quest’anno e, per stessa ammissione di coach Smart, spesso hanno goduto del vantaggio dell’ignoto, scontrandosi con squadre che ignoravano totalmente il loro stile convulso di gioco. Spero che a 12 mesi di distanza il segreto sia stato svelato.

Passando a Baylor, sarei infastidita se Perry Jones III non disputasse un torneo da lottery-pick impedendo ai suoi Bears di avanzare; il talento in squadra non manca, il tabellone irride, non c’è motivo per cui Baylor non danzi più a lungo del solito, se non appunto il fatto che si tratta dei Bears. Coach Scott Drew è universalmente considerato un ottimo reclutatore e aggregatore di talenti, ma da lì a vincere ce ne passa. Che dire: Baylor ha impressionato contro Kansas al Big 12 Tournament ed entrare al Torneo di slancio ha sempre aiutato. A Perry l’ardua sentenza.

Parlando di ottimo reclutatore, coach Cal(ipari) cade a fagiolo: non è certo uno dei miei allenatori preferiti e neppure i suoi virgulti sono tra i miei preferiti al Piano di Sopra, D-Rose l’eccezione che conferma la RosearyRule, eppure riesce sempre a mettere in piedi squadre da corsa. Mentre i suoi Wildcats giocano, ci sono già voci imminenti sul suo addio a fine Torneo in direzione delle lavagnette NBA. E’ una delle figure più controverse del college basket e anche un’ incompiuta. Kentucky non dovrebbe avere problemi nel raggiungere le Final Four, benché tenda ad abbassare il proprio livello di gioco a quello dei diretti avversari piuttosto che girare a pieni cilindri. Ciò detto non sono poi così certa, a differenza dell’opinione pubblica, che il 2012 sia l’anno in cui coach Cal taglierà l’ultima retina.

UConn, invece, è una delle squadre più intriganti a Sud, perché è una tra le poche formazioni del Paese in grado di battere Kentucky; verò è che hanno chiuso una stagione deludente sotto al 50% di vittorie, risollevandosi solo al Big East Tournament. Con il ritorno sul pino di quel califfo di Calhoun, un’ultima corsa fino alle Sweet 16 è alla portata di Jeremy Lamb e compagni, ma prima gli Huskies devono superare l’ostacolo targato Iowa State. I Cyclones dispongono di una miriade di tiratori con cui coach Fred Hoiberg ha voluto circondare la sua stella; quanto alla stella, tale Royce White, trattasi di pointguard di 6-piedi-e-8 per 122 chili. Non c’è nessuno a Connecticut in grado di marcarlo.

Gli upset su cui spero (ma non scommetto) sono naturalmente: Xavier su Duke, perché odio Duke, perché odio coach K e sinceramente spero che già la Leigh di CJ McCollum possa smascherare la soffice difesa perimetrale dei Blue Devils; dopodiché spero in South Dakota State su Baylor, magari con un partitone da incorniciare da parte di quel flagello in playmaking di Nate Wolters – e sapete che ho bisogno di credere in una pointguard – coadiuvato da 4 tiratori da tre assieme al lui sul campo e una pioggia di triple da apocalissi. Dulcis in fundo sarebbe davvero divertente vedere gli Aggies di New Mexico State dare il ben servito ad Indiana. Wendell McKines è uno swingman di 6-piedi-e-6 capace di fare onde nel verniciato a colpi di cianchettate, oppure di punirti dal perimetro con la bomba da tre, ma anche di penetrare in palleggio. Auguri a Christian Watford, l’Hoosier che fa rimpiangere a Larry Bird di essere nato nell’Indiana ogni volta che lo vede non difendere su chiunque.

Honorable Mention a Mike Moser di UNLV: trasferito da UCLA, ha ritrovato il suo gioco a Las Vegas. Trattasi di combo-forward di 6-piedi-e-8 che spazza i tabelloni con energia, è pestifero in difesa e quando fa un passo indietro oltre l’arco da tre, sai che farà frusciare la retina il più delle volte. La sua versatilità è il motivo per cui i Runnin Rebel sono rimasti a galla quest’anno, soprattutto lontano da casa, quando si dimenticano letteralmente come si gioca.

Passiamo ai West Regional

First Four
BYU batte Iona

Round of 64
1 Michigan State batte 16 LIU Brooklyn
8 Memphis batte 9 Saint Louis
12 Long Beach State batte 5 New Mexico
4 Louisville batte 13 Davidson
6 Murray State batte 11 Colorado State
3 Marquette batte 14 BYU
7 Florida batte 10 Virginia
2 Missouri batte 15 Norfolk State

Round of 32
8 Memphis batte 1 Michigan State
4 Louisville batte 12 Long Beach State
6 Murray State batte 3 Marquette

2 Missouri batte 7 Florida

Sweet Sixteen
8 Memphis batte 4 Louisville
2 Missouri batte 6 Murray State

Elite Eight
2 Missouri batte 8 Memphis

L’8° testa di serie conferita a Memphis è una truffa. Non c’è squadra che abbia più diritto di lamentarsi col Comitato dei Tigers. Dopo una riunione di due ore a porte chiuse, in seguito alla sconfitta subita contro Georgetown il 22 dicembre scorso, le Tigri non si sono più voltate indietro, migliorando il proprio gioco settimana dopo settimana. Nella seconda metà di stagione Memphis ha chiuso con un impressionante 19-a-3, vincendo le ultime 10 gare della Conference USA, tutte con un vantaggio in doppia cifra. In attacco è il sophomore Will Barton ha guidare i suoi e a dare il buon esempio guadagnandosi continui viaggi in lunetta, in difesa la squadra è più che diligente e non ha falle. Per il Torneo è pure tornato sul campo il freshman promettente Adonis Thomas . Ai Tigers mancano solo i rimbalzi, ma se sopravvivono a Michigan State, il miracolo delle Final Four non è poi così surreale.

Parlando degli Spartans, i pupilli di Magic Johnson dovranno fare a meno di Branden Dawson, vittima di una sfiga Rubiana dopo essersi rotto il crociato nell’ultima partita di stagione regolare. Sono ovviamente la numero uno più debole di tutto il tabellone, ma la presenza di Green sul campo (Il Big 10 Player of the Year) e di Izzo sul pino fa tremare gli scommettitori. Green potrebbe rivelarsi uno di quei leader che semplicemente non permettono alla propria squadra di perdere prima delle Elite 8.

Louisville ha deluso per tutta la stagione regolare, ma si è risvegliata dal letargo durante il Big East Tournament piazzando le doppievu contro Marquette e Cincinnati per vincere il titolo. I Cardinals continuano a bisticciare con i propri tiri da tre- è vero – ma se Payton Siva disputa le prossime partite come le ultime due che ha giocato, giriamo sentiti auguri a tutti.

Ma arriviamo a Murray State. L’intera nazione non vede l’ora di scoprire quanto bravi siano veramente i Racers dopo una sola sconfitta in stagione regolare. Il che può essere un peso, così come l’ispirazione dietro alla “danza perfetta”. Il tallone d’Achille sono i rimbalzi, ma se c’è un’avversaria che non è in grado di avvantaggiarsene quella è Colorado State, non schierando a roster un singolo giocatore sopra i 6-piedi-e-6. Le cose però potrebbero complicarsi al turno successivo contro Marquette, che non spicca a sua volta per lungagnoni pericolosi, ma sopperisce al quintetto sotto dimensionato con una sfilza di guardie super-aggressive pronte a penetrare a canestro e a spazzolare i vetri. Non è detta l’ultima parola però, dato che alla voce guardie anche Murray State può dire la sua con il junior Isaiah Canaan, un All-American, se non vi fosse giunta la notizia, con un tiro da tre esiziale e la riprovevole abitudine ad entrare in ritmo in materia, inanellando 4 o 5 bombe in fila.

Oltre a Murray State su Marquette, un altro upset succulento sarebbe quello di Florida su Missouri. I Gators sono una delle poche squadre che può scamparla contro Mizzou schierando 4 guardie: Mike Rosario si fa uscire dal pino, Brad Beal nello spot 4 e dita incrociate su ogni tiro dalla distanza. Florida è lo specchio del proprio coach Billy Donovan: quando “vien giù da battaglia”, non sono in tanti a resistergli.

Honorable Mention a Scott Machado, di Iona, il miglior passatore della Nazione a sud di Kendall Marshall di North Carolina e complimenti a Mike Scott di Virginia, macchina di efficienza da 20 e 10 ad ogni allacciata di scarpe, il tutto  sobbarcandosi il peso dell’attacco  Cavs praticamente in solitaria.

Via con i Midwest Regional

First Four
Vermont batte Lamar
South Florida batte California

Round of 64
1 North Carolina batte 16 Vermont
8 Creighton batte 9 Alabama
5 Temple batte 12 South Florida
13 Ohio batte 4 Michigan
6 San Diego State batte 11 NC State
3 Georgetown batte 14 Belmont
7 St. Mary’s batte 10 Purdue
2 Kansas batte 15 Detroit

Round of 32
1 North Carolina batte 8 Creighton
5 Temple batte 13 Ohio
3 Georgetown batte 6 San Diego State
2 Kansas batte 7 St. Mary’s

Sweet Sixteen
1 North Carolina batte 5 Temple
2 Kansas  batte 3 Georgetown

Elite Eight
1 North Carolina batte 2 Kansas

I Tar Heels sono ritenuti da gran parte della Nazione i soli in grado di battere entrambe le corazzate del Torneo: Kentucky e Syracuse, ridimensionata dall’assenza per motivi accademici del loro totem difensivo Fab Melo, ma pur  sempre grande favorita. Credo che capiti quando ti ritrovi una quindicina di lottery pick a roster, più una ventina di All-American desiderosi di giostrare alla corte di Roy. North Carolina è davvero forte, nonostante la recente sconfitta per mano di Florida State alle Finali del Torneo ACC. Mancava Plastic Man-Henson - va detto – seduto con un polso slogato, ma già atteso sul campo per il 1° turno della Grande Danza. Infortuni e sconfitta a parte, i Celesti sembrano aver raggiunto il top della forma nel momento perfetto e per batterli bisognerà provare ad annientarli con gioco fisico e maschio. Peccato che in questa parte del tabellone, ad eccezione di Alabama, nessuno disponga di tale avvenenza fisica, e i Crimson Tide comunque non hanno sufficienti tiri nelle mani per impensierire.

Dall’altra parte del bracket risiede Kansas, che ha la capacità di giocare divinamente solo quando Tyshawn Taylor fa altrettanto, ma schiera anche uno dei candidati a Player of The Year, con indosso una casacca numero #0, Thomas Robinson, capace di convertire il 53% dei suoi tentativi da due e di guadagnarsi falli meglio di chiunque altro nel proprio Regional. Se è serata no, però, in perfetta tradizione Jayhawks, Kansas morirà delle sue basse percentuali dalla lunetta e delle palle perse di Taylor.

Un momento di raccoglimento, invece, per Robbie Hummel: due operazioni al crociato nel giro di 9 mesi, un anno e mezzo passato in riabilitazione, eppure il cuore e i cojones di tornare e guidare una modesta Purdue al Torneo, racimolando nel frattempo onori vari nella Big Ten. Chi non tifa per questo ragazzo ha due sole alternative: o tifa per Duke – e a quel punto non mi interessa – oppure mi dimostra che ha studiato ad Indiana.

Un matchup su tutti voglio godermi in questo Regional: quello tra Mr. Pefrect4Basketball-Harrison Barnes, il più reclutato dei liceali e già incoronato futuro Player of the Year prima di muovere un singolo passo in maglia Tar Heel, e il suo compagno di liceo Doug McDermott, ora a Creighton, uscito dall’high-school senza fanfare, eppure capace di scippare gli onori di First Team All-American all’amico/rivale senza battere ciglio. Prima però i Bluejays di Doug dovranno oltrepassare la difesa serrata di ‘Bama appigliandosi al loro attacco da dietro l’arco. Auguri.

Dopodiché North Carolina versus Kansas è lo scontro che tutta la Nazione attende in salotto. Puro divertimento marzolino. Le squadre NCAA in grado di competere con la frontline di North Carolina (Tyler  Zeller e John Henson) si contano su una singola mano, forse sulle prime tre dita. Thomas Robinson e Jeff Whitey di Kansas occupano un posto tra una di queste tre dita. Quanto a Tyshawn Taylor, dovrà tirar fuori il coniglio dal  proverbiale cilindro se vuole vincere il duello contro Kendall Marshall, mentre a chiunque toccherà arrestare Barnes…Oh voi, lasciate ogni speranza… Kansas è la miglior 2° testa di serie del Paese. Come ho già detto: divertimento marzolino. Allo stato puro.

Ciò detto se Detroit confeziona l’upset sui Jayhawks ed Eli Holman ferma Thomas Robinson a furia di augurargli buona sera in stoppata, io mi metto a tifare per i Titans  e per il transfer da Indiana. Heli, l’anno scorso, è entrato nell’ufficio del preside, ha questionato accesamente con coach Tom Crean degli Hoosier e di fronte alle minacce di sospensione ha tirato una pianta addosso al suo allenatore, con tanto di vaso, poi ha comunicato al preside che non sarebbe tornato per la stagione successiva, ha girato i tacchi e si è messo al volante in direzione Detroit. Quest’anno, Il Nostro ha esordito con una di quelle feste alla confraternita Phi Kappa Theta, invitato dal senior e compagno di banco Brad Harbison e per farsi nuovi amici nell’ateneo ha pensato di calarsi una dose da centro NCAA di vodke e di rompere il naso in maniera scomposta proprio a colui che gli aveva girato l’invito. Chapeau. Lui e Lamarcus Lowe possono tenere a bada Robinson, mentre Roy McCallum è comunque una pointguard con la targhetta in camera di McDonald’s All-American, oltre ad aver scelto Detroit per giocare per il padre. Se i Titans provocano turnover e tirano un filo meglio del solito, vi voglio tutti in piedi, di notte, al grido di: E-L-I, E-L-I, E-L-I!

Honorable Mention a DJ Cooper di Ohio, perché è minuscolo, è mancino e quando era un freshman ha spedito Georgetown fuori dal Torneo da solo, con 23 punti e 8 assist. Può bastare, no? Complimenti anche a Matthew Dellavedova di St Mary’s, per il cognome, per il paradenti Rubiano con su scritto olé e perché tira strano, corre ancor più strano, ma se lo sottovaluti te ne infila 25 in faccia più 10 assist sotto al naso.

Quanto a Jamaal Franklin di SDSU, ala di 6-piedi-e-6 con una quasi doppia-doppia di media in stagione, mi aspetto uno o due poster d’autore. Su chi, scelga lui a piacere.

Finiamo con gli East Regional.

Round of 64
1 Syracuse batte 16 UNC Asheville
8 Kansas State batte 9 Southern Miss
5 Vanderbilt batte 12 Harvard
4 Wisconsin batte 13 Montana
6 Cincinnati batte 11 Texas
3 Florida State batte 14 St. Bonaventure
7 Gonzaga batte 10 West Virginia
2 Ohio State batte 15 Loyola (Maryland)

Round of 32
1 Syracuse batte 8 Kansas State
5 Vanderbilt batte 4 Wisconsin
3 Florida State batte 6 Cincinnati
2 Ohio State batte 7 Gonzaga

Sweet Sixteen
1 Syracuse batte 5 Vanderbilt
2 Ohio State batte 3 Florida State

Elite Eight
2 Ohio State batte 1 Syracuse

Da giorni non si fa che leggere del facile tabellone capitato agli Orangemen, del nuovo anno targato Boeheim, dopo le magie del Primo e originale Melo, ma la verità è che Syracuse è nell’occhio di un karmatico ciclone da inizio stagione, prima con gli scandali sessuali, poi con le insinuazioni di doping e infine con l’esonero dal Torneo di Fab Melo. Gli Arancio faranno bene a scendere in campo molto concentrati se non vogliono uscire prematuramente. Coach Boeheim è uno dei più grandi allenatori collegiale dei miei tempi: non vinci così tanto e così bene se non sai esattamente cosa stai facendo con questi ragazzi.

Eppure ha vinto meno dei vari Calhoun, Coach K e Roy Williams. La squadra quest’anno è una delle più forti che abbia mai avuto, ma qualcosa si è incrinato. Dall’approdo o meno dei suoi alle Final Four dipenderà parte della sua reputazione nei libri di storia. Auguri, coach.

Dopo i brevi successi di Jeremy Lin al Piano di Sopra, anche la sua alma mater, Harvard, ha vissuto un istante di sottilissimo piacere. I Crimson sono tornati al torneo dopo un’assenza che durava dal 1946. Tommy Amaker ha sfruttato i suoi cervelloni per crearsi una squadra disciplinata che sa controllare l’andatura del gioco, difendere forte e trovare il compagno aperto. Non basterà, ma ogni tanto qualche successo sportivo fa più bene ai secchioni  di quanto non ne faccia allo sport. Amen.

Parlando di incompiute ad Est non si può non tirare in ballo Vanderbilt, fuori dal torneo al 1° turno in 3 degli ultimi 4 anni, per mano delle 12° e 13° teste di serie. I Commodores hanno l’etichetta dei perdenti cucita a doppio filo: “Bravi, ma incapaci di chiudere una gara, soprattutto quando il calendario dice marzo.”. Poi, in un recente pomeriggio di domenica, sotto di 5 negli ultimi 3 minuti di gara, contro Kentucky,  hanno scucito i primi punti dell’etichetta acciuffando una vittoria capitale per il morale e obbligando i Wildcats alla seconda sconfitta di tutta la stagione. La scimmia sulla spalla è stata avvisata.

Ciò che mi sta veramente a cuore in questo Regional, però, è un destino è uno solo: quello del Mio J-Sully.

Con quel carattere guascone che si ritrova è ad altissimo rischio di “sovra-hypizzazione”. Io non ci voglio credere. Non c’è giocatore con peso specifico più alto per la propria squadra di Sullinger per i Buckeyes. Ma DEVE vincere qualcosa. Ohio State ha deluso in stagione regolare, e Jared si è divertito un po’ troppo in quello che sarà il suo ultimo anno al campus. Ciò detto, io tifo per lui alle Final Four e, North Carolina permettendo, anche oltre.

Il matchup tra i Buckeyes e Syracuse impone riti propiziatori millenari. Ci fosse stato Fab Melo contro Sully avrei avuto difficoltà a scegliere per chi tifare, date le circostanze mi auguro di vedere i tiri di Ohio State cadere oltre la zona di Syracuse.

L’upset in cui spero, invece, è quello di Montana su Wisconsin. Le due front line sono quasi una copia carbone l’una dell’altra, con Derek Selvig di Montana nel ruolo di Jared Berggren di Wisconsin e Matthias Ward col cosiddetto carrot-top in testa per far invidia alla crestina rossa di Mike Breusewitz. Montana è migliorata nel corso della stagione e Kareem Jamar è uno dei segreti meglio custoditi del Paese, senza neppure essere la stella dei Grizzlies. Tale ruolo tocca a Will Cherry, che contro il nemico pubblico di Weber State, quest’anno, ha cancellato la pointguard avversaria Damian Lillard che vanta una delle difese su palla migliori della Nazione. Vedremo.

Honorable Mention a Kevin Jones di West Virginia, uno dei giocatori più produttivi del Paese, capace di guidare la Big East per punti e rimbalzi (oltre che di insegnare l’arte del rimbalzo offensivo), a Sean Kilpatrick di Cinci, shooting guard infuocata quando in ritmo al tiro e a Andrew Nicholson di St. Bonaventure. Tenete a mente il nome perché sarà una lottery-pick questo luglio; nelle ultime 8 gare stagionali ha tenuto una media di 26 e 10 rimbalzi a partita, sbocciando in una delle ali più difficili da contenere al Piano di Sotto.

Direi che abbiamo chiuso. Io mi getto sul divano davanti a ESPN America.

P.S. Intanto il mio Antidoto col Trentacinque ci ha ricordato cosa distingue i grandi dai campioni: la ricerca costante di nuovi limiti da superare. Arrivato nella Lega con un controllo di palla discutibile, KD oggi sa zingarare da guardia e  finire forte da ala. Post-Chris Webber in the making, ma senza time-out ad ofuscare un inscalfibile dna da clutch shooter.

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All (Star)rimuginazioni

Written By: ru5 - feb• 17•12


Non esiste All Star Game senza i cosiddetti “snobbati”, senza discussioni su chi dovrebbe restare a casa e lasciare il posto a qualcun altro. Quest’anno la faccenda è meno accesa solo perché è passato troppo poco tempo per scegliere tra le stelle; in pratica si gioca da l’altro ieri e in sordina.

Comunque, i fans hanno votato: Derrick Rose, Wade, LeBron, Carmelo e Dwight per l’ Est; Chris Paul, Kobe, KD, Blake Griffin e Andrew Bynum per l’Ovest. Direi che non si poteva fare di meglio, magari ad eccezione di Anthony – che quest’anno non sarebbe dovuto partire titolare neppure per i Knicks – e tralasciando quel dettaglio surreale per cui nel 2012 dei Maya abbiamo due Clippers nel quintetto di partenza di febbraio – il che sembra una barzelletta anche solo a scriverlo.

I coach invece hanno votato per Deron, Roy Hibbert, Joe Johnson, Pierce, Iguodala, Lou Deng e Bosh per l’Est; Tony Parker, Steve Nash, Russell Westbrook, Kevin Love, Dirk, LaMarcus Aldridge e Gasol (Marc non Pau) per l’Ovst. E forse in questo caso si poteva fare meglio: prima di tutto perché è assurdo avere due cloni come Luol e Iggy nella stessa squadra – e quest’anno sceglierei senza battere ciglio ’Dala su Deng – secondo perché perfino la mamma di Hibbert ha votato per Varejao e terzo perché è stato lo stesso Dirk a dichiarare che quest’anno non si meritava l’All Star Game. Al suo posto avrei chiamato o Milsapp (17-9, 53%  dal campo e dei Jazz sorprendenti sulle sue spalle) oppure, ancora meglio, Barba-Harden (17-4-4, 47 % dal campo e 38% da tre), o addirittura Pau, che sta faticando con coach Brown, ma che è sicuramente più valido per i Lakers di quanto lo siano le cifre di Bynum. E poi dato che abbiamo già due Clippers in squadra, mi sembrava l’anno giusto per avere anche i Due Hermani Spagnoli assieme sul campo nel week-end delle stelle.

Detto ciò, sono strafelice che Dirk sia ancora una volta un All Star, primo perché è Dirk e assieme a Nash costituisce un instant classic e poi perché mentre il mondo si sta ammalando di “Linsanity”, io ho in incubazione da giugno scorso una forma di Dirkite acuta, oltre ad essere così old-school da volere addirittura Duncan ad Orlando (!), convocato dal Commissioner per sostituire l’infortunato Lamarcus, come si faceva un tempo per onorare i grandi nell’anno del loro addio.

Note Bene

1)       James e Wade titolari non si discutono: il primo è in corsa per il 3° MVP, sta vivendo la sua migliore stagione statistica ed è un highlight vivente, il secondo è la guardia più spettacolare della Costa Est. Punto. La chiamata del Terzo Big di Miami invece mi sembra un po’ leziosa, soprattutto nell’anno dell’Anti-Big Three per antonomasia. E sia chiaro che Chris Bosh è in assoluto l’unico giocare che stimo agli Heat. Capisco però le lamentele di Josh Smith, snobbato malgrado una prima metà di stagione da incorniciare difensivamente, in una squadra comunque al 4° posto ad Est.

2)       Howard è Superman per cui non può mancare all’All Star Game, ma vi dirò di più: per quanto sia Il Grande Incompiuto dell’NBA 2.0, ha dimostrato nelle ultime settimane di aver trovato la sottile linea rossa su cui competere ad alti livelli senza sembrare un immane minc-beeep-one e pur non facendo più emotivamente parte dei Magic.

3)       Doc Rivers aveva nettamente più addominali di Pierce quando The Truth si è presentato al Garden questo dicembre; se c’era un Celtic che, acciacchi a parte, si meritava la chiamata di questo febbraio quello era Rajon Rondo (13.6 ppg col 50% dal campo e 9.8 apg), la tripla doppia contro i Bulls la prova schiacciante del suo status da top-pointguard nella lega, assieme alla cartella clinica che certifica il fatto che il Numero Nove sia l’ultimo highlander in verde ancora in grado di calcificare nelle ossa. C’è di buono che il riposo imposto a Garnett, Ray Allen e Double-R non farà che migliorare la seconda metà di stagione di Boston.

4)       Ho letto molte lamentele sulla convocazione di Joe Johnson, ma ci dobbiamo arrendere all’evidenza: il 2010 ha visto il declino delle shooting-guard. Amen. Dopo MJ, Drexler, Dumars, Reggie Miller, Drazen Petrovic, Mitch Richmond, Dan Majerle, Jeff Hornacek e Ron Harper, adesso abbiamo Kobe, Wade e….Joe Johnson. Dopo di ché si parla di Monta Ellis, Kevin Martin, Afflalo, Belinelli e Rudy Fernandez, anche perché Ginobili e Ray Allen stanno cadendo valorosamente a pezzi. Che ci deprima o meno, Joe Johnson è la 2-guard più forte ad est dopo D-Wade.

5)       Ora, dal 1985 solo 15 giocatori hanno registrato almeno 20 punti, 7 assist e una rubata  in 6 partite consecutive: il solito Michael Jordan, Magic Johnson, LeBron James, Chris Paul ..E sì, Jeremy Lin.  Può interessare? A me poco. La convocazione di Linderella al nuovo format del Rookie Game, in cui matricole e sophomore sono mischiati in due squadre selezionate rispettivamente da Barkley e Shaquille, è una marchetta  per il mercato asiatico che fotografa perfettamente la stagione in corso: il basket NBA è attaccato ad un polmone d’acciaio, i Knicks sono tornati nel lato oscuro della forza con l’acquisizione di J.R. Smith e se lassù non solo qualcuno ci ama ma ama anche il basket, Carmelo, dopo aver tolto l’aria dalle gomme di Amar’e con il peggior inizio di stagione da parte di una stella, tornerà a flirtare con il ruolo di miglior realizzatore in una squadra da titolo alla stessa velocità con cui Jeremy tornerà a dormire sul famoso divano fraterno a China-Town.

6)       Deron è il primo a dirvi che non sta disputando la solita stagione NBA, ciò non toglie che stia mettendo punti a  referto (20.9 ppg), stia comunque riuscendo a distribuire palloni (8.6 apg) a gente come Anthony Morrow, Humpries e Shawnie Williams, cercando di salvare la faccia ad una delle peggiori squadre della Lega. Nessuno (sottoscritta esclusa) prova empatia per lui dopo l’Affaire-Sloan e resterà in purgatorio fino a quando non migrerà in Texas la prossima stagione, però non potete negare che ad est, dopo D-Rose, la faccenda in playmaking ruoti attorno a lui e Rondo.

7)       Ad ovest non si può discutere KD, semplicemente il Mad Max che ci traghetterà fuori dall’apocalisse, non si può discutere CP3 e non si può discutere Kobe, anche se è vero che in questa stagione sbagliata ad ogni suo jumper si può udire il cervello di Bryant che tiene il conto complessivo dei punti messi in carriera. A sud di questa terna di fenomeni, spiccano l’ala forte migliore della stagione indipendentemente dalla conference, Kevin Love, e il miglior centro all-around dell’Association 2012, Marc Gasol. Dopo di ché non si può non celebrare il solito Anno di Nash (ricordiamo ancora una volta i numeri:15-e-10 + le irreali percentuali al tiro: 56-47-87). Quando avrà appeso le scarpe al chiodo ci spiegheranno che Steve è cresciuto accanto ad una misteriosa centrale nucleare canadese.

8)       E a proposito di esperimenti nucleari: Russ ha sorpassato Rondo tra le ampolle in cui si studia l’evoluzione delle pointguard post-moderne. Westbrook gioca accanto alla più sofisticata macchina automatica da punti della Lega, aka Kevin Durant, ciò nonostante continua a non deferirgli e a preferire dei mal consigliati jumper dai 22 piedi. Eppure non c’è giocatore che metta più roba sul tavolo in una partita NBA, con pari atletismo distruttivo, cazzimma e generosità. Io all’All Star Game lo vorrei guardare dal primo all’ultimo minuto.

9)       Ho deciso: tra Blake e Lamarcus, se di basket tout court si parla, io faccio partire titolare il Secondo tutta la vita. Lamarcus è versatile, tira meglio i liberi ed è più clutch. Poi, se di spettacolo, schiacciate e carisma si parla, che parta pure in quintetto Blake, anche perché Aldridge si è appena infortunato.

10)   Fossi Zio Stern, al posto di Lamarcus chiamerei Duncan. Ma se  è proprio una cosa che non s’ha da fa’, che venga fatto il nome di J-Harden: perché è la 4° miglior shooting-guard della Lega, pur uscendo dal pino, perché ha una combinazione di doti tecniche da playmaker/realizzatore unica (al pari dell’unicità di Ginobili)  e perché in ogni partita ha “i suoi momenti”, come contro i Warriors due martedì fa. Monta si era messo a fucilare da ogni mattonella , il pubblico aveva perso la testa e i Thunder erano sotto di 11. Il Barba con la sua apparente “calma piatta” ha inanellato 2 triple consecutive per arginare lo svantaggio. Per dirla alla Iverson: “Harden è uno con cui vuoi andare in guerra”. Ci sono barbe che trascendono i fogli statistici.

11)   Due rimpianti: non poter vedere RickyBusiness al posto di Parker all’All Star Game dei Grandi. Switchatelo col Francesino e avete il roster più divertente nella storia moderna. Il secondo rimpianto è non poter fare lo stesso ad Est con Sweet Lou al posto di Carmelo. La credibilità da strada resterebbe intatta e Williams potrebbe fare le veci di Anthony in marcatura su Kobe, accendendo la sfida. Non per essere spudoratamente pro-Philly, ma sapete che Lou è in corsa per diventare il primo giocatore dai giorni di Dell Curry a guidare per punti la propria squadra senza mai essere partito titolare? Il fatto che sia anche il miglior giocatore/ rapper in circolazione me lo fa piacere ancora di più.

Aneddoto: qualche settimana fa Sweet Lou è andato a tagliarsi i capelli dal suo barbiere scalcinato di fiducia ed è stato aggredito da un delinquente con pistola. Williams non si è scomposto e gli ha proposto un lauto pranzo gentilmente offerto da McDonald’s . “Deal”.

NBA: Where amazing happens.

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Cose che abbiamo imparato nel mese di gennaio

Written By: ru5 - feb• 13•12

Prima di parlare di All Star Game, preferirei digerire le fresche convocazioni delle riserve e prendere coscienza del mancato miracolo spagnolo, anche se tra le Petit Prince e Ricky Business non c’è dubbio che quello tra i due nato per fare del bene a febbraio porti la frangetta.

A grande richiesta, invece, torna la rubrica “cose che abbiamo imparato”…

E dopo questo gennaio non si può non partire dai Miei Timberwolves.

Che ci abbiate fatto caso o meno, sono sul punto di diventare non solo vincenti, ma perfino obbligatori, da prescrivere a chiunque faccia fatica, in questa stagione post-lockout, ad incappare in una partita ben giocata.

Il trio Love, Rubio e Derrick Williams è già intoccabile dopo un solo mese di corse assieme – il che è sempre un ottimo segno del destino – Rick Adelman è un allenatore brillante, mentre Beasley, Randolph, Wes e JJ hanno nelle mani, a turno, un quarto da incorniciare; contando che il tetto salariale permette ancora qualche ritocco, se si trova un centro giusto da affiancare a Love, ci potrebbero scappare addirittura i playoff.

A onor del vero pensavo ad una shooting-guard al posto di Wes, pensavo addirittura di scippare J.R Smith ai Clippers in corsa, ma: 1) non mi va di gettare la spugna sull’OrangeMan così in fretta e 2) non vorrei che J.R. privasse Ricky degli spicchi per troppi minuti. Forse, ciò che davvero manca ai Wolves è un centro credibile dietro a K-Love. Anche perché un solo lungo slavo a roster dovrebbe essere più che sufficiente per ogni franchigia. Giù dalla torre Milicic – alla luce della recente crescita di Balkan Bulldozer Pekovic – e proviamo a portare a casa uno tra Emeka Okafor o Varejao, offrendo in cambio Darko, Webster, Brad Miller, ma soprattutto la lottery-pick ottenuta da Utah al draft del 2012.

Né gli Hornets, né i Cavs stanno andando da nessuna parte, per cui dovrebbero essere interessati a far spazio sotto al tetto salariale e a puntare su una prima scelta a giugno..

Naturalmente ho più probabilità di vedere uno tra Arenas o Flynn ai Lakers di quante ne abbia di vedere Okafor ai Miei Wolves, ma se questo è veramente l’anno dei Lupi non ne avremo bisogno.

Se  questo è l’anno in cui Minnesota risalirà la scala della rispettabilità, Nikola Pekovic, dopo 2 anni di allenatori non all’altezza, di dimenticatoio dietro a quel Murphy in braghette che è Milicic e di bisticci con gli arbitri americani (181 falli fischiati in 887 minuti di gioco nel solo 2011), potrebbe aver ritrovato dietro ai sorrisi di Rubio quel pezzo di Europa che gli mancava: vale a dire la forza bruta con cui spostava la gente al Panathinaikos e quel post game rifinito per cui era stato scelto nel 2008.

In ogni caso, datemi un lungo che sappia – come si dice in America – camminare e masticare la cicca allo stesso tempo e vi faccio garantire i playoff dei Miei Timberwolves da Sheed in persona.

Io, comunque, fossi Kahn, terrei presente due nomi, caso mai Nikola non sbocciasse ed Emeka restasse nella Big Easy: Jason Thompson dei Kings e Cole Aldrich di Oklahoma, entrambi potenziali role-player di spessore, entrambi sottoimpiegati dalla rispettive squadre.

Il GM dei Wolves ha dichiarato di voler lasciare le cose come stanno per “far respirare il roster così com’è”, e dopo esser stato preso in giro per due anni è lui ad avere il coltello dalla parte del manico; l’unico scenario che spero non si avveri mai, neppure nei miei peggiori incubi, è quello auspicato da qualche penna nostalgica delle Twin City all’indomani delle voci circa la voglia di Danny Ainge di tagliare il mazzo su uno dei Big Three. A Minnesota, signori, c’è ancora chi sogna il ritorno a casa del Bimbo Prodigio, alias Kevin Garnett, per chiudere la carriera da Hall of Famer là dov’è gloriosamente iniziata e nel ruolo di mentore per una squadra sull’orlo di un nuovo ciclo di successi.

READ MY LEAPS: P-I-U-T-T-O-S-T-O K-W-A-M-E B-R-O-W-N-!

Passiamo ad altro: il fresco rinnovo a Russ Westbrook, con un maxi contratta da 80 milioni di dollari in 5 anni, senza possibilità di opt-out, è un’altra magata di Sam Presti, che in un colpo solo si è assicurato i servigi di un 23enne cibernetico, nonché superstella in assoluta ascesa, facendo comunque risparmiare ai Thunder una quindicina di milioni per rifirmare Harden e Ibaka.

Esiste un GM migliore di lui?

Non credo: drafta sempre i giocatori giusti e non solo tecnicamente parlando, ma anche caratterialmente, non strapaga nessuno – mai! – e non sbaglia uno scambio sul mercato. In questo momento è la Madre Teresa dell’NBA: non ha difetti e fa il bene della Lega.

Il mese di gennaio ha anche eletto le prime due grandi sorprese della stagione: i Nuggets – di colpo la squadra più simpatica a tutti – e i Sixers.

Entrambe le squadre non dispongono di una vera superstella, anzi, sembrano vantarsi del contrario; entrambe le squadre sono piene di giovane talento  mischiato a veterani di spessore; entrambe le squadre giocano duro ogni sera anche nei back-to-back-to back.

Sia chiaro: entrambe le squadre hanno anche un ben visibile soffitto contro cui si fermeranno le loro illusioni da postseason; A Phila manca un’ala forte/centro che garantisca presenza muscolare nel verniciato e qualche stoppata in più, a Denver manca un‘ala capace di crearsi un tiro da sola (e non ho ancora capito se Chandler tornerà a Denver a marzo o seguirà altre strade al pari di Kenyon e J.R. Smith).

A gennaio si è alzato il solito canto delle sirene a favore di un titolo di Allenatore dell’Anno per George Karl, contemporaneamente c’è chi ha definito Carmelo un cancro che mangia il gioco da dentro (malgrado Anthony abbia trascinato i Nuggs ai playoffs in ognuna delle 7 stagioni trascorse a Denver), mentre al nuovo gruppo nato dalle ceneri del Melo-Drama mezza nazione ancora amareggiata dal lockout ha messo al petto lo stemma di paladino del basket giocato in the right away.

Chi mi legge da un po’ sa che non potrei essere meno d’accordo, ma una cosa sui Nuggets di gennaio ve la voglio dire anch’io: non sono bellissimi da vedere, sono piuttosto disinibito e imprevedibile divertimento offensivo, le schiacciate di Nené sono feroci, Ty Lawson più che guidare il contropiede, si teletrasporta, Danilo una volta tira la bomba da tre, quella dopo sta inventando un’entrata PSquariana a canestro, Andre Miller, che a Denver e soprattutto sul pino di Denver non ci voleva stare, è uno dei più sottovalutati veterani della Lega e ogni suo alley-oop  è un trattato su come si gioca per la squadra, per l’allenatore e per vincere; perfino Rudy Fernandez  si è lasciato andare all’euforia con Manimal-Faried sul campo.

Eppure Andre (Miller) ha ragione: “Mi domando se giocando a sto modo  potremo avanzare ai playoffs; in questa lega, senza un go-to-guy da chi andare nei minuti finali di gara non campi dopo il mese di aprile… Non vorrei che la nostra versatilità si trasformasse in confusione nei momenti cruciali.”.

Amen.

La storia NBA ci ha insegnato che il destino di una squadra ai playoffs si fa e si disfa attorno alle zampate che i singoli giocatori riescono a dare all’eternità sportiva, trattenendone brandelli sotto alle unghie. Questi Nuggets potrebbero essere nati senza artigli.

Io il Mio Titolo di Allenatore di Gennaio lo giro senza indugi a coach Collins, un vero moltiplicatore di pani e pesci che ha regalato a Phila il suo primo All Star dagli ultimi giorni di Iverson in maglia Sixers (2006). ‘Dala non è né mai sarà il go-to-guy che serve nella postseason, ma in questo primo mese è stato il miglior difensore in ala di tutta la lega, meglio di Lebron, meglio di Luol Deng e – ebbene sì – meglio anche dello specialista nella categoria Tony Allen. Doug sta tessendo un capolavoro alla Larry Brown ispirato, con la differenza che sa trattare molto meglio con le diverse personalità. E’ vero che ha a disposizione dei buoni giocatori, ma tutti sono ben lungi dall’aver intravisto il proprio soffitto tecnico; i suoi Sixers non sanno andare forte a rimbalzo e sono mediocri dalla lunetta, ma Collins ha saputo renderli efficientissimi in difesa, ha insegnato loro a non perdere palla (sono secondi per minor numero di turnover a gara) e li ha messi dietro l’arco a tirare per ore (sono 5° nella lega per triple a referto). Vucevic e Lavoy Allen sembrano tra i più NBA ready tra i rookie e il resto della squadra si conosce ormai a menadito. A questo punto, mi dispiace quasi l’idea che Elton Brand e Lou Williams siano lasciati andare per permettere ai Sixers di trovare la pedina chiave per giocarsela al 2° turno.

Passiamo ai Bucks. Questo gennaio ci ha ricordato quanta sfortunata questa franchigia ha avuto negli ultimi 2 anni. Di solito quando atterri sul piede di un avversario ti sloghi la caviglia, Bogut quando è atterrato su Kyle Lowry se l’è rotta.

Non mi fraintendete, Milwaukee è una squadra mediocre da più di una doppia dozzina di mesi, però The Bogey Man e quel Pasticciaccio di Jennings hanno un qualcosa dentro e fuori dal campo che avrei tanto voluto esprimessero assieme in ben altre annate meno sfortunate. Non sarebbe dovuta finire così, dopo gli esaltanti playoffs del 2010, il ballo dei debuttanti di Brandon e Bogut e tanto spazio salariale per investire sul mercato. E invece la dirigenza, con un solo delirante colpo doble, ha puntato su Mr.Corey-Irrelevance-Magette, strapagando anche Solomon e Gooden, e ha firmato per un futuro di rincorse all’ottava piazza.

Le vittorie su Heat e Lakers, dopo l’infortunio all’Aussie Man, l’equivalente esatto delle storie d’amore sbagliate: si trascinano più a lungo delle altre perché si basano su un sogno ricorrente che funziona solo ad occhi chiusi.

Chi, invece, ha giocato tutto il mese di gennaio con gli occhi ben aperti è Kyrie Irving.

One-and-done dopo sole 11 gare disputate in maglia Duke e un grave infortunio subito, avrei immaginato seguisse il destino di tutti i Blue Devils, fatta eccezione per Grant Hill: Overrated!

Non proprio: il nativo di Melbourne nel primo mese NBA ha rivaleggiato con il Mio Riky per Rookie dell’Anno, riempiendo i tabellini con numeri convincenti e soprattutto mostrando un qual certo killer instinct nei finali di gara. Nella vittoria sui Celtics per 88-a-87, Kyrie ha orchestrato il 12-a-0 finale, segnando i suoi 25° e 26° punto con un layup vincente a 2-secondi-e-6, ponendo fine alla striscia di 4 vittorie dei Verdi.

Qualche giorno dopo ha fatto lo stesso anche contro i Mavericks, con 15.8 secondi sul cronometro del 4° quarto e l’intera difesa dei campioni in carica impotente contro il diciannovenne che in molti già paragonano a CP3, per l’abilità con cui cambia direzione a tutta velocita su una sola mattonella senza perde il controllo del corpo e della situazione sul rettangolo.

Ecco, io ci andrei piano con i paragoni, però i numeri sono dalla sua: Irving sta tenendo una media di 18 punti, 5.1 assist e 3.4 rimbalzi a sera. Dettaglio a margine: D-Rose ha chiuso il suo anno da Rookie of The Year (2009) con 16.8 punti, 6.3 assist e 3.9 rimbalzi di media. Come si mormora tra i corridoi dell’NCAA: “Duke è il problema del basket collegiale, ma allo stesso tempo ne è anche la cura.”.

Il che ci porta a parlare degli Utah Jazz, una squadra che doveva essere in piena ricostruzione e che invece flirta con l’ottava piazza ad Ovest grazie ad un basket old-school prevedibile ma efficace (soprattutto tra le mormone mura di casa), una squadra che gioca dentro ogni possesso, facendo la voce grossa nel verniciato con i chili e le mani di Jefferson e Millsap, ottenendo poco o nulla offensivamente dalle sue guardie (Raja a e Harris), ma continuando a sviluppare i suoi giovani (Kanter, Favors, Burks e Hayward) senza fretta, alla maniera professata da Vate Sloan. Una squadra che forse dovrebbe fare tutt’altro. Benché non abbia mai creduto nella nobiltà delle sconfitte tattiche.

Eppure il fatto che i Jazz, continuando a giocare a questo livello da media classifica, non avranno a disposizione nessuna lottery pick al ricco draft del 2012 è un peccato semi-originale. Michael Kidd-Gilchrist, Austin Rivers, Perry Jones e Jeremy Lamb valgono pur sempre un bagno di sangue in un anno da asterisco.

Last but not least, non dimentichiamoci di celebrare Steve Nash, che ha appena compiuto 38 anni e che a gennaio ha guidato la lega per assist (210), assist a partita (10), piazzandosi 3° per percentuale dal campo (56.3%!), 1° assoluto tra tutte le pointguard e shooting-guard. E tutto ciò in una squadra da incubi.

Se l’Association 2012 fosse il remake di “Point Break”, Captain Canada sarebbe Bodhi –Patrick Swayze: Il Vostro Amico Filosofo del Basket.

Happy Birthday Steve!

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Season Preview – Southwest Division

Written By: ru5 - feb• 06•12

A bocce ferme questa Division prometteva meglio.

I Mavericks senza Tyson Chandler avevano comunque Odom – con la spina nel fianco – e Dirk, gli Spurs avevano Ginobili, i Grizzlies avevano Z-Bo e Houston la solenne promessa proferita da Frankenstein Junior, alias Kevin McHale, dopo una sola settimana assieme a Kyle Lowry, Sammy Dalembert, Kevin Martin, Courtney Lee e Goran Dragic: “Con questa squadra acciufferemo i playoff.”.

Le cose sono leggermente diverse adesso: perché Odom non sembra aver trovato il suo posto tra i Mavs, Dirk è nel peggior tunnel della sua carriera, Manu è fuorigioco e lo stesso dicasi per  Randolph, benché i Grizzlies stiano provando a reggere attorno a Rudy.

Quanto ai Rockets, la bolla di Lowry è ormai per aria e tutti vogliono provare a farla esplodere.

San Antonio Spurs: bisogna sempre rispettare gli Spurs; e ve lo dice una che li detesta. Potranno essere l’esatto opposto di quello che cerco, adoro e ammiro nel basket professionistico, ma sta di fatto che, pur essendo clinicamente morti da tre stagioni, hanno finito la scorsa in cima alla Western Conference. L’ho già detto e lo ribadisco: a San Antonio è il sistema che funziona più che il basket tout court e coach Pop ha trovato il modo di far funzionare il sistema anche senza Ginobili. L’ex agente della CIA è una delle persone più maleducate dell’intera Lega, ball-boy inclusi, ma quanto a scovare giocatori semi-sconosciuti o ripudiati, adatti a contribuire fin da subito accanto ai suoi Big, non ha rivali. Duncan e Tony Parker compiono la stessa coreografia da secoli, potrebbero farla su una gamba sola, ma quest’anno è il movimento giovanile guidato da Blair, Neal e gente che non ho mai sentito come Daniel Green e James Anderson ad aver attutito il colpo subito dalla mano sinistra di Manu. Perfino il grezzissimo Kawhi Leonard sta crescendo in fretta: non solo sta raccogliendo in volo  tip-in e rimbalzi come era solito fare al college, ma sta sviluppando quella capacità, che di solito si apprende al secondo/terzo anno, di dosare le proprie energie nel corso dei quarti, manco fosse una di quelle nuove macchine ibride che impazzano in California, capaci di alternare benzina al motore elettrico a seconda della convenienza.

L’infortunio all’Argentino ha ammazzato ogni seria intenzione belligerante, anche perché né Duncan, né Le Petit Prince sono più in grado di dominare da soli. Qualcuno, guardando alla 4° piazza ad ovest degli Spurs, si è sentito in vena di romanticismo  vergando articoli su un’ultima disperata corsa per the Big Fundamental; la verità è che non c’è mai stato niente di romantico negli Spurs, al di fuori forse dell’improbabile amicizia nata tra Ginobili e Stephen Jackson, e l’ultima vera chance di contendere – siamo sinceri – San Antonio ce l’ha avuta nel 2008, quando non è andata neppure vicino a battere i Lakers di allora.

Gli Spurs faticheranno ad acciuffare i playoff, ma li acciufferanno, perché nel nuovo Ovest dell’ignoto rimangono una delle squadre più competenti (assieme ai Mavs). La scarsa profondità sul pino, l’assenza di un’ala piccola e di qualcuno che sappia difendere su vecchie volpi come Derek Fisher farà calare il sipario su questa dinastia senza neppure il canto del cigno col #21 sulla schiena. A fine stagione Duncan si ritirerà e come ho detto sopra: non si può che rispettare un giocatore del genere. Adios.

Dallas Mavericks: il loro titolo del 2011 è stata la vittoria del basket su tutti quanti i demoni dello sport moderno, la trama perfetta per una stella/antistella NBA alla ricerca della vittoria come solo i tedeschi sanno fare nello sport, non curandosi del poco tempo che rimane sul cronometro di gara e di carriera. Il loro titolo NBA, per come la vedo io, è uno di quei rari titoli destinati a brillare più a lungo degli altri: un’incredibile serie di rimonte miracolose, un gruppo di veterani che all’ultimo giro possibile si è riappropriato delle proprie sedie nella storia del gioco, dopo aver lasciato sedere altri per anni, un campione – perché Dirk, dal giugno scorso, é e resterà per sempre un Campione, qualsiasi cosa dovesse succedere da qui al suo ritiro – che dopo anni e anni di salita ci è arrivato per davvero in cima alla famosa vetta del proprio talento, conquistando un anello su cui non ci potranno mai essere retropensieri, asterischi, allusioni o recriminazioni, come invece è avvenuto per alcuni titoli di Bryant o per il titolo di Wade, un anello che a lungo ho sognato per il mio Ive e che invece si è meritato Nowitzki, irripetibile, combattuto fino all’ultimo tiro e che, a differenza di quelli di Kobe, Flash, Payton e Malone, non ha né avrà mai bisogno di repeat di legittimazione.

Poi è arrivato il lockout e i Mavs sono sembrati molto più interessati al mercato estivo del 2012  che al banner alzato a Natale, mentre Lebron si nascondeva nello spogliatoio durante la cerimonia  (perché perfino a bocce ferme si ritiene più importante del gioco stesso). Si è detto addio al perno della difesa Mavs, Tyson Chandler, e si è dato il benvenuto a tre nuovi cittadini texani: Vince Carter, che dopo aver sconvolto il mondo con 6 stagioni canadesi da Novello Doctor J, ha scelto il posto sicuro in banca, Delonte West, che pur essendo instabile di mente, rimane una talentuosa combo-guard ambidestra pronta a raccogliere sfide e opportunità su un campo da basket e, dulcis in fundo, Odom, il codice cifrato della Lega che solo Phil Jackson negli anni è riuscito a decifrare e che tra una puntata del suo reality con Klohe Kardashian, la linea di magliette religiose e le amicizie d’infanzia nel Queens saprebbe anche ricoprire più posizioni su un rettangolo da basket e ad un livello elevatissimo di gioco.

L’orrendo inizio di stagione (il peggiore da parte dei Campioni in carica nelle ultime 4 decadi) ha fatto precipitare le quote al titolo dei Mavs, ma se c’è una cosa che Dallas ha mostrato nel travagliato mese di gennaio è la profondità della propria panchina, che ha giocato di orgoglio anche senza Dirk, muovendo la palla come poche altre squadre NBA stanno facendo in questa stagione di pessimo basket post-lockout.

Lamar parla ancora da ex-Laker e gioca da ex-Clipper; vederlo condividere pacificamente il campo con quel Delonte West che tanto ha odiato merita comunque il prezzo del biglietto, così come qualche serata vintage di Vince Carter. Li guardavo contro i Thunder e ho capito molte cose. L’artista precedentemente conosciuto come Vinsanity ha ricevuto gli spicchi sull’arco e con il gesto più elegante dell’intera Association ha mandato a referto la tripla perfetta, con 1.4 secondi sul cronometro. Nell’universo dell’estetica quello sarebbe stato il tiro della vittoria; nell’universo dell’agonismo sportivo Durant, cresciuto idolatrando Carter e le sue famose giocate in maglia viola, sul possesso del vivi-o-muore si è arrestato ad un metro e mezzo dalla linea da tre, si è srotolato attorno a due difensori, lasciandosi allo stesso tempo cadere all’indietro, e con la sirena che rimbombava ha inchiodato il vero tiro della vittoria circondato da quell’ineluttabilità a rallenty che avevano i jumper vincenti di Jordan. I Mavs, per altro, non sarebbero neppure arrivati punto a punto se Delonte non avesse sciorinato indemoniata difesa, solido playmaking e una versatilità offensiva che non sarà mai quella artistica di Carter, ma ha il tempismo di un cardiofrequenzimetro sui battiti di gara. Con i 4 compagni sul campo in stato di confusione, West ha preso l’iniziativa andando per il poster sulla testa di niente po’ po’ di meno che Serge-ti stoppo in due- Ibaka. Non ha funzionato, perché Ibaka l’ha respinto al mittente con un’avemaria delle sue, ma da quel momento i Mavericks hanno smesso di pensare allo stendardo sul soffitto e si sono rimessi a correre. Nello sport ci sono giocatori come Vince, capaci di perfetti gesti tecnici solo se mentalmente svincolati dal preciso momento e luogo in cui li compiono e altri – come Delonte – per cui vale l’esatto opposto: capaci di fare la cosa giusta solo quando sentono di poter affondare la propria mano nel cuore della partita.

I due Jason, Kidd e Terry, sono altri due della seconda specie, ma a differenza di West hanno anche un’esperienza e una lucidità sul campo senza uguali. Quando Dirk tornerà in forma sarà difficile immaginare questi Big Three fuori dai playoff; ci sono troppi buoni passaggi e troppi buoni tiri nelle mani dei Mavs per non vederli cavalcare sotto ai riflettori di fine aprile. E questo indipendentemente dai fragili equilibri che al momento riguardano lo spot uno e dall’eredità finale che Odom deciderà di lasciare al gioco.

Houston Rockets: qualcuno si è accorto che i Rockets, la scorsa stagione, hanno chiuso con 43 vittorie nella Division forse più forte della lega? E che quelle vittorie sarebbero state sufficienti sulla costa est per garantirsi la 6° piazza ai playoff? Se dovessi scommettere un centesimo sulla papabile Cinderella di quest’anno bislacco, il mio lo punterei su Houston, non più su Memphis.

Hanno una solida rotazione a 9 uomini, Kyle Lowry – salito alla ribalta l’anno scorso – sta circumnavigando attorno all’orbita della quasi tripla-doppia di media e Kevin Martin, quanto a capacità di mettere punti nel secchio, non ha nulla da invidiare a nessuna shooting-guard che non faccia Kobe Bryant di nome. Chandler Parsons, che mi sembrava l’ennesimo lungo soft uscito da Florida, sta invece ripercorrendo i passi di altri ex-Gators sottovalutati nella loro prima annata al Piano di Sopra (Hudonis Haslem, Noah e Al Horford). A Daryl Morey, GM della franchigia, hanno già girato le proverbiali pacche sulla spalla per essersi assicurato uno degli steal del draft 2011; gli è sfuggito il colpaccio con Nené, che avrebbe rinverdito la targa da “contender” di cui Houston godeva ai tempi di Yao, ma a giudicare dai suoi 4 anni di gestione e dall’intesa con McHale circa gli svariati modi in cui si possono migliorare i roster, potrebbe togliersi altre soddisfazioni sul mercato. Scola si ritenga avvisato.

Ciò detto, i Rockets restano una squadra tendenzialmente sfortunata in un’annata sfortunata per tutti, che di tifosi o atleti si tratti; ne vinceranno ancora una quarantina e usciranno a testa alta al 1° turno.

Memphis Grizzlies: dopo aver prestato il fianco ad ogni barzelletta ed essere stata in vendita praticamente dalla nascita, la franchigia, lo scorso maggio, ci ha tenuto incollati ai televisori con una delle più appassionanti e incontenibili corse ai playoff degli ultimi 10 anni; prendete i Warriors senza domani del 2007 e moltiplicate per 3. Tenuti assieme da quell’Oracolo via Twitter che di nome fa Tony Allen e di soprannome fa All-Defense First Team, trascinati sul campo dalle mani in ala forte più morbide e dannate dell’intera Lega (quelle di Randolph), dalle incursioni e scarichi meno celebrati degli scorsi playoff (quelli di Conley) e dall’ingresso di Gasol Junior nel mondo degli adulti, i disfunzionali Grizzlies costruiti con i pezzi di ricambio delle altre franchigie hanno prima sculacciato gli Spurs e poi hanno spinto Durant e compagni sull’orlo del baratro, giocando ogni possesso come se fosse quello dell’ultima sirena e infliggendo bruciature al parquet come nelle migliori pubblicità della Nike in bianco e nero. A rendere l’impresa ancor più meritevole l’assenza per infortunio del loro fiore all’occhiello, Rudy Gay, il superatletico e ben educato swingman cesellato da madre natura appositamente per dominare a basket e per risollevare sorti e immagine di Memphis.

E invece sono stati i due principali disadattati giunti nel piccolo mercato di provincia a venire abbracciati dalla città, a venir nutriti a suon di blues, costolette e tifo insperato. Perfino Kobe, fuori prematuramente dai playoff, ha invidiato ai Grizzlies due belve da rettangolo come Allen e Randolph, mentre Marc Gasol e Conley trovavano nei due nuovi leader di squadra gli stimoli giusti per tirar fuori tutta la cattiveria tecnica che era rimasta incastrata tra la loro disciplina nell’eseguire gli schemi e i fronzoli offensivi di Gay e Mayo.

Se Iverson è stato il Tupac dell’NBA, Z-Bo nel 2011 è stato il mio Biggie Smalls, in grado di ipnotizzare Duncan, Durant e qualsiasi lungo gli venisse incontro da marzo fino a gara 7 delle semifinali di conference contro i Thunder, tirando con un ineffabile 57.3% dal campo quando bisognava acciuffare i playoff  e tenendo una media di 22 e 10 nella post-season, senza pestare i piedi a Marc Gasol nel verniciato, ma sobbarcandosi comunque le maggiori responsabilità offensive della squadra grazie alla sua innata capacità di costruirsi un tiro nel breve spazio di un sospiro.

I Grizzlies dello scorso maggio avevano qualcosa di magico, al pari dei Mavericks, avevano l’intesa e l’intimidazione dei Drughi di Arancia Meccanica sul campo e una chimica fuori dal rettangolo che forse esiste solo ai Thunder. Mike Conley organizzava allenamenti autogestiti sui campetti di Memphis e la squadra si presentava al completo, le voci di lockout proliferavano e Marc proponeva a Zach di andare a svernare da lui in Spagna; il 3 gennaio scorso, quando il crociato di Z-Bo si è lacerato, la magia è svanita e i Grizzlies hanno dovuto cambiare modo di giocare un’altra volta. Shane Battier non c’è più e l’infortunio a Darrell Arthur ha complicato ulteriormente la situazione sotto a canestro; Marreese Speights tira in continuazione – pure troppo – ma né lui, né tanto meno Dante Cunningham, posso ambire a rimpiazzare l’efficienza creativa di Randolph. Non solo: Memphis avrà anche recuperato la sua dimensione aerea con il ritorno di Gay e il maggior coinvolgimento in attacco di O.J., ma senza il suo corpulento Biggie a grugnire là sotto ha perso lo spirito da guerriglia che rendeva i Grizzlies un’incognita di terrore per ogni avversario.

Sono ancora una possibile wild card dell’ultimo minuto, sia chiaro, ma a meno di improbabile rientro in corsa di Zach Randolph, il mio centesimo lo gioco sui Rockets ai playoff.  Purtroppo ogni ribellione, pur se ha una giusta causa e un inscalfibile ordine interno, è destinata a vita breve.

I’d rather go toe to toe with all of y’all

Running ain’t  in my protocol

(Preferisco affrontarvi tutti di petto, correre non è nel protocollo che ho scelto)

The Notorius B.I.G. ,“Niggas Bleed”.

New Orleans Hornets: è arrivata l’ora di affrontare l’Era del Post-CP3… Gli Hornets hanno qualche buon giocatore di ruolo e soprattutto un allenatore duro come la roccia e difensivamente orientato; è logico che le cose si complicano se la tua supposta stella del futuro (Eric Gordon) si infortuna al ginocchio dopo solo due gare disputate, se il tuo centro veterano (David West ) viene ceduto alla concorrenza e il lungo che hai ottenuto al posto di Chris Paul (Chris-Caveman-Kaman) si presenta fuori forma ai blocchi di partenza ma non accetta che coach Williams lo faccia uscire dal pino.

Se poi anche il tuo 6° uomo (Carl Landry) si infortuna, sai che il karma non sarà dalla tua parte.

Fossi nei panni degli Hornets, stringerei i denti fino al rientro di Gordon, proverei a piazzare The Caveman sul mercato e punterei dritto alla lotteria. ..

Come diceva Brandon Lee nel Corvo: “Non può piovere per sempre.”.

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Don’t Kendrick Perkins me!

Written By: ru5 - feb• 01•12

Giuro che stavolta volevo parlarvi della Southwest…

Poi è successo questo….

E ho dovuto ristabilire l’ordine delle priorità.

Dopo la cavalcata su Mozgov dell’anno scorso, non pensavo si sarebbe spostata l’asticella dell’abuso cestistico ancora più in alto. In fondo, dopo il leggendario “In Your Weis” di Vinsanity, ci era toccato aspettare un bel po’ prima di udire l’urlo preferito della scorsa estate sui campetti in cemento: “Don’t Mozgov Me!”.

E dire che Big Perk, coriaceo come al solito, ha perfino provato ad opporsi; il che ha reso l’intera sequenza un “istant classic!

Solo un minotauro con la parte bassa di Barkley e quella alta di Oakley avrebbe potuto qualcosa contro the Blake Show, non un essere umano. E a Perkins oggi è toccato chiudere la propria casella di twitter, ingolfata di sfottò da ogni angolo terracqueo.

Per una volta, fatemi parlare come i vecchietti dei bar: “Era meglio quando si stava peggio.”.

Detto ciò, Chris Paul è stato ancor più impressionante di Griffin in gara, distribuendo 14 perle ai compagni, contribuendo con 26 punti di efficienza Nashiana (12-su-16 al tiro) e duettando con Billups come se i due avessero condiviso il backcourt fin dai giorni del college.

Certo, io gliela farei rigiocare con Sefolosha sul campo e non seduto col piedone in fasce, ma ormai non conta.

Conta piuttosto la certezza che coach Brooks ci abbia visto lungo nel far partire Harden dal pino. Adoro il Barba, lo adoro dalla sua stagione da rookie, ma lunedì sera è stato il vero tallone d’Achille dei Thunder: poca difesa perimetrale, poco playmaking e molto poca della sua proverbiale creatività offensiva.

Tornando a Griffin, il mondo dei baskettari correntemente è diviso tra chi lo considera sopravvalutato e dunk/Paul-dipendente e chi vivrebbe delle sue schiacciate. Io credo sia una forza senza eguali a briglie sciolte sui campi, scaltro, atleticamente arrogante, il lungo più veloce in campo aperto e attorno al proprio piede perno. Poi, se di basket tout court e purezza dei gesti tecnici si parla, ci sono almeno 3 annichilazioni sopra al ferro che tengono Blake giù dal podio assoluto. E sia chiaro che non mi riferisco a Vince Carter alle olimpiadi perché sto parlando di schiacciate NBA, né mi riferisco agli All Star Game, perché, per quanto mi riguarda, sul podio devono per forza finirci le schiacciate avvenute in partita.

Vi dirò di più, per timore di blasfemia, non ho considerato neppure His Airness, Doctor J e Shawn Kemp. Sarebbe come includere nella lista delle famiglie più influenti di sempre la Santissima Trinità.

Griffin su Humphries, l’anno scorso, con la pulizia al viso all’allora Mister Kardashian e il cambio di mano in volo è una delle mie puntate preferite del Blake Show…

Assieme alla sveglia data a The Big Fundamental in una di quelle nottate in cui non ti aspetti niente e invece torni a casa fischiettando….

E naturalmente Don’t Mozgov Me! merita la top10 delle migliori slam-dunk  dell’era moderna (assieme allo stupro di Perk)….

Ma ci sono tre schiacciate che superano perfino la miglior prodezza di Griffin so far

Al terzo posto c’è Vince–e chi poteva esserci–Carter, con l’inchiodata destra rifilata da rookie al più grande stoppatore che si fosse mai visto dai giorni di Russell, tale Ditone-Mutombo.

Al secondo posto c’è il Barone, su AK47, un altro temutissimo stoppatore battezzato dalla più cicciotta pointguard della Lega nel suo annus mirabilis. Ogni volta che rivedo questa  giocata, alla domanda se è meglio vivere un solo giorno da leone o 100 da pecora, mi rispondo che è nettamente meglio un solo giorno da leone.

E la Medaglia d’Oro va a Lui, Il Più Inimitabile dei Giocatori NBA nella storia del Gioco, Scottie-per una volta primo e non secondo-Pippen. Su Ewing. Con la classe di Vinsanity, l’hang-time di Jordan e la cattiveria di Shawn Kemp racchiusi in un solo eterno gesto.

N.B. Breve parentesi sui Lupi: lunedì sera il Mio Beasley è tornato ad aggredire avversari e gioco come ai vecchi tempi, senza esitare; 34 punti, uscendo dal pino, e solo 4 tiri sbagliati. Lui e Ricky a caricarsi a vicenda alla maniera di Sprewell e Cassell ai Timberwolves di ben altri tempi. A volte credo ci sia un terzo emisfero in cui si può approdare solo quando si sconfina oltre i propri limiti fisici o mentali. Lunedì sera i Miei Due Wolves preferiti hanno…Sconfinato.

Ricky Business, sotto agli occhi divertiti di Gasol, ha recentemente gettato il guanto di sfida a Kobe: “Lo sai che a Londra ti toccherà l’argento, vero?”…

“Se vinco l’oro mi dai le chiavi di Barcellona, però.” – gli ha risposto Bryant.

Andata”.

Dimmi con chi ti permetti di scherzare e ti dirò chi sei.

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